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Diego Abatantuono

IL “TERRUNCIELLO” MILANESE DIVENTATO STAR INTERNAZIONALE

di Massimo Emanuelli

oratorio San Protaso e Gervaso

Fabio Concato e Massimo Emanuelli in anni diversi


Fra le trasmissioni nelle quali è apparso Diego Abatantuono sulle tv locali ricordiamo: Ma diamo i numeri? (Telenova), Cabarout (TeleMilano58), Playboy di mezzanotte (TeleAltoMilanese), quindi è il comico della trasmissione Goal (TeleMilano58, poi Canale5), condotta da Cesare Cadeo, andata in onda nel 1981. Dopo anni di cinema, Diego Abatantuono nel nuovo millennio è tornato in tv sulle reti Mediaset.

Diego Abatantuono nasce a Milano il 20 maggio 1955, da madre comasca e da padre pugliese. Erano stati i nonni a trasferirsi a Milano, il nonno di Diego iniziò nella nostra città a fare il calzolaio e aprì una bottega. Il padre di Diego, Matteo, continuò la tradizione ed aprì un negozio di risuolatrice con la moglie Rosa, mamma di Diego. Abatantuono cresce in due popolari quartieri, il Giambellino, dove abitavano i nonni, e San Siro. “Il Giambellino è un quartiere storico della periferia sud-ovest milanese, come un piccolo paradiso perduto. La mia infanzia è legata inevitabilmente a quelle case e a quei prati tra gli anni ’50 e gli anni ’60. In realtà io sono nato in Via Carlo Dolci, a due passi da piazzale Brescia, in quel tratto di circonvallazione che i milanesi percorrono con l’auto la domenica per andare a San Siro o per imboccare le autostrade che portano a nord-ovest. Il Giambellino è toccato dalla stessa circonvallazione ma è più vicino alla zona dei Navigli. E’ uno storico quartiere popolare della città sviluppatosi fra le due guerre. E dato che i miei avevano lavori i cui orari non garantivano una crescita troppo tranquilla, io trascorrevo molto tempo nella casa di mio nonno che da sempre abitava li.” Abatantuono ricordare la nascita delle case del Giambellino volute dalla giunta comunale per gli immigrati dal Sud (allora era sindaco Aldo Aniasi) costruite seguendo il modello dei paesi scandinavi: “sembravano degli chalet e delle baite, solo che al posto del capriolo con la polenta si mangiavano i lampascioni, le cime di rapa e le orecchiette. Per ingentilire ulteriormente l’operazione al quartierino venne appioppata una topografia dei nomi floreali: Via degli Oleandri, Via dei Gigli, Via delle Ortensie, delle Viole, dei Mughetti. Il tutto impreziosito dall’altisonante largo Brasilia, per dare al quartiere un non so che di carioca che con il meneghino e il finnico non c’entrava un tubo ma al Comune, che evidentemente non sapeva cosa vuol dire, piaceva così: morale quelle case che dovevano durare un lustro esistono ancora adesso. Quelle di legno no, invece di cinque anni ne resistettero “solo” trentacinque… Degli amici della mia compagnia d’infanzia un po’ sono morti, un altro po’ sono in galera o in comunità. Un gruppo ce l’ha fatta. Il clima era tosto. Abitavamo vicino ad Enrico Mentana, attuale direttore del Tg5. Si può dire che siamo cresciuti insieme, o meglio diciamo “parallelamente” perché lui abitava nei condomini dell’Edison, o qualcosa del genere, era decisamente una condizione diversa. Anche Claudio Cecchetto viene da quelle parti, però non so quanto possa interessare.”
Il negozio dei genitori era in via Carlo Dolci, quello del nonno in Via Rembrandt. Il piccolo Diego va all’asilo al Giambellino: “era strepitoso il ritorno dall’asilo, dalla scuola, perché le case, tutte uguali, avevano la cucina che dava sulla strada. Quando arrivavi, affamato, sentivi i menù di tutto il quartiere: frittata, cotolette, spaghetti, vongole, cime di rapa… Mi veniva una fame!”
