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Stefano Zecchi

di Massimo Emanuelli

 

Stefano Zecchi, docente di estetica presso l'Università Statale di Milano, scrittore di successo, editorialista de IL GIORNALE e di altre storiche testate, è stato fra i primi (e pochi) intellettuali ad apparire in televisione, vincendo stupidi pregiudizi. Dal MAURIZIO COSTANZO SHOW a PORTA A PORTA, passando per L'INTERROGATORIO talk-show da lui condotto su Antenna 3 Lombardia. Assessore alla Cultura del Comune di Milano, autore de L'UOMO E' CIO' CHE GUARDA. TELEVISIONE E POPOLO, Stefano Zecchi è stato membro della giuria dei Telegatti edizione 2006.

Avvertenza: Massimo Emanuelli ha intervistato Stefano Zecchi e ha recensito i suoi libri diverse volte per Circuito Marconi e per L’Opinione delle Libertà pubblichiamo qui di seguito il ritratto di Stefano Zecchi e alcuni scambi di idee fra Zecchi ed Emanuelli in merito al libro di Zecchi L’uomo che guarda. Televisione e popolo.

 

STEFANO ZECCHI: UN ESTETA PER MILANO
 

Oltre a diverse apparizioni in parecchie trasmissioni televisive (Maurizio Costanzo Show e Porta a porta sopra tutte) e oltre ad avere scritto uno stupendo saggio sulla televisione, Stefano Zecchi ha condotto su Antenna 3 Lombardia, L’interrogatorio, l’unico talk-show politico non urlato della televisione italiana.

Stefano Zecchi nasce a Venezia il 18 febbraio 1945, dopo aver frequentato il liceo a Venezia decide di iscriversi alla Statale di Milano per seguire i corsi del professor Enzo Paci. Zecchi arriva a Milano nel 1964: “Milano ebbe subito per me un grande fascino, venivo da Venezia, una città ovattata, Milano rappresentava la contemporaneità, la modernità, l’incontro con la cultura vitale, con il mondo del lavoro. La mia prima residenza milanese fu il collegio universitario di Sesto San Giovanni, il sabato e la domenica tornavo a Venezia. Era la Milano post-boom economico, ci si avvicinava alle grandi tensioni politiche e sociali. Furono anni fondamentali per la cultura italiana, e Milano era all’avanguardia.”
Conseguita la laurea Zecchi inizia ad insegnare in provincia di Milano in scuole medie superiori, dal 1969 decide di abitare definitivamente a Milano in via Mosè Bianchi. Nel 1972 esce il suo primo libro, Fenomenologia dell’esperienza. Saggio su Husserl, rielaborazione della sua tesi di laurea, cui seguono, nel 1974, Utopia e speranza nel comunismo, e nel 1978 La fenomenologia dopo Husser nella cultura contemporanea.
Zecchi inizia la sua carriera accademica a Padova, come assistente di Dino Formaggio, ma mantiene la casa milanese, e torna frequentemente nella nostra città. Zecchi trascorre un lungo periodo anche in Germania per motivi di studio, quindi insegna per tre anni Storia dell’arte occidentale a Kagor, “in India vi sono università organizzatissime, si leggono nove milioni di giornali (quanti se ne stampano in Italia), si stampano più riviste culturali che a New York”
Rientrato in Italia nel 1983 Zecchi pubblica La fenomenologia e La magia dei saggi, nel 1984 è la volta de La fondazione utopica dell’arte, sempre nel 1984 Zecchi diventa ordinario di estetica all’Università Statale di Milano. Zecchi vive gli anni della “Milano da bere” assorto nei suoi studi: “gli anni ’80 furono una reazione alla Milano degli anni di piombo, si ritornò a vivere.”. Zecchi è ancora un personaggio noto al mondo degli studenti e dei docenti, il suo mondo, la svolta si ha nel 1988: “venni invitato al Maurizio Costanzo Show per spiegare il significato di un convegno sulla bellezza da me organizzato. Ricordo che pur essendo ordinario da diversi anni, pur avendo già pubblicato saggi tradotti in molte lingue europee e una rubrica fissa su Il Giornale diretto da Indro Montanelli, tale scelta non fu approvata. Dovetti pagare il prezzo della diffidenza dell’accademia, del disprezzo neppure troppo simulato dell’intellighenzia snob, di destra e di sinistra che è poi è quella che conta in Italia. Ricordo l’avventura di un ottimo collega molto bravo a comunicare in televisione, penalizzato nella sua carriera accademica, bocciato in modo sfacciatamente ingiusto nei concorsi a cattedra, solo perché…. si vedeva in televisione al Maurizio Costanzo Show. Quando ha rinunciato a “farsi vedere” è diventato professore ordinario. Certo, si ricevevano anche gratificazioni significative: chi riusciva ad entrare in un efficace rapporto di comunicazione con la gente, facendola discutere sui suoi problemi reali, otteneva grande popolarità, quella di un intellettuale nazionalpopolare, qualifica però generalmente non amata dall’intellettuale raffinato. Ancora oggi l’intellettuale che frequenta un salotto televisivo è guardato con sospetto che cela comunque disapprovazione. Non si arriva più a un’esplicita accusa di volgarità, superficialità, protagonismo come accadeva qualche anno fa, ma in generale non è cambiato il giudizio negativo. Zecchi ricorda le critiche che gli piovevano addosso quando incominciò a partecipare al Maurizio Costanzo Show: “erano dirette alla mia persona, non a quello che dicevo, né tanto meno a quello che avevo scritto: ero visto “in televisione” e questo era un fatto riprovevole. L’intellettuale popolare è una figura grottesca e scientificamente di terz’ordine. Conservo un ritaglio di giornale in cui le obiezioni che mi venivano rivolte, per le mie presenze televisive, erano perfettamente simmetriche, espresse quasi con gli stessi sentimenti e le stesse frasi a quelli (che conservo altrettanto gelosamente) rivolte una quarantina di anni prima ad Enzo Paci, il mio maestro, perché scriveva sul settimanale Oggi.
