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EGISTO MALFATTI: L'ULTIMO MONELLO

Egisto Malfatti nasce a Viareggio il 23 agosto 1914, in quella via Garibaldi alla quale poi darà memoria con una delle sue più belle canzoni, secondo di quattro figli: Luigi, Vittorio e Sergio nati dal matrimonio di Antonio Carlo Malfatti e Guglielma Petri. Fin da ragazzino, dal tempo delle elementari ha un divertimento preferito, il teatrino nell’orto di casa dove raduna gli amici per piccole rappresentazioni. Recita nei teatrini parrocchiali, canta nei cori delle chiese e per la sua bella voce è chiamato a fare il solista per le funzioni che si tengono a S. Andrea e S. Francesco. Dalla sua penna e dalla sua fantasia escono le prime poesie. Ha nove anni quando scrive la prima, bellissima che dedica alla sua insegnante, una suora. Nel 1924 canta ai funerali di Giacomo Puccini. Pietro Mascagni lo sente e si complimenta con lui. A dodici anni, padre Pacini gli affida il compito di interpretare una romanza. Un menestrello che canti da dietro le quinte. Un costume che non riuscirà più a togliersi di dosso. Egisto porta avanti gli studi fino a diplomarsi computista a Lucca. Con un “Pastore ritorna”, con il quale inaugura nel 1931 l’attuale Cinema Centrale di Viareggio, la cui costruzione si deve unicamente a lui, ha inizio a diciassette anni la sua attività per il teatro. E’ un nuovo successo. Esordisce con “Il pastore ritorna” visto da Dina Galli ed Annibale Nichi al Teatro Pacini. A 18 anni, tentato dalla pittura, ottiene una significativa affermazione a Siena, in un premio con 200 partecipanti. Ma le sue preferenze tornano alla musica, alla recitazione e alla composizione di ballate e poesie. Ha anche una spiccata versatilità nell’imparare qualsiasi strumento musicale. Dopo qualche commedia proposta sulle tavole dell’Eden di Viareggio, assieme ai suoi  fratelli Vittorio e Sergio, a diciotto anni presenta, in audizione privata e riservata esclusivamente agli attori in quel periodo in vacanza, un testo intitolato: “I pastori di Monte San Donato” da lui composto. Annibale Ninchi e gli altri spettatori ne sono entusiasti”. Allestisce il Teatro dei dilettanti, fa sfilare il Trio Primavera, la Moriglioni, le prime commedie di Jacobetti al Teatro Eden. Una passione giovanile che lo attrae molto è anche quella per i cavalli, frequenta, infatti, la Scuola Cavalleggeri di Pinerolo, partecipando a diversi concorsi. Torna a Viareggio per alcuni spettacoli, ma i venti di guerra ricominciano a soffiare e nel 1939 (quando ha 25 anni) viene richiamato in cavalleria con destinazione Arma di Taggia vicino Sanremo. Per conto del Guf allestisce spettacoli di arte varia ad Imperia e Sanremo. Viene arruolato nei reparti dei carri armati ed inviato in Sicilia, dove, si trova a fronteggiare lo sbarco delle truppe alleate. Fatto prigioniero viene  deportato in campo di concentramento in Africa, ad Orano in Algeria, sotto gli inglesi, dove conosce Fausto Coppi. Durante la permanenza al campo è impegnato nell’organizzazione di spettacoli per i soldati italiani internati. Passano circa otto mesi e tanti esami per dimostrare il suo  talento di regista ed autore. Alla fine viene inserito nella Compagnia Artistica dove incontra Nisa, famoso compositore di canzoni, autore, fra l’altro, di “Tango del mare”, “Bambola rosa”, “Guaglione”, ecc., il fratello di Murolo e l’orchestra Rai di Torino. Così segue le truppe alleate nella loro risalita verso Nord e in ogni piazza per lui è un trionfo. Negli anni di fine guerra, a Sanremo, allestisce spettacoli per i soldati feriti che soggiornano. Ogni quindici giorni ha l’incarico di fare lo spettacolo dei cantanti. Lavora per gli universitari. Gli spettacoli li fa al Principe Amedeo, un teatrone grosso e bello. Ed è  proprio Nisa, al rientro in Patria del 1945 (ha 31 anni) a portarlo a Milano presso le case musicali di via del Corso. Qui Egisto fa coppia con il maestro Redi, autore musicale delle canzoni citate più sopra e di tante altre di pari successo. “Domani”, inicisa da Natalino Otto è la prima di tante altre, e anche per altri autori, non escluso Charles