Abatantuono ricorda i giochi d’infanzia: le figurine dei calciatori, i razzi in una bottiglia puntati verso le finestre aperte dei piani superiori del condomininio: “potevi sbagliarne uno, ma il secondo entrava matematico, era come andare al cinema. Questa guerra la si faceva all’ora di cena, quando Mentana faceva i compiti. Abitudine che gli è rimasta. Infatti oggi a quell’ora conduce il Tg5. L’estate la collego anche al Giro d’Italia, si andava a comprare dal cartolaio le biglie per sabbia, quelle di plastica leggera vuote dentro, con la fotografia del ciclista. Le si apriva, si toglieva la foto e la si appiccicava sul nostro tollino che d’incanto diventava Baldini, De Filippis, Massigliar. I più poveri ritagliavano le facce dai giornali quindi, già discriminati fra gli sfigati, avevano i corridori in bianco e nero. Pareva il giro d’Italia del Giambellino…. Nelle sere d’estate c’erano le lucciole, milioni di lucciole al Giambellino. Le prendevamo, le chiudevamo nelle bottiglie e andavamo in giro con queste torce…”
Da Via Dolci Diego si trasferisce in piazzale Velasquez: “il nostro appartamento era nella stessa casa dove abitava Gianni Rivera”. Abatantuono ricorda anche l’estate, finita la scuola, passata al Lido di Milano, dove c’era una grandissima piscina, “luogo di aggregazione e di divertimento che nei giorni di maggiore afa ricordava un po’ le spiagge più popolari e popolose della riviera Adriatica. Situato in piazzale Lotto, nella zona ovest della città, a pochi passi dallo stadio. Non era distante né dal Giambellino, né dai suoi confini più metropolitani, dove abitavo coi miei. Appena finiva il periodo della scuola apriva il Lido. Noi ci andavamo tutti i giorni, entravamo alle nove di mattina ed uscivamo alle sette di sera… I frequentatori del Lido appartenevano ad un mondo variegato. C’erano quelli che facevano i figli e se ne stavano tutti nella stessa zona, verso la vasca piccola. Poi c’erano delle signore che secondo noi la sera facevano le troie. C’erano quelli che andavano a giocare ai cavalli li vicino, all’Ippodromo di San Siro, che se ne stavano nella zona del parco, accanto a un baretto che vendeva delle cose schifose, ma a loro evidentemente sembrava il massimo. C’erano poi tutti quelli che di solito non fanno un cazzo. E poi c’erano quelli come noi, e la gente normale che nelle pause di lavoro scappava dentro a fare una vasca…”
Dopo le scuole medie Abatantuono si iscrive all’Istituto Giacomo Leopardi di Milano: “una scuola con un Preside pazzesco, si chiamava Iann, un cognome che era quasi un soprannome. Piccolino, democristiano classico, metà Stato, metà Chiesa, proprio con l’atteggiamento del fanfaniano. Una volta ho preso una sberla tremenda dal preside Iann, e li ho capito che non sono un delinquente, gli avrei ridato volentieri la sberla, ma non l’ho fatto. Non sono un violento. Stavamo andando a una gita, tutti allegri ridevamo, e a un certo punto ho sentito come un fischio in un orecchio e ho detto: qualcuno mi pensa. Mi giro e pam! una legnata in faccia. Ma perché? La sostanza era che mi ero messo il dito nell’orecchio. Non c’era volgarità nel mio gesto, l’avevo fatto così, capita: l’orecchio c’è esiste il dito… Una volta mi avevano accusato di aver toccato il sedere a una mia coetanea. Chiamarono mia mamma pensando che mi avrebbe sgridato, e la Rosa: mei inscì. Ha fatto bene, vuol dire che l’è minga un cù, vuol dire che è un ragazzo normale… Lei era fatta così.” Altro rapporto problematico quello con i preti: “in Via Osoppo c’era l’oratorio. Io andavo giocare li, come tutti a quell’età. Don Antonio, il prete dell’oratorio, era un prete energico. Una volta anche lui mi diede uno schiaffo, uno dei pochi della mia vita, ma una legnata! Da allora per colpa sua, ci tengo a dirlo, non ho più frequentato quegli ambienti. Così impara a dare gli schiaffi ai bambini. La storia è questa: giocavamo a