Sarà sufficiente aspettare un po’ di tempo e si verificherà una situazione analoga a quella avuta con i giornali: chi non avrà un proprio spazio televisivo sarà considerato come chi oggi non ha una propria presenza su un quotidiano. I salotti televisivi si moltiplicano, e sono convinto che, sotto sotto, intellettuali, scrittori, professori – naturalmente senza ammetterlo – fanno la fila ad essere invitati. Ma ufficialmente e pubblicamente la mentalità non è cambiata: il vero uomo di cultura se ne sta alla larga da un mezzo di comunicazione di massa come la televisione, e chi si è trovato a frequentarla (obtorto collo, ovviamente a sentire lui) non ti risparmia la solita lamentela: sono stato invitato al programma XY e mi hanno sempre interrotto, non sono riuscito a finire una frase, e poi, come è possibile parlare in due minuti di un argomento come il disagio giovanile!”.
Certo, per un tema così complesso due minuti non sono molti, ma pensare di poter parlare in televisione per un’ora significa non voler capire cosa sia stata la televisione e pretendere di modellare lo strumento alle proprie abitudini e capacità comunicative. Pretesa impossibile e anche ingenua. Di conseguenza permane il solito pregiudizio: in televisione tutto si banalizza, nulla è risparmiato dalla volgarizzazione.
Il rapporto dell’intellettuale con i giornali, invece, sembra ormai organico e consolidato. Quando l’editorialista è un intellettuale, prevalentemente un accademico, è il giornale ad andare incontro alle esigenze dell’intellettuale, non viceversa come dovrebbe essere. Il rapporto fra intellettuale e giornale non è in funzione del pubblico, ma dell’accademia.
Ci sono eccellenti editorialisti accademici, come Panebianco e Sartori: le loro analisi delle questioni politiche, sociali, economiche, potrebbero essere breve sintesi di un corso universitario. Ma chi sono i loro interlocutori? Loro stessi, il mondo accademico, quelle 500-600 persone che riescono a seguire i loro discorsi, non la gente comune e neppure i politici. Ho sentito molte volte il professor Sartori, lamentarsi del fatto che le sue riflessioni sul sistema elettorale, pubblicate sul giornale, per lo più non vengono capite. E infatti, come in Italia i libri hanno pochi lettori perché spesso gli autori quando scrivono non pensano al grande pubblico, ma ai critici letterari con la speranza di diventare premi Nobel, così i giornali vendono poche copie perché non c’è rispetto per il lettore, cioè per il suo modo di avvicinarsi alla lettura come strumento di comunicazione e commento delle notizie. Dovrebbe far riflettere il fatto che si leggono più giornali a Calcutta (9 milioni di copie) che in tutta Italia.
L’atteggiamento dell’intellettuale che scrive sui giornali è analogo a quello che egli tiene in un programma televisivo quando è invitato a dire la sua opinione: cerca di usare sempre un linguaggio da esperto, ma è troppo semplice, ma è troppo disinvolto, per timore di snaturare il proprio ruolo sociale e volgarizzare la propria dignità scientifica. Come pensa di avere per interlocutori il proprio collega, pronto a giudicarlo, quando scrive per un giornale, così suppone che dall’altra parte del teleschermo, sia in agguato il Rettore della sua università.
Certo, di questi intellettuali, che scambiano la sedia davanti alle telecamere per la loro cattedra, ce ne sono che girano in televisione, ma ghettizzati, rinchiusi in programmi che nessun guarda, che piacciono soltanto al conduttore e ai parenti degli invitati.