Trenet. Grossi nomi di allora: Frattini, Moretti, Manca, Veneziani lo invitano a far parte dell’Accademia della Foppa in Milano ed è proprio in questa sede che egli si fa  protagonista della prima rievocazione di Ettore Petrolini. Può rimanere a Milano, ma il richiamo di Viareggio è troppo forte. Esauritosi il conflitto bellico, mentre anche Viareggio “…risorge ancor più bella”, al Teatro Eden (1946), tra un atto e l’altro della parodia dei “Promessi sposi”, scritta da Lele Pieraccini, presenta “Tira un po’ di venticello”, romantico e divertente mosaico sulla città e sui suoi abitanti. La prima rappresentazione è rappresentata con l’appoggio di un orchestra di quaranta elementi. Egisto allieta l’intervallo con ballate a canti sulla Viareggio di allora. Nasce in quell’anno 1946 il primo dei suoi personaggi caratteristici: “lo spazzino”. Zacconi, in sala spettatore, si complimenta con lui. E’ il primo vero e proprio monologo su Viareggio, il primo tassello di un mosaico che poi andrà avanti per oltre quarant’anni. E’ un trionfo tanto che Alberto Sargentini, l’allora presidente del Comitato Carnevale, lo ingaggia, anche per l’edizione a seguire. Da quella prima apparizione del dopoguerra inizia la grande ascesa di Egisto che negli anni a seguire viene confermato dal Comitato Carnevale e realizza una serie di “Canzonette” dove riesce a mettere la città allo specchio. Alterna così la sua permanenza tra Sanremo dove abita e Viareggio. A Sanremo è dipendente del Casinò Municipale nel settore artistico. Quale presentatore ufficiale anima le più importanti manifestazioni. Fa la figura di De Gaulle. Presenta la Patasciù, Sinatra, i grandi americani. A Bordighera è presentatore del “Festival dell’Umorismo” e diventa per una sera “il fidanzatino” di Peinet in carne ed ossa quando conosce il disegnatore e la figlia Valentina, l’ispiratrice della “fidanzatina” che  ballando al suo fianco ha gli occhi trasognati, ma quando il padre se ne accorge la manda subito in camera d’albergo. Iscrittosi all’albo professionale dei giornalisti nel 1948 collabora con molti quotidiani e riviste non esclusa l’edizione italiana di “Life”. In ordine alla sua attività scrivono di lui oltre ai giornali locali “Il Giornale della Versilia”, “Il Libeccio”, “Scoop”, ecc.: “Il Giornale nuovo” di Montanelli, “Il Corriere della Sera”, “La Domenica del Corriere”, “L’Europeo”, “Il Corriere Lombardo”, “L’Eco di Bergamo”, “La Nazione”, “Il Telegrafo”, “Il Tirreno”, “Il Giornale del Mattino”, “Paese Sera”, “Il XIX Secolo”, “Il  Popolo”, “La Gazzetta del Popolo”, “La Revue Moderne des Arts” di Parigi. Nello stesso anno vince il Premio letterario “Riviera dei Fiori” con il racconto “Cerco un Cristo nel platano”. Nel 1950 contribuisce all’idea di programmare per la prima volta in Italia  una rassegna di moda femminile articolata sugli schemi della rivista musicale della quale scrive i testi e ne è poi protagonista insieme a Cristel Mathieu dell’Opera di Parigi con scene dell’architetto Pereni e musiche del maestro Filippini. Rappresentata al mattino ed alla sera è composta da molte bellissime manquenne straniere e da un’orchestra. Collabora per le azioni coreografiche con Germaine Casassa che fra l’altro è inviata dal Governo italiano quale unica rappresentante della danza classica nazionale al Convegno di tutti i Maestri dell’Arco Internazionale che si tiene al Bolscioi di Mosca. Fa i soggetti per le coreografie e presenta la serata. Il Malfatti si inserisce  nello spettacolo vestito da Andersen per raccontare la fiaba come si svolge. Nell’agosto 1953 vince il “Premio Letterario Cinque Bettolle” di Bordighera con il racconto “Little David”. Ma la sua attività nel cuore e per il cuore della Versilia è “La Canzonetta”, che egli idea come spettacolo e come recupero dei beni culturali dell’entroterra. Ricostruire vita e costumi di questa gente e metterla intimamente allo specchio costituisce il suo principale compito, ed in vero ci riesce, condensando poi il “tutto” attraverso le sue numerose canzoni che sin dalla prima “Passeggiata Margherita” hanno subito immediata presa nel pubblico per dilagare poi per le