gincana, una variante del ping-pong, e quello dietro mi tira un calcio con la punta della scarpa sull’osso sacro. Che male! Io quasi svengo e questo mi guarda e ride. Appena mi riprendo incomincio ad inseguirlo. Lui scatta e io dietro, in mezzo al polverone. A un certo punto, non riuscendo a raggiungerlo, gli sputo da dietro. Non si fa, bambini! Gli sputo e mi fermo per le lacrime agli occhi per il nervoso, mi giro e mi arriva un tram in faccia. Mi tocco e sento la forma delle cinque dita, e questo Don Antonio, giovane, incazzato, che me ne dice di tutti i colori. Sono andato via dall’oratorio e non sono mai più entrato in nessun oratorio in vita mia e nemmeno in Chiesa per le funzioni. L’ho odiato e provo ancora odio adesso appena vedo un prete.”
Nella seconda metà degli anni ’60 inizia a cambiare qualcosa a Milano: “dopo un boom dovuto al fatto che l’artigiano che lavorava bene era quella che lavorava di più, la mentalità della gente incominciò a cambiare. Arrivarono le grosse catene commerciali, le scarpe costavano molto meno, e non valeva più la pena ripararle con cura. Così il negozio di calzoleria di via Dolci cominciò a funzionare meno. Fu un peccato perché Matteo aveva imparato egregiamente quel lavoro, e se gli piaceva apparire oltre che essere, comunque in fin dei conti era uno che aveva cercato di integrarsi con dignità nella Milano dell’immigrazione…. Quando il negozio di calzoleria incominciò a perdere colpi mio padre con un’intuizione geniale decise di trasformare la calzoleria in libreria: un disastro! La libreria la apre un intellettuale, uno che legge i libri o per lo meno che se ne è occupato nella vita, ma che escalation c’è fra calzoleria e libreria? Quanti per la gente che passava davanti, che significato poteva avere lo stesso negozio da un giorno all’altro, con la stessa gestione, cambiare insegna? Fino al giorno prima ha visto mio padre con la fresa, col cuoio, con la colla. E il giorno dopo arriva e trova mia madre e mio padre, sempre gli stessi, fra gli scaffali pieni di splendidi volumi. Perché questo è il bello: non era una libreria normale, ma un negozio dove si vendevano edizioni sofisticatissime… Nel frattempo mio padre aveva come hobby una strana forma di artigianato, faceva delle navi di legno, dei modellini perfetti. Ecco allora che il negozio, già calzoleria e già libreria, divenne un negozio di modellismo e giocattoli, offrendo così a mio padre finalmente l’opportunità di divertirsi lavorando. La cosa positiva era che, come succedeva nei primi tempi per le scarpe, il negozio aveva una clientela abbastanza nutrita: la gente riconosceva a mio padre l’abilità del risuolatore, un micro-ingegnere navale. Per comprare le scatole di modellismo e per chiedere consigli venivano da tutte le parti di Milano. E poi i negozi di questo genere allora in città erano cinque o sei, e una volta che qualcuno veniva tirato dentro nel tunnel del “fai da te” in miniatura diventava un investimento fisso, poiché i posti ultraspecializzati avevano clienti che non li mollavano più… Nonostante il negozio non andasse malissimo i soldi comunque non bastavano. Mia madre aveva incominciato, durante il periodo della folgorante idea del movimento culturale, a lavorare al Derby Club. Mia zia Angela aveva sposato Gianni Bongiovanni, che proveniva da una tradizione famigliare di ristoratori. I genitori di mio zio avevano aperto un ristorante in una villetta in viale Monterosa – a due passi da piazzale Lotto, dalla Fiera, dall’Ippodromo,e dallo stadio di San Siro – dove, oltre al ristorante, avendo a disposizione qualche camera, facevano gli albergatori. Con il passare degli anni l’attività di ristorazione divenne via via secondaria rispetto a quella principale di ritrovo notturno. Nel seminterrato della villetta venne