Zecchi diventa un personaggio nazional-popolare grazie alle sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show: “Maurizio Costanzo ha inventato il talk show italiano: per me è difficile parlare di lui perché mi fa velo l’affetto, la stima e il ricordo del rispetto che mi ha sempre apertamente dimostrato. Nella sua trasmissione tutti gli ospiti partivano da zero, erano tutti uguali al nastro di partenza. La bravura di Costanzo era di saper scegliere il boccone da attaccare all’amo ed aspettare. L’aiuto di Franco Bracardi, il pianista, era essenziale nelle chiusure e sottolineature dei dialoghi, perché influenzava sia gli ospiti sia il pubblico in sala; il regista della trasmissione, Paolo Pietrangeli, diceva che dal modo e dal numero delle volte in cui suonava il piano Bracardi si capiva come era andata la puntata. Pietrangeli, poi, era un fondamentale interprete estetico del talk-show che, visto dalla platea del teatro Parioli, sembrava tutta un’altra cosa rispetto a ciò che la gente guardava a casa. La telecamere non necessariamente si soffermava sulla persona che parlava, giocava sulla facce degli ospiti o sui particolari dei loro vestiti e poi sul pubblico in sala, dando movimento alle immagini indipendentemente dalle parole. Ho visto politici di serie A bere un bicchiere d’acqua con la mano che tremava dall’emozione prima di entrare sul palcoscenico, perché chiunque era ben consapevole che li sopra non era facile stare, che si doveva essere in grado di esporre le proprie idee in un tempo molto diverso da quello in cui si era abituati e che – di conseguenza – era fondamentale sia avere idee chiare, sia saperle comunicare.
Naturalmente la sua redazione mi informava prima sul tema della serata, mi avrebbe anche detto quali sarebbero stati gli ospiti, ma io preferivo non saperlo: preferivo la sorpresa. Li incontravo nei corridoi in teatro, fra il fumo delle sigarette, o in uno stanzino angusto dove c’era un vassoio con tramezzini e bottiglie d’acqua. Credo che il Maurizio Costanzo Show, così come era fatto fra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, fosse in televisione l’unica possibile e fedele realizzazione di comunicazione culturale nazionalpopolare, che avrebbe avuto l’approvazione di Gramsci e del Pasolini degli anni ’70. Un intellettuale ha il dovere di intervenire nei mezzi di comunicazione di massa quando è possibile, quando è invitato.”
Vastissima è l’attività saggistica di Zecchi: La bellezza (1990), Verso dove (1991), Storia dell’estetica (con Elio Franzini, 1995), Sillabario del nuovo millennio (1995), Il brutto e il bello (1995), L’artista armato (1998). Stefano Zecchi è anche apprezzato romanziere, ha infatti pubblicato: Estasi (1993), Sensualità (1995, con cui ha vinto il Premio Bancarella nel 1996), L’incantesimo (1997), e Fedeltà (2001). Fra le altre opere di Stefano Zecchi ricordiamo: L’arte di guardare (1999).
Attento e sapiente osservatore dei cambiamenti culturali e sociali del nostro paese, riesce a rendere accessibile ai più la materia filosofica, senza scadere nella banalità. Personaggio eclettico, in mille faccende affacendato, Zecchi, tifoso del Milan, è anche giornalista. Il suo talk show L’interrogatorio, andato in onda su Antenna 3 Lombardia, è stato uno dei pochissimi esempi di televisione non urlata. Editorialista de Il Giornale e di Gente, ha anche collaboratore per Il Giorno. “La mia esperienza giornalistica nacque grazie ad Indro Montanelli che chiamò come collaboratore, passai poi a L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri, quindi segui Feltri al Quotidiano Nazionale (Il Giorno), sono tornato a Il Giornale con la direzione di Maurizio Belpietro, ed oggi collaboro anche con il settimanale Gente.“
Chi entra Papa in conclave in esce Cardinale, questo detto si addice per Stefano Zecchi che ben due volte è indicato come assessore alla cultura, nella prima giunta Albertini (1997) e nella prima giunta Colli (1999), ma la cosa non si realizzerà, alla mia domanda: la prossima volta sarà quella buona? Zecchi risponde “io sono sempre molto disponibile, comprendo che vi possono essere state ragioni politiche legate ad altre scelte, la politica non può essere indipendente dalle sue esigenze di equilibrio. Avrei fatto molto volentieri l’assessore, ma guardando indietro non me ne pento poiché in questi anni ho lavorato molto come scrittore, ho avuto la possibilità di avere un grande autore come Mondadori, grazie al quale ho realizzato il mio sogno nel cassetto: quello di pubblicare romanzi.” Nel 2000 Stefano Zecchi si candida al consiglio comunale di Venezia: “seguii il consiglio di mia madre: devi sempre andare con chi ti vuol bene, e chi ti vuol bene si manifesta. A Venezia, che è la mia città di nascita, ho ancora molti amici e parenti, i dirigenti veneziani di Forza Italia mi chiesero di candidarmi, venni eletto e mi scelsero come capogruppo, impegno che mantengo tuttora.” E così un altro Zecchi si aggiunge alla storia del consiglio comunale veneziano, ricordo infatti a Stefano Zecchi che consigliere comunale e assessore della città lagunare fu Giorgio Zecchi, un grandissimo personaggio che scopro essere stato lo zio di Stefano. A Zecchi fa piacere che io ricordi questo grande personaggio, “anche se eravamo su sponde politiche diverse”, Giorgio Zecchi infatti fu eletto nel Psi, quindi passò nel Psiup, e venne eletto infine nel Pci.
Tornando allo Stefano Zecchi “milanese” il nostro parla dei suoi itinerari cittadini: “non essendo milanese ho dei luoghi vellutati, i miei itinerari sono quelli della zona Magenta, dove abito e dove in pratica ho sempre abitato, la zona dell’Università Statale, quella di Sant’Ambrogio e Brera. Sono un milanese occidentale, frequento poco la zona di città studi.”