strade e non solo viareggine. In Brasile e nel Venezuela, i lontani del loro paese addolciscono la nostalgia con le canzoni di Egisto ed è inequivocabilmente accertato che anche a New York una stazione radio italiana le inserisce nei suoi programmi. Nel 1949 ha come spalla un’attraente, minuta, ben fatta ragazza che poi è principale protagonista nel film televisivo “Napoli milionaria” col grande Eduardo De Filippo: Delia Scala nome d’arte di Odette Bedogni, viareggina d’adozione ma nata a Bracciano di Roma nel 1929, diventa un eccellente protagonista, dotata di una verve briosa e spontanea e di una forte carica comunicativa, artista completa, ballerina dalle spiccate qualità acrobatiche, prototipo di tutte le future show girl del piccolo schermo che incarna il modello della ragazza dinamica, moderna, emancipata. Seguono: “La palma di vell’omo” 1950; “Ca c’est Viareggio” 1951; “Cosa fai se i quattrini non ce l’hai?” 1952; “Se la storia lo sapesse 1953, anno in cui vinve il premio “Cinque Bettolle” di Bordighera con il racconto “Little David”; “Verga tintore” 1954, rappresentato anche a Sanremo con il titolo “Questo si che è un bel paese”; Pruni more e fantasia” 1955; “Bella calda la cecina” 1956, anno in cui scrive, su musica di Maria Teresa Marchionni e Michele Orselli, le parole della canzonetta ufficiale  del Carnevale di Viareggio “Magica città”. Poi: “Tre palle un soldo” 1957; “Buonanotte mi’ opro” 1958; “A te lullì… Viareggio di ieri e anche di oggi” 1959 che decreta il momentaneo abbandono della “Canzonetta. Il  desiderio di universalizzarsi si fa più forte ed eccolo in viaggio per l’Italia. A Roma, scrive piccole riviste settimanali per il Secondo canale nazionale della Radio e nel 1960 entra alla Rai autore di “Musica allo specchio” e “Stanotte ho fatto un sogno” suddivise in una lunga serie di puntate settimanali, programmate sulla Rete due (Secondo) e si porta, indiscrezione che ha dal compianto regista ed amico Amerigo Gomez, subito in testa all’indice di gradimento. Palmieri, il direttore della rete, lo abbraccia in Piazza del Popolo a Roma e si mette a piangere. Una quarantina di rivistine interrotte dopo due anni non accettando di essere affiancato da lottizzati. Torna a fare il giornalista. Si sposa a Sanremo con Valentina Righetti, proprietaria di una tabaccheria che gli da una figlia Barbara. Nel 1964 scrive, su musica di Leonida Speziali, la canzonetta ufficiale del Carnevale di Viareggio “Città rosa”. Nel 1968, Spartaco Zappelli del Bar Arcobaleno lo richiama per riportare a Viareggio la “Canzonetta” interrotta dal 1961. “Un nido d’amor” scritta da Antonio Morganti è la prima. Seguono: “Mani in tasca e torcia al naso” 1969; “Vieni vì t’arizzo” 1970; “Ma mi dici che dici?” 1971, che viene proposta a Lucca con il titolo di “Senza lilleri un si lallera”; “Laviti un fa’ storie” 1972; “Alleluia arriva gente” 1973; “Bone le cee” 1974, anno in cui riceve una medaglia d’oro per il venticinquesimo anno col teatro; “Diamo al libeccio pensieri e noia” 1975; “Lucquì lullì lullà” 1976; “Camera ammobiliata con l’uso di salotto e cucina” 1977; “S’ha di’ d’andà” 1978; “Dove sei viareggino? 1979; “Quella certa estate a Viareggio” 1980; “L’ultima vela” 1981 che doveva essere il definitivo ritiro dalle scene. Nel 1982 scrive la canzonetta ufficiale del Carnevale di Viareggio “Da Viareggio con amore” e vince il Premio “Custer De Nobili”. Torna alle scene con “Ci rimugino e canto” 1983; “Baci e ciaffate” 1984 che è l’ultima apparizione. E’ sulle scene fino al 1984, poi dopo la scomparsa della moglie si ferma  definitivamente a Viareggio trasferendosi dalla casa paterna di via Garibaldi in una mansardina di via IV Novembre tra la Piazza Garibaldi e la Chiesa di S. Andrea. Già collaboratore della Radio (“Radio Mare”) e della Televisione (“Canale 39”) locale, inizia anche a collaborare con le redazioni dei giornali locali. E’ redattore de “Il Libeccio” e di “Scoop” e collaboratore de “La Nazione” prima ed “Il Tirreno” dopo. Per queste, ed altre testate, tiene rubriche a puntate che riscuotono ampi favori nei lettori. Nel 1986 scrive la canzonetta ufficiale del Carnevale di Viareggio  “Viareggio amore mio”. Nel 1988 è invitato a “Rai Uno” nel corso della trasmissione “Lo zecchino d’oro” dove ha un’intervista in diretta e canta “Viareggio amore mio”. 