aperto dai miei zii un ritrovo dove si faceva jazz e che successivamente divenne un cabaret. A mia madre fu proposto di gestire il guardaroba del Derby, dalla sera fino a notte inoltrata. Insomma si spaccava in due per la fatica. La vita di Rosa era questa. Alle tre del pomeriggio partiva da casa ed apriva il negozio. Stava li dalle tre alle otto. Alle otto passava a prenderla il Giulio, uno dei camerieri del Derby. Arrivava alle nove metteva a posto il guardaroba, puliva, poi mangiava con i camerieri prima che arrivassero i clienti. Che non erano quattro ma quattrocento persone. All’epoca era il periodo delle pellicce, se avevi la pelliccia eri ricco. Tutta la sera e la notte così questo per venticinque anni. Io, quando cominciai a frequentare il Derby la vedevo: il sabato era uno straccio. Il Derby chiudeva alle quattro di mattina… A questo punto a uno verrebbe da pensare: tanto lavoro, tanto guadagno, visto che il guardaroba nei locali si paga. Non era così. A mia zia spettavano i soldi del guardaroba. Mia mamma prendeva solo le mance. Dopo venticinque anni di lavoro di notte, sotto terra, ammalandosi – perché mia mamma si è ammalata sgobbando in quelle condizioni – quando è andata via non le hanno nemmeno dato la liquidazione. Mia mamma al Derby era diventata un’istituzione, Rosa di qua, Rosa di la… La conoscevano tutti e le volevano bene. Quando il Derby chiudeva, che era quasi l’alba stava un’oretta a chiacchierare con i camerieri perché in realtà mia madre è una molto spiritosa, molto simpatica e anche molto bella. Era amica anche della maggior parte degli artisti che si esibivano li, così come dei frequentatori abituali, quelli che facevano ambiente. Ho una collezione a casa di foto storiche, con Rivera, Villaggio, Fred Buongusto, i più grandi artisti jazz del mondo, gli chansonnier francesi… Mia madre andava a letto tardissimo all’alba, lo spettacolo di cabaret al Derby finiva alle tre, mio padre poco prima. All’ultimo momento schizzavo fuori in ritardo e arrivavo in classe sfasato rispetto all’orario dell’entrata a scuola, già sapendo di essere “non competitivo” perché non avevo studiato a dovere, non avevo i compiti fatti, non avevo la merenda. Poi la macchina di mio padre che non partiva, scendevamo… un freddo tremendo… tentavamo di mettere in moto, andava… elementari e medie così. Ma non credo, nonostante questo, di essere stato un bambino sfortunato. Il vero tesoro che mi porto dentro sono i valori che i miei genitori mi hanno trasmesso. L’onestà, la generosità, la sincerità, ma soprattutto il saper gioire della felicità altrui.”
Da tutte le sue esperienze infantili ed adolescenziali, e dalla frequentazione del Derby come spettatore Abatantuono armonizza in sé le due anime della propria origine e della propria che lo accompagneranno nella creazione dei suoi personaggi. Diego inizia a lavorare al Derby dapprima come addetto alle luci, quindi come direttore artistico, infine calca direttamente le scene al fianco di grandi comici del calibro di Massimo Boldi, Teo Teocoli ed Enzo Jannacci.
Dal 1977 lavora col gruppo dei Gatti di Vicolo di Miracoli, girando per l’Italia: all’Instabile di Genova, la Mela a Napoli, Black Shadow a Bologna, il Babbuino a Rimini, il Casino di Levanto, l’Otto Club di Sassuolo, il Purgatorio di Bari, l’Apollo 2000 di Conegliano, l’Excalibur di Verona, e nei teatri tenda con la Schola Cantorum, Amedeo Minghi, Adriano Pappalardo, Ivan Graziani, Renato Zero, Stefano Rosso.