Dopo il successo di Capire l’arte (2000), da pochi giorni è uscito per i tipi della Mondadori il romanzo Amata per caso. La storia vera di un’adozione.
 


STEFANO ZECCHI L’UOMO CHE GUARDA (LA TV)
 

Stefano Zecchi, docente, giornalista, personaggio televisivo, e, da pochi mesi, assessore alla cultura del Comune di Milano, ha recentemente pubblicato per i tipi della Mondadori L’uomo è ciò che guarda. Televisione e popolo, interessante analisi sociologica del rapporto fra intellettuali e televisione, dalla nascita del piccolo schermo ad oggi. Ne approfitto per fare quattro chiacchiere con lui, mio ospite in radio ai tempi di Circuito Marconi, per parlare di televisione, cultura e scuola, due mondi apparentemente separati, che siamo riusciti a conciliare.
Sono conciliabili cultura e scuola con la televisione? La televisione può essere un aiuto e una sfida. Un aiuto perché nulla esclude che sia un’ottima alleata della cultura scritta. Già molte trasmissioni offrono un eccellente supporto a un insegnamento di qualità. Almeno in parte, questa non dovrebbe essere la funzione del cosidetto servizio pubblico televisivo? Una sfida, anche, perché si deve rendere la cultura scolastica concorrenziale all’immagine, cioè più sensata, più profonda e più attraente di quella televisiva. Ricordo che a metà degli anni ‘90 sulla prima rete della Rai c’era, nel pomeriggio, un programma per ragazzi chiamato Solletico. Al suo interno io tenevo delle lezioni per spiegare nel modo più semplice l’arte moderna ai bambini delle elementari e delle medie. Avevamo stabilito un interessante rapporto con le scuole e le famiglie, a dimostrazione che la televisione non è il mostro da cui difendersi ma uno strumento che può andare incontro agli insegnanti e a quei genitori che si interessano realmente all’educazione dei propri figli. Gli ascolti erano buoni, ma non tanto da superare quelli di Mediaset, che nella stessa fascia oraria trasmetteva cartoni animati giapponesi. Conclusione: chiusura di Solletico. D’altra parte se è vero che il percorso formativo della scuola non è sostituibile, le opere fondamentali della nostra cultura, una volta usciti dalle aule non si leggono più, è altrettanto vero che I promessi sposi o le opere di Pirandello o di Shakespeare possono essere visti in televisione da milioni di persone, e sono comunque opere e scrittori più conosciuti oggi che in passato. La televisione è un formidabile strumento di informazione, di cultura e di divertimento, con cui “la civiltà del libro e della scuola” deve gareggiare. Se un intellettuale ha una superiorità sugli altri si deve al fatto che conoscendo “la verità” – conoscendo meglio di altri alcune cose – non avendo paura di dirla e non avendo alcun timore riverenziale per “l’intollerante ufficialità televisiva” è capace di esprimere un giudizio “sul bene o sul male”, senza rimanere neutrale o senza fingerlo di esserlo, almeno per quanto riguarda la sue competenze, in questo Vittorio Sgarbi è un maestro.
La televisione è oggi lo strumento che può unire intellettuali e popolo. Si tratta di un legame difficile, ma le stesse idee, gli stessi valori che sono contenuti nei libri, materia di educazione scolastica, di convegni, di corsi universitari ecc. possono (devono) trovare anche il loro spazio in televisione. Questa predominanza del messaggio sul mezzo, un capovolgimento della tesi di McLuhan (che ritiene sia il mezzo a farne il messaggio) e quindi la possibilità di usare la televisione per trasmettere conoscenze, è per un intellettuale nazionalpopolare una scommessa sul destino stesso della cultura. La scommessa è vinta se le stesse idee e gli stessi valori che sono oggetto dei suoi studi e dei suoi libri possono essere recepiti dai mezzi di comunicazione di massa, possono essere comunicati con il linguaggio della televisione.
Zecchi fa riferimento al festival della letteratura di Mantova, un evento celebrato per l’interesse che riscuote fra i giovani, per la presenza di vedette internazionali della cultura, per il riscontro che le molteplici occasioni di dibattito hanno sulla stampa nazionale e in televisione. Molti considerano quello di Mantova finalmente un evento cultura di massa finalmente antitelevisivo, invece non è affatto così. Tutto – dalla pubblicità alla promozione della manifestazione al mondo in cui gli scrittori parlano al pubblico, alla stessa fruizione degli interventi da parte della gente che fa uno zapping ideale muovendosi da un luogo all’altro in cui si svolgono i dibattiti – è fondamentalmente televisivo, è una replica mascherata del modello di comunicazione televisiva.
Iniziative culturali pubbliche di grande interesse (se penso alla lettura, a Milano della Divina Commedia o dell’Odissea) hanno successo popolare perché riescono a modulare la comunicazione televisiva all’interno di un evento che appare molto lontano da un talk-show televisivo.
Le elites culturali sono state “terremotate” dalla televisione insieme al loro tradizionale sistema di comunicazione: resistono nella loro autoreferenzialità.
