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TEMPO TV

Tempo Tv, società di diritto privato riconducibile al noto quotidiano romano Il Tempo e giuridicamente prima televisione privata italiana con interessi addirittura nazionali nasce il 19 dicembre 1956 a Roma amministrata da Renato Angiolillo. Fa istanza al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni chiedendo l’autorizzazione ad utilizzare canali per trasmissioni televisive al di fuori della concessione statale alla RAI, dichiarando l'impegno a uniformarsi alle norme vigenti sulla stampa e sui pubblici spettacoli. Il Tempo Tv dichiara di voler realizzare tale programma provvedendo all’installazione di impianti trasmittenti, studi di ripresa e ponti radio mobili per le trasmissioni esterne. L’iniziativa editoriale del gruppo mira a creare un servizio di radiodiffusione televisiva alimentato dai proventi della pubblicità inserita in un flusso di programmi da diffondere nel Lazio, in Campania ed in Toscana, con eventuale successiva estensione ad altre regioni, utilizzando sei frequenze (inutilizzate da RAI) in banda UHF. Con successiva istanza del 19 febbraio 1957, per l'attuazione del suo programma tecnico, il Tempo Tv richiede l'integrazione dell'assegnazione, puntando ad ottenere dieci canali in UHF tra 470 e 547 MHz. Con nota 8 marzo 1957 il Ministero risponde che, posti gli artt. 1 e 168, n. 5, del Codice postale e delle telecomunicazioni, aveva concesso in esclusiva alla RAI-Radiotelevisione italiana, fin dal 1952 (per 20 anni), l'esercizio dei "servizi di radiodiffusione e di televisione", sicché non può "prendere in considerazione nuove richieste di concessioni per lo stesso servizio". Risposta ovviamente prevista dagli istanti, che non aspettavano altro che un diniego da impugnare avanti al giudice amministrativo (al tempo, unico), con l'obiettivo di sollevare una questione di legittimità costituzionale sul monopolio delle trasmissioni tv della RAI. Con ricorso notificato il 18 aprile 1957 il gravame viene impugnato da Il Tempo Tv innanzi al Consiglio di Stato, motivando il ricorso con l'insussistenza, nell'ordinamento positivo, di un monopolio statale del servizio della televisione, e, subordinatamente, rilevando la ritenuta illegittimità costituzionale di tale (eventuale) monopolio, per eccesso del R.D. 27 febbraio 1936, n. 645 (che approvava il Codice postale), rispetto alla legge di delegazione 13 aprile 1933, n. 336, nonché il contrasto con gli artt. 21, 33 e 41 della Costituzione. In pratica Tempo Tv avvis una battaglia che si trascina fra la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato, fino a quando quest’ultimo nel luglio 1959 si accorge di questioni formali che danno torto alla società richiedente, ma, al tempo stesso, invia gli atti alla Corte Costituzionale essendo sorta una questione di legittimità su alcuni articoli del Codice Postale. Infatti la Sez. VI del Consiglio di Stato, con decisione interlocutoria parziale del 15 luglio 1959, n. 504, dichiara infondata l’insussistenza del monopolio statale e con ordinanza in pari data n. 505 manifestamente infondata la questione di costituzionalità relativa all'esorbitanza del Codice postale dai limiti della delega, rimettendo alla Corte - previa affermazione della rilevanza ai fini del decidere - le sole questioni relative alla compatibilità con gli artt. del Codice postale e delle telecomunicazioni (relativi al monopolio statale), "per la parte in cui concernono la televisione". L'ordinanza viene pertanto notificata alle parti in causa (Il Tempo Tv, RAI-Radiotelevisione italiana s.p.a. e Ministero delle poste e delle telecomunicazioni), nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri il 21 luglio 1959, dandone contestuale comunicazione ai Presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio successivo (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 12 settembre 1959, n. 220). Il Tempo Tv si costituisce formalmente il 26 settembre 1959, ma, contrariamente alle previsioni dei suoi giuristi, la Consulta dichiara la legittimità del monopolio statale radiotelevisivo, pur auspicando che venisse assicurata ad ogni manifestazione del pensiero la diffusione attraverso il mezzo televisivo. Nel maggio 1960 il Tribunale di Milano trasmette anch’esso alla Corte Costituzionale un quesito sulla compatibilità del monopolio con gli articoli 21, 33 e 41 della Costituzione, cioè con quelli che riguardano il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero, la libertà dell’arte e della scienza, e la libertà di iniziativa economica. Con sentenza del 13 luglio 1960 la Consulta (giudice relatore Sandulli) afferma quindi che, data la limitatezza di fatto dei canali utilizzabili (sic!), la televisione a mezzo di onde radioelettriche (radiotelevisione) si caratterizza indubbiamente come una attività predestinata, in regime di libera iniziativa, quanto meno all'oligopolio (totale o locale, a seconda che i servizi venissero realizzati su scala nazionale o su scala locale) e siccome tali servizi, se non fossero stati riservati allo Stato o a un ente statale da esso preposto, sarebbero caduti naturalmente nella disponibilità di uno o di pochi soggetti (prevedibilmente mossi da interessi particolari), non poteva considerarsi arbitrario neanche il riconoscimento della esistenza di ragioni "di utilità generale" idonee a giustificare, ai sensi dell'art. 43 Cost., l'avocazione, in esclusiva, dei servizi allo Stato, dato che questo, istituzionalmente, era in grado di esercitarli in più favorevoli condizioni di obbiettività, di imparzialità, di completezza e di continuità in tutto il territorio nazionale. Forse fu proprio questa ultima affermazione che peccò un po' d'ingenuità, accompagnata dall'affermazione dell'esigenza di leggi destinate "ad assicurare adeguate garanzie di imparzialità nel vaglio delle istanze di ammissione all'utilizzazione del servizio non contrastanti con l'ordinamento, con le esigenze tecniche e con altri interessi degni di tutela (varietà e dignità dei programmi, ecc.)". Sostanzialmente, nel 1960 la Corte Costituzionale confermava pertanto il monopolio RAI, pur esortando lo Stato a garantire un ampio accesso all'utilizzazione del servizio, basandosi sulle caratteristiche tecniche della radiotelevisione, la quale poteva operare solo su ristrette frequenze (Ruggero Righini).