Nel 1978 nasce La Tappezzeria, un originale spettacolo-contenitore (che verrà poi ripreso in tv nel programma Saltimbanchi si muore) scritto da Enzo Jannacci e Beppe Viola, con Boldi, Porcaro, Mauro Di Francesco e Giorgio Faletti. Renato Pozzetto lo fa esordire in Saxophone. Sempre per la televisione realizza Eurocalcio, Comica donna e Sponsor city, nel 1979 interpreta la fiction Poco a poco per la regia di Alberto Sironi, Saltimbanchi si muore varietà tv di Enzo Jannacci e Beppe Viola, con Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Teo Teocoli, Felice Andreasi, Massimo Boldi, Maurizio Micheli e i Repellenti (Diego Abatantuono, Mauro Di Francesco, Giorgio Faletti e Giorgio Porcaro), nel 1981 è la volta della trasmissione di RadioRai I repellenti,
Nel 1979 il ritorno al Derby, Abatantuono va ad abitare in piazza De Angeli, Renzo Arbore lo viene a vedere al Derby e gli assegna un cameo in Il Pap’Occhio
Nel 1980 è al Ciak diretto da Leo Watcher, parte la parodia della canzone di Lucio Dalla Caro amico ti scrivo, Abatantuono inizia ad interpretare il personaggio del pugliese (poi definito il terrunciello), divide il ruolo con Giorgio Porcaro. Intanto Diego ha esordite al cinema in ruoli di secondo piano: Stelle cadenti – Commissario Corso (1972), Liberi, armati, pericolosi di Romolo Guerrini (1976), Saxophone di Renato Pozzetto (1978), Arrivano i Gatti di Carlo Vanzina (1980). All’inizio degli anni ’80 le apparizioni cinematografiche aumentano sia come numero di film che come minuti di comparsa: è il fornaio che corteggia la signora Pina nel film Fantozzi contro tutti di Paolo Villaggio (1980), compare in Prestami tua moglie (1980), viene chiamato da Renzo Arbore per Il Pap’occhio film irriverente e dissacrante con uno strepitoso Roberto Benigni (1980). Altri film interpretati in questi anni sono: Fico d’India di Steno (1980), Una vacanza bestiale di Carlo Vanzina (1980), Prestami tua moglie di Giuliano Carnimeo (1980), I carabbinieri di Francesco Massaro (1981), I fichissimi di Carlo Vanzina (1981), Il tango della gelosia di Steno (1981) e in Sballato, gasato, completamente fuso di Steno (1982). “Nei primi film avevo partecipazioni così brevi che non potevo entrare con il personaggio in italiano, il resto è venuto di conseguenza.” Dopo una decina di film di apprendistato Diego non è più solo uno dei tanti attori emergenti: la sua popolarità cresce a dismisura, ed il suo nome comincia a girare per i corridoi di vari registi e produttori. Il 1983 è un anno di svolta: dopo avere affinato nei ruoli di secondo piano il carattere del personaggio del giovanotto meridionale trapiantato al nord, sbruffone e volgarotto che parla un dialetto tutto inventato e ridicolo, nato sul palcoscenico del Derby; Abantuono crea la figura mitica del “terrunciello” che porta al successo dapprima nel cabaret, e poi al cinema e in televisione. Nel “terrunciello” convivono tradizionalismo e anticonformismo. Abatantuono è ormai il protagonista di una serie di pellicole che ottengono un travolgente successo di pubblico, soprattutto fra quello più giovanile: Viulentemente… mia di Carlo Vanzina (1982), Eccezziuanale… veramente di Carlo Vanzina (1982), Scusa se è poco di Marco Vicario (1982), Grand’hotel Excelsior di Castellano e Pipolo (1982), Attilia flagello di Dio di Castellano e Pipolo (1982), Arrivano i miei di Nini Salerno (1983), Il ras del quartiere di Carlo Vanzina (1983). “Dopo il successo dei primissimi anni ’80 non è che non ho girato film, perché non me li proponevano, ma perché non li volevo fare: I pompieri, I Carabbinieri 3, Scuola di stronzi 1, 2 e 3. Insomma mi venivano chieste queste cose, ma farli era come rimangiarsi la parola data. La scelta di Euro Tv era l’ideale perché lavoravo, guadagnavo dei soldi, facevo esperienza e mi vedevano in pochi, così non mi sputtanavo troppo.” E così Abatantuono compare nella serie di telefilm Diego al cento per cento per la regia dei Vanzina, con Teocoli, Taverna, cioè Valerio Staffelli, e Tognella, maschera lombarda di proletario arguto inventata dall’attore Armando Russo.