Nella società mediatica la figura dell’intellettuale ha ancora un senso se si dissocia da qualsiasi aggregazione elitaria, se si rinuncia ad esibire un proprio elitarismo che ha solo una patetica funzione difensiva. Nemmeno nell’università questo elitarismo culturale è più ammissibile (anche se è largamente praticato) per la radicale trasformazione accademica, che privilegia la quantità delle iscrizioni ai corsi delle facoltà sulla qualità dell’insegnamento e sul rigore della selezione dei giovani. Soltanto dieci anni fa, pensare che le università potessero usare i giornali per fare pubblcità alle loro offerte formative, cercando di invogliare i giovani a iscriversi nelle loro sedi, era pura follia.
Tuttavia, nonostante una realtà che suggerisce modi diversi di avvicinare la cultura, mezzi di comunicazione e popolo, le resistenze dell’intellettuale per rimanere nei propri tradizionali spazi elitari sono ferree.
La divulgazione cultura è generalmente guardata con sufficienza dai nostri intellettuali, più preoccupati di sentirsi dire “bravi” dai colleghi e di aspirare – magari – a qualche premio prestigioso, piuttosto che trasmettere il loro sapere alla gente. La divulgazione viene considerata una banalizzazione delle proprie conoscenze scientifiche e una diminuzione del proprio prestigio culturale. Alla base di questo modo di pensare c’è il disprezzo per la figura dell’intellettuale nazionalpopolare.
La televisione, oggi, può essere un’opportunità per ristabilire un equilibrato rapporto fra intellettuale e popolo, non un mezzo per separare la cultura “alta” dalla massa e neppure l’occasione di un lamento per rivendicare una patetica, aristocratica distanza dell’intellettuale dalla comunicazione di massa.
Oltre ad esaminare il rapporto fra cultura, scuola e televisione, nel suo libro Zecchi parla di alcune trasmissioni telvisive. Dopo avere ricordato il suo esordio al Maurizio Costanzo Show, Zecchi parla di altre trasmissioni cult della tv italiana degli ultimi anni: Porta a Porta, Otto e mezzo, Il Processo di Aldo Biscardi, e infine si sofferma sul fenomeno dei reality.
Porta a Porta, si basa su principi del tutto diversi dal Maurizio Costanzo Show “classico” (cioè quello con la passerella finale e Franco Bracardi al pianoforte). Il tema della serata è rigorosamente definito con una precisa scansione d’approfondimento, mentre da Costanzo poteva capitare di iniziare con un argomento e finire parlando di tutt’altra cosa. Anche gli ospiti della trasmissione sono invitati sulla base delle loro competenze e, possibilmente, della notorietà già acquisita. Da Costanzo, invece, arrivava un po’ tutto. Più di una volta, guardando il mio vicino di sedia, mi sono domandato cosa facesse. Da Vespa, simili dubbi non mi hanno mai sfiorato la mente. Vespa ha dei foglietti sulla sua scrivania: sono disposti con una studiata simmetria, hanno un ordine per nulla casuale, suggeriscono la successione e i tempi di ogni aspetto del problema da trattare, segnalano i contributi filmati da mandare in onda. Tutto diverso dalla cartelletta di Costanzo con quelle paginette che lui gira e rigira… Quante volte l’ho sentito borbottare dietro di me: “ma dove l’hanno messo!” (naturalmente in romanesco). Sui fogli che utilizza Vespa ci sono anche brevi sintesi delle opinioni degli ospiti in merito all’argomento della serata: materiale preparato dalla sua formidabile configurazione per dare una configurazione o una scansione alla trasmissione che difficilmente non vengono rispettate. Quando Vespa rimane dietro la scrivania significa che tutto è sotto controllo; se si sposta davanti alla scrivania è il segnale che sta succedendo qualcosa che potrebbe infrangere le regole (regole, ovviamente, di un’idea di discussione che è nella mente del conduttore). L’ospite “normale” (come me) vede Vespa esattamente nel momento in cui lo vede la gente a casa, cioè quando fa il suo ingresso in studio: la stretta di mano, perciò, non è affatto un inutile formalità. Una manfrina è invece quella dell’invitato che, dopo essere entrato, saluta le persone che sono già presenti: in realtà sono stati insieme prima della trasmissione almeno mezz’ora, seduti su comode poltrone in un salottino. Poi ci sono anche gli ospiti “super”: non li ho mai incontrati, ma credo abbiano un altro trattamento. Vespa esige dalla sua redazione quello che il maestro Muti pretende dall’orchestra della Scala: se decide di fare una trasmissione sulla situazione politica nel pianeta Marte, vuole che la redazione porti in studio il presidente dei marziani… e naturalmente il capo dell’opposizione. E l’intellettuale, la persona di cultura, dovrebbe rifiutare l’invito di Vespa, perché la televisione inquina la profondità del suo pensiero. Porta a Porta è proprio l’esempio dello spazio mediatico che oggi meglio si apre alla cultura popolare. E’ uno spazio di comunicazione a sua volta molto difficile, perché oltre alla solita semplicità e chiarezza richiesta dalla televisione, la precisione con cui si sviluppa la trasmissione non concede molte opportunità di intervento.