7 LP all’attivo con altrettante musicassette o CD, una videocassetta “Viareggio amore mio”, tutte edite dalla Edizioni Mondodisco di Fontana. Ad Egisto la città di provincia sta stretta da sempre nonostante non l’abbia mai voluta lasciare. Per “varcare i confini”, a 74 anni, età in cui ogni uomo inizia a fare i conti di quel che rimane, si butta, così, a capofitto a scrivere libri, unico modo, per lasciare su carta la parte di se mancante del proprio mosaico: Egisto in musica (nei dischi, le musicassette, i compact disk), in video (su cassetta VHS). Malfatti si presenta, così, in libreria con una serie di volumi ricchi di contenuto: “Un uomo e una città” di Luigi Reverdito Editore 1988, finalista del Viareggio è la prima fatica. Seguono i volumi: “Il grande giuoco” de “Il Cardo editrice” 1992; “Il figlio del marinaio” 1995; “Le ballate del Santo peccatore” 1995; “La cattedrale” 1996; trittico della “Mauro Baroni editore” che ha curato anche “Album Malfatti” nel 1997. Gli ultimi tre, a 81 anni, li butta giù di getto, quasi avesse sentore di non farcela più.

Nel 1993 compone la canzonetta ufficiale del Carnevale di Viareggio  “Carnevalopoli”. L’editore Mauro Baroni che di Egisto è amico ed è riuscito in un anno e mezzo a fargli scrivere (e stampare) tre libri, nel 1995 di lui ha scritto: “Egisto Malfatti, classe 1914, chansonnier, attore, regista, ha fatto di ogni cosa, anche della sua vita, un verso”. Con l’aggravarsi della malattia che lo colpisce, viene ricoverato all’Ospedale di Camaiore e il 17 settembre 1997 a quello di Viareggio. Gli ultimi dieci giorni sono un lento calvario: cardiologia e rianimazione dove muore per problemi cardiocircolatori intorno alle 4 della notte del 26 settembre a 83 anni di età. La salma del cantore di Viareggio alle 10 del 27 settembre è trasportata nella Chiesa della Misericordia in via Cavalotti, troppo piccola per accogliere i tanti che avrebbero voluto un posto vicino alla bara. Alle 16 le esequie funebri, Egisto vene ricordato con commozione da Mario Colzi che legge “La lettera al soldato” e da Adriano Barghetti che suona al pianoforte “Passeggiata Margherita”. Poi il lungo corteo, un interminabile sfilata che percorre la via Garibaldi e la passeggiata fino in Piazza Mazzini, dove ha l’abbraccio del popolo al suo poeta “Lì un momento fa”. Egisto, l’ultimo monello viareggino riposa nel cimitero cittadino ma vive nell’aria, nelle piazze, tra la gente. Marcello Lippi lo ricorda come “Il simbolo di Viareggio”. Egisto, grande innamorato di sport ha dedicato anche l’inno al “Viareggio calcio”. Di Egisto, molte sono le canzoni rimaste inedite, cioè non inserite negli LP, CD o musicassette. Resta inedito anche un suo libro “Il viaggio”, un saggio di prosa poetica che richiama, senza imitarla, la maniera di Rimbaud. Come non si è ancora provveduto a raccogliere i suoi cimeli, creare una luogo della memoria. Un’associazione appositamente costituita dallo stesso Egisto Malfatti nel marzo 1997 con atto del notaio Rizzo ha lo scopo di salvaguardare tutte le opere del primo ed irripetibile cantore della viaregginità. Da questo gruppo denominato appunto “Associazione maestro Egisto Malfatti” di cui Egisto era il presidente fanno parte Fabrizio Gatta, come segretario, Giuseppe Tomei e Narco Benetti, persone a cui egli si era legato da profonda amicizia. Il patrimonio di questa associazione è rappresentato dal copiosissimo materiale (copioni, fotogrammi, ritagli di riviste e giornali, libri di cui Egisto è stato autore, materiale audiovisivo, ecc.), attraverso il quale si snoda la vicenda artistica di Malfatti. L’associazione, senza scopo di lucro, in questa opera di salvaguardia dovrà impegnarsi a portare avanti il valore culturale di questo “protagonista”, per tramandare alle nuove generazioni, non tanto la figura del Malfatti poeta, scrittore e divulgatore della viaregginità ma i lati “più nobili” della sua presenza nella città (Ruggero Righini).