Negli anni dal 1984 al 1986 niente cinema per Abatantuono che si è intanto trasferito in zona Fiera Campionaria; qualche altra comparsata in tv (Convoy varietà itinerante del 1984, Sponsor city varietà televisivo su Rete4, sempre del 1984), addirittura anche due dischi: La vita è un lunedì, sigla di Diego cento per cento, e Minimo, scritta con Alberto Radius, un’altra trasmissione tv (Italia mia, varietà televisivo della domenica pomeriggio con Maria Teresa Ruta, Sammy Barbot e Gigi Marzullo) nel 1986. Diego si dedica poi al teatro: interpreta a sorpresa un Don Giovanni di Moliere, rivestendo i panni di un originale Sganarello che rivela i tratti di una recitazione drammatica acuta e sensibile.
Nel 1986 Diego Abatantuono da una svolta alla sua carriera, casualmente incontra Pupi Avati che lo dirige in un gioiellino Regalo di Natale, film che avrà molto successo sia da parte di critica che di pubblico. Si scopre un nuovo Abantantono che interpreta il personaggio di un perdente con straordinaria efficacia: “Ero stanco di fare solo il comico, era difficile continuare a quei livelli, era più facile sbagliare che azzeccare. Volevo fare qualcosa di diverso, mi dicevo ‘vorrei fare un film tipo Pupi Avati’, lo citavo veramente. Un giorno vado a casa di una mia ex fidanzata con cui avevo abitato per anni, non vivevo da mesi in quella casa, suonò il telefono, risposi per abitudine, era Pupi Avati. Così nacque casualmente il mio rapporto con Avati, che è poi diventato soprattutto un rapporto di affetto, di stima e di amicizia.”
Trasformato da “clown” in attore capace di qualsiasi performance, a suo agio sia in ruoli drammatici, sia in altri più sfumati o grotteschi, Abatantuono si rivela come uno dei più incisivi interpreti del cinema italiano. “Ero arrivato al cinema con una quantità esagerata di materiale da cabaret. Iniziavo lo spettacolo in italiano e finivo con cinque minuti di “milanese al ciento ppe ciento”. Sul palco aggiungevo dieci minuti per sera, ogni tre sere dovevo tagliare mezz’ora. Funzionava così bene che la parte in dialetto si è mangiata il resto…Non ho cambiato modo di recitare: ho cercato di cambiare film. Fra gli estremi del comico da cabaret e del drammatico c’era quello che io volevo: la commedia all’italiana. Io, Salvatores e gli altri abbiamo cercato di reinventarla… Con Regalo di Natale ho fatto il salto dal linguaggio al personaggio, dal comico al drammatico: poi, tutto un lavoro a scalare verso la commedia all’italiana”.
Regalo di Natale segna un cambiamento nella carriera di Abatantuono, “andando in sala ci siamo resi conto che la gente non rideva…” Sempre grazie ad Avati ha un cameo in Ultimo minuto, indi prosegue la carriera di attore drammatico che dura ancora oggi: Strana la vita di Giuseppe Bertolucci (1988), I cammelli di Giuseppe Bertolucci (1988), Marrakech Express di Gabriele Salvatores (1989), Turnè di Gabriele Salavatores (1989), Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1991), Vacanze di Natale 90 di Enrico Oldoini (1990), Nel continente nero di Marco Risi (1992), Puerto Escondido di Gabriele Salvatores (1992), Arriva la bufera di Daniele Lucchetti (1992), Per amore solo per amore di Gianni Veronesi (1993), Il toro di Carlo Mazzacurati (1994), Camerieri di Leone Pompucci (1995), Viva San Isidro di Alessandro Cappelletti (1995) , Il barbiere di Rio di Giovanni Veronesi (1996), Nirvana di Gabriele Salvatores, Camere da letto di Simona Izzo (1997), Il testimone dello sposo di Pupi Avati (1997), Paparazzi di Neri Parenti (1998), Matrimoni di Cristina Comencini (1998), Figli di Annibale di Davide Ferrario (1999), Metronotte di Francesco Calogero (2000), Tifosi di Neri Parenti (2000), Concorrenza sleale di Ettore Scola (2001), Mari del sud di Ambrogio Brogini (2001), Amnesia (2002) di Gabriele Salvatores.