Giuliano Ferrara nella sua trasmissione Otto e mezzo, sta di fronte ai suoi ospiti: a scanso di equivoci i conti si fanno con lui. Il Ferrara che vediamo oggi non è assolutamente quello della fine degli anni ‘80-inizi ’90 di Linea rovente o L’Istruttoria, dove l’elemento scenografico aveva un ruolo non trascurabile nel fondere informazione e spettacolo. Otto e mezzo ha idealmente le stesse caratteristiche de Il Foglio, il giornale di Ferrara: autorevolezza delle notizie del loro approfondimento che, ritrovano nel direttore del giornale e nel conduttore della trasmissione l’imprenscindibile punto di riferimento. Proprio come chi compra Il Foglio intende innanzitutto leggere l’opinione dell’Elefantino (cioè di Ferrara).
Come quarta tipologia si può considerare il talk che si confonde con il varietà, e il varietà che apre un sipario con ospiti non riconducibili al genere varietà. E’ il talk più rischioso per uno scrittore, una persona di cultura, perché è difficilissimo, se non impossibile, controllare lo sviluppo del dialogo con il conduttore. Si è nelle sue mani, e questi con una battuta di spirito potrebbe ridicolizzare in qualsiasi momento l’ospite e smontare in un attimo il senso della sua riflessione. D’altra parte, è un tipo di talk che può svolgersi solo in questo modo: la relazione comunicativa fra il conduttore e il suo interlocutore deve mantenere un andamento brillante, funzionale all’intrattenimento “leggero” della trasmissione, che punta più a divertire i telespettatori che a proporre loro i temi di riflessione.
Oggi, Markette, è il programma che meglio corrisponde a questo genere di talk, e Piero Chiambretti, il suo conduttore, sembra perfetto nel chiudere con sapienza la relazione fra ospite e spettacolo. Il modo in cui Chiambretti pone le domande e ascolta le risposte, l’atteggiamento con cui interviene commentando le repliche, il tipo di lessico che usa, preciso e insieme fantasioso, la struttura sintattica concisa delle sue frasi sembrano riunire le caratteristiche di due grandi del giornalismo e della televisione: Enzo Biagi e Renzo Arbore.
Alle quattro tipologie di talk descritti aggiungerei il Processo di Aldo Biscardi. Come tutti sanno, anche chi di calcio non vuole sapere niente, i programmi di sport parlato sono numerosissimi in ogni rete televisiva pubblica e privata. Quando Biscardi afferma che la sua è la madre di tutte le trasmissioni di calcio parlato, ha perfettamente ragione. Ma non tanto e non solo per motivi cronologici, quanto per il suo modello comunicativo, che si è imposto e diffuso come una malattia contagiosa. Talvolta Biscardi “impreziosisce” la trasmissione con figure esterne – politici, magistrati, intellettuali, attori – rispetto alla casta chiusa dei giornalisti sportivi, per cercare di ampliare il discorso con questioni di politica dello sport, con problemi sociali legati a determinati avvenimenti, come episodi di violenza e di droga. Ma quando c’è qualcuno che ha l’ardire di affrontare questi discorsi, ogni riflessione al riguardo cade nel vuoto: non interessa a nessuno, e se interessasse, sarebbe comunque l’ultima cosa che vuole ascoltare chi segue il programma.
Dei giornalisti-conduttori televisivi, Aldo Biscardi è il più conviviale (almeno con me). Una sera a cena, dopo la trasmissione, gli chiesi perché lasciava che tutti i microfoni degli ospiti rimanessero aperti. Generalmente il tecnico del suono apre e chiude i microfoni a seconda di chi parla, onde evitare che le voci si sovrappongono creando un incomprensibile frastuono. Perché questo non accade durante il Processo? gli avevo chiesto. Perché il bello del Processo è che non si capisce niente, è stata la risposta di Biscardi.
Da qualche anno la televisione italiana, seguendo l’esempio delle emittenti italiane ed europee, ha nei suoi palinsesti i reality show. Il Grande Fratello al suo esordio ha incontrato subito molti consensi da parte di intellettuali e critici di sinistra e di destra, i quali, senza mezzi termini e con argomentate considerazioni, hanno sostenuto che rappresentava la nuova frontiera della televisione; sembrava la replica metaforica della caduta del muro di Berlino. Forse vale la pena ricordare che Fabrizio Rondolino, ex braccio destra di D’Alema, era il responsabile della comunicazione del Grande Fratello, e che Barbara Palombelli, durante la prima edizione del programma, curava uno spazio settimanale di approfondimento su Stream (l’emittente che seguiva 24 ore su 24 ciò che accadeva dentro la casa dei reclusi) senza mai nascondere il suo interesse e la sua adesione al programma. Fior di intellettuali hanno fatto a gara per mettere in luce l’alto significato sociologico del Grande Fratello. Ora si che il popolo aveva davvero voce e poteva parlare direttamente, senza la mediazione degli addottoramenti dei vari professori, psicologi, scrittori che interpretano i loro problemi e hanno anche la presunzione di esprimere un opinione in proposito. Ecco finalmente una trasmissione che metteva al centro dell’attenzione al gente con le sue storie, i suoi desideri, le sue frustrazioni, nella loro semplicità, nella loro realtà.
Cosa che è quasi accaduta nell’edizione 2004 del Grande Fratello se il bestemmiatore non fosse stato allontanato dal moralismo degli incolti, che hanno preteso il suo pentimento! Questa volta l’intellettuale snob non ce l’ha fatta a difendere il bestemmiatore, fedele interprete della dottrina di Artaud, del moralista tipico del talk-show.
Zecchi rivela ricorda che il primo reality della storia della televisione italiana non è stato però il Grande Fratello, ma Davvero, originario format americano trasferito in Italia nel 1995 dall’allora direttore di Raidue Giovanni Minoli. In quel programma otto ragazzi venivano ripresi costantemente dalle telecamere piazzate all’interno dell’appartamento in cui alloggiavano. Dunque, un antesignano del reality di Canale5. Tuttavia Davvero non interessò nessuno, non suscitò discussioni, fu un vero fiasco. Certamente, come sottolinea Levi, non era stata predisposta alcuna macchina organizzativa che trasferisse l’attenzione della gente sulla trasmissione, come è accaduto con dispendio di mezzi per il Grande Fratello. Comunque, in Davvero, non ci fu nessun studio per selezionare il cast dei partecipanti e, soprattutto, non c’era un conduttore che orchestrasse lo spettacolo.
La composizione del cast dei reality è importantissima, perché deve corrispondere a un preciso campionario di caratteri umani stabilito dagli autori dello show.
C’è un episodio curioso accaduto nell’ultima puntata della prima edizione del Grande Fratello, che illustra tutta la falsa retorica che aleggia intorno alla realtà dei reality. Nello studio dove Daria Bignardi, la conduttrice, tira le fila della trasmissione, entra un cavallo. I cavalli sono come gli esseri umani: quando si emozionano un bisogno irrefrenabile di evacuare le feci. Il reality è stato sottoposto a una contestazione che, almeno, ne ha sottolineato gli aspetti mistificatori e di estremo cattivo gusto. Forse richiederebbe qualche ulteriore considerazione il fatto che una marea di giovani si presenta ogni volta alle selezioni del cast del programma, una marea che cresce con gli anni, non diminuisce.
Maurizio Costanzo è solito dire – e scrivere – che ci sono due televisioni: quella che si fa bene e quella che si fa male. Però si può fare bene una brutta televisione, e purtroppo fare male una buona televisione. Le conseguenze di una brutta televisione fatta bene – è il caso del Grande Fratello – sono ancora più devastanti per l’educazione giovanile. Il Grande Fratello ha ispirato altri reality che sono ancora meno “reali”, per esempio L’isola dei famosi. Una commedia che mostra il peggio dei personaggi “famosi” approdati sull’isola. Il medio, la parte positiva del loro carattere (probabilmente quella che ricordiamo del loro lavoro di attori, giornalisti ecc.), non interessa alla gente. La normalità non fa notizia, soprattutto non intriga nessuno; mentre ciò che è eccentrico, al di fuori dei canoni della quotidianità, diventa uno spettacolo che attrae con morbosa indecenza. Scene di pessimo gusto, litigi, esibizioni di un campionario di idiozie e di volgarità sono state programmati molto bene dagli autori dell’Isola dei famosi.
Se, infatti, accendendo la televisione la gente vedesse qualcuno dei personaggi sull’isola leggere la Divina Commedia e commentarla con un compagno d’avventura, si annoierebbe a morte e passerebbe certamente a un altro canale. Nell’ultima edizione dell’Isola dei famosi intorno ai presunti naufraghi c’erano trenta persone che lavoravano al programma, sull’isola erano state piazzate ventotto telecamere, di cui dieci per seguire le esibizioni dei concorrenti, sette installate nella cosidetta curva, sette per riprendere la prova di abilità, e quattro a infrarossi per la notte.
 


STEFANO ZECCHI E LA TELEVISIONE
 

E’ uscito per i tipi della Mondadori L’uomo è ciò che guarda. Televisione e popolo, nuovo libro di Stefano Zecchi.
Zecchi ha un quadruplice ruolo: docente universitario, giornalista, personaggio televisivo, e ultimamente anche politico come assessore alla cultura del Comune di Milano. Quattro ruoli apparentemente inconciliabili, ma che Zecchi coniuga benissimo, soprattutto il ruolo di intellettuale e di star televisiva, analisi della prima parte del libro.
Spesso si guarda la televisione non per soddisfare un interesse, per vedere un determinato programma, ma semplicemente perché non abbiamo niente di meglio da fare, per colmare un vuoto che cerchiamo di riempire con “quello che c’è”. E’ così che il piccolo schermo si impadronisce della nostra attenzione e del nostro tempo, e finisce per condizionarci, nel bene e nel male; a volte ci incuriosisce, ci informa, a volte ci annoia, ci irrita, ci disgusta. In questo saggio Zecchi, filosofo che non ha mai temuto di misurarsi con le platee dei talk-show e con le regole ferree della comunicazione televisiva, analizza la fenomenologia di alcuni programmi emblematici della televisione degli ultimi decenni (come il Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta e Il processo di Biscardi) e denuncia implacabilmente sia la deriva trash dei reality-show e di numerose trasmissioni di intrattenimento, sia l’incontenibile dilagare della volgarità. E, con fine ironia, sfera tutti quei colleghi che, sottraendosi per snobismo culturale al dovere di “sviluppare una critica interna al mondo televisivo” rifiutano il ruolo di “intellettuale nazionalpopolare” (così definito da Antonio Gramsci, sulla scia della tradizione post-risorgimentale e al quale il piccolo schermo offre nuove e insospettate opportunità) e rinunciano a un’”etica della responsabilità”, che dovrebbe indurre tutti a preoccuparsi delle conseguenze talvolta nefaste del potere esercitato dalla televisione sugli spettatori, soprattutto più giovani, e sulla loro formazione.