Abatantuono in questi anni è comparso pochissimo in tv, ricordiamo Il segreto del Sahara di Alberto Negrin (1987), Un ragazzo di Calabria di Luigi Comencini (1987), Eurocops serial tv di coproduzione europea (negli episodi italiani Abatantuono interpreta il Commissario Corso), La moglie ingenua e il marito malato di Mario Monicelli (1989), ma anche come testimonial del caciucco e di altri prodotti della Buitoni.
Abatantuono è ormai una star cinematografica internazionale: ha interpretato il Sergente Lo Russo di Mediterraneo, ha vestito i panni del bancario milanese disperso in Messico in Puerto Escondido di Salvatores; dagli Oscar con Mediterraneo, al Messico di Puerto Escondido, in Africa, anzi Nel continente nero, è stato Il barbiere di Rio nell’omonimo film di Veronesi: la carriera del secondo Abatantuono sembra un atlante, forse l’atlante della nuova commedia all’italiana.
Fra gli ultimi film interpretati da Diego Abatantuono Io non ho paura ennesimo capolavoro con la regia di Salvatores e Regalo di Natale la rivincita per la regia di Pupi Avati. Nella stagione 2003/2004 Diego Abatantuono è tornato in televisione con Colorado Caffè su Italia1, un successo ripetuto nella stagione successiva. Diego Abatantuono è un grande artista, ma anche un grande uomo, nel 2003 ho avuto l’onore di organizzare una serata in occasione del trigesimo della scomparsa di Walter Valdi al cospetto dei suoi amici e dei suoi famigliari. Diego Abatantuono, pur impegnato nella registrazione di Colorado Caffè, ha interrotto le prove ed ha registrato con me un ricordo dell’amico Valdi che è stato proiettato poche ore dopo al cospetto degli amici e dei famigliari di Valdi. “Era un uomo geniale, ricordo che una volta lo incontrai alla stazione di Parigi, e mi fece una battuta delle sue, da lui ho imparato molto.” Nella stagione televisiva 2004/5 Diego Abatantuono è ancora in tv con Scherzi a parte, assieme a Massimo Boldi e ad Alessia Marcuzzi.
Nel 2'005 Diego ritorna al cinema con il seguito di Eccezionuale veramente 2 per la regia di Carlo Vanzina con Sabrina Ferilli, Anna Maria Barbera, Nino Frassica, Mauro Di Francesco, Tony Sperandeo, Ugo Conti. Nel cast figurano anche I Turbolenti, Bove e li Mardi, Enrique Balbotin e Stefano Chiodaroli, comici reduci del Colarado Cafè. Abatantuono è di nuovo sul set per il nuovo film di Pupi Avati. Nel dicembre 2005 Abatantuono interpreta la fiction tv Il giudice Mastrangelo su Canale5 con Amanda Sandrelli, Antonio Catania, per la regia di Enrico Oldoini. Nel 2006 Abatantuono torna su Italia1 con COLORADO CAFE' LIVE, nel ruolo di Donato Cavallo: "non è che torno a farmi vedere in tv. E' che mi inquadrano, non posso farci niente". Gestore del bar del dopo-teatro, al termine di ogni puntata si ritrova con Paradise seduto al tavolino a stilare il comunicato stampa per quella successiva.

Televisione [modifica]

Varietà [modifica]

Fiction [modifica]

Teatro [modifica]

  • La tapezzeria
  • Cane di Puglia
  • Vengo a prenderti stasera (regista)

Pubblicità [modifica]

Discografia [modifica]

Libri [modifica]

Bibliografia [modifica]

Note [modifica]

 

 

 

Nell'ottobre 2012 Diego Abatantuono apre la stagione 2012/2013 del Teatro Manzoni di Milano, debuttando con la sua prima regia teatrale in prima nazionale il 4 ottobre con lo spettacolo «Vengo a prenderti stasera». I protagonisti della commedia sono due compagni storici di Diego Abatantuono, Nini Salerno e Mauro di Francesco. La vicenda narra l'incontro con la morte, la sua, di un attore (Mauro di Francesco) mai arrivato al successo. Nel tentativo di esorcizzarla, mette a nudo tutte le sue paure. La Morte invece (Nini Salerno), attraverso stupefacenti magie, cerca di persuaderlo a sparire subito e a farsi accompagnare nell'inferno dei «comici».