L’analisi di Zecchi parte dal materialismo ottocentesco citando la tesi del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia” trasformata in “l’uomo è ciò che guarda”. Se guardiamo un film in televisione, non è come se lo vedessimo al cinema, la stessa cosa vale per una partita di calcio che, vista in televisione, non è come se la vedessimo allo stadio, così accade per una commedia: stare davanti al teleschermo non è la stessa cosa che assistere alla sua rappresentazione in teatro. La televisione non è un “testo” che esige una scelta e implica una certa fatica, fisica e intellettuale, per essere affrontato, come accade quando si va a teatro, al cinema o allo stadio. Solo talvolta, e raramente, capita che si decida di guardare la televisione: per esempio in occasione di un importante avvenimento politico o sportivo, oppure quando si desidera avere l’approfondimento di un’informazione che ci riguarda. Allora decidiamo che è meglio stare davanti al teleschermo piuttosto che cenare con gli amici, andare al cinema, a teatro. Se escludiamo queste circostanze, la televisione colma essenzialmente un vuoto. Non sappiamo cosa fare e quindi la accendiamo; la sera si svolge nella più abitudinaria consuetudine famigliare e la televisione diventa quasi un sottofondo per due chiacchere che raccontano la giornata; siamo soli, non abbiamo voglia di fare niente di impegnativo e la televisione è un modo per scacciare la noia o la tristezza. Sono lontani i tempi in cui uno spettacolo come Lascia o raddoppia? riempiva di gente i bar che avevano la televisione: si voleva guardare, si arrivava in anticipo sull’orario di inizio per trovare il posto migliore, si discuteva di quello che si vedeva, ci si divertiva. Persino i cinematografi sospendevano le consuete programmazioni e installavano un televisore, per consentire alla gente di guadare la famosa trasmissione e di parteggiare per l’uno o per l’altro concorrente.
Era una televisione che si rivolgeva a un elite borghese, a una classe colta, ed aveva l’obiettivo dichiarato di alfabetizzare gli italiani (pensiamo a Telescuola, al programma di alfebetizzazione del maestro Manzi). L’avvento delle tv private ha cambiato tutto: la Rai ha voluto seguire le private, vi è una gara fra Rai e private su chi fa le cose peggiori, oggi quella tv rimpianta da molti si trova sui canali satellitari che si rivolgono a un pubblico come quello originario della tv.
Questo accadeva ieri – scrive Zecchi – quando ancora si decideva di guardare; oggi il vuoto riempito della televisione è la testimonianza dell’immenso potere televisivo e della sua capacità di stabilire una relazione diretta e forte con il popolo. La televisione riesce a impadronirsi del nostro tempo non perché sia bella, astuta, intelligente, ma perché trova il nostro vuoto esistenziale disponibile ad accoglierla.
In questo senso essa rende superflua qualsiasi meditazione fra noi e il programma e persino fra noi e il quotidiano e il settimanale che elenca le trasmissioni del giorno. Così il teleutente, in realtà, non ha alcun bisogno del critico che gli suggerisca di guardare un programma piuttosto che un altro: il critico tratta ancora la televisione come se fosse un “testo”, come se si trovasse nella situazione di suggerire la lettura di un libro o la visione di un film, influenzando il lettore che, in base al suo giudizio, decide o non decide di leggere o di andare a vedere: le sue recensioni possono essere utili per una riflessione sul prodotto televisivo, e, infatti, generalmente, sono autoreferenziali, si rivolgono agli addetti ai lavori.
Altrettanto inutile è il giornale che fornisce il dettaglio dei programmi, perché il telecomando, che rappresenta la libertà nella necessità, facendoci andare in su e in giù per i programmi, ci da la speranza di imbatterci in qualcosa di interessante. E’ molto rara la circostanza se non (appunto nel caso di un’informazione o di un suo approfondimento che stanno a cuore, oppure di un avvenimento sportivo) in cui accende la televisione all’ora prestabilita dell’inizio del programma. Anche il recente successo dei magazine televisivi non è dovuto alla maggiore richiesta della gente di conoscere in anticipo l’offerta della programmazione televisiva, ma piuttosto al fatto che in quel genere di settimanale o quindicinale viene sciorinato tutto il pettegolezzo impossibile immaginabile sui protagonisti televisivi, cioè su quegli eroi che si fanno carico di riempire il nostro vuoto esistenziale.
La televisione è come un grande recipiente che raccoglie tutto, perché dall’altra parte dello schermo c’è chi è disposto ad accogliere tutto.