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A DUE ANNI DALLA SCOMPARSA NESSUNO HA FINORA RICORDATO SANDRO BOLCHI. LO FACCIAMO NOI DI www.storiaradiotv.it RIPROPONENDO L'ARTICOLO DI MASSIMO EMANUELLI USCITO ANNI ORSONO.

SANDRO BOLCHI, L'UOMO CHE PORTO' LA LETTERATURA IN TV

 

di Massimo Emanuelli

Alessandro Bolchi nacque a Voghera nel 1924, laureatosi in lettere, esordisce come attore al Teatro Guf di Trieste, si era poi trasferito a Bologna e dopo aver fatto per qualche anno il giornalista si era cimentato come attore professionista. Nell’immediato dopoguerra si diede all’organizzazione e alla regia teatrale, nel 1948 fondò con alcuni amici divenuti poi celebri (Lamberto Sechi, Vittorio Vecchi, Luciano Damiani, Giuseppe Partirei, Giorgio Vecchietti) uno dei primi teatri stabili d'Italia, La Soffitta, uno dei primi teatri stabili d’Italia. Sul palcoscenico de La Soffitta aveva conosciuto la moglie Welleda, lei si era presentata per fare la comparsa, un anno dopo si sposarono. Bolchi aveva fra l’altro diretto molti classici del teatro come, ad esempio, L’Avaro di Moliere e allestendo L’imperatore Jones di O’Neill, nel 1952 La Soffitta chiuse a causa di difficoltà finanziarie, Bolchi iniziò allora a lavorare per la tv, ancora nella sua fase sperimentale. Dopo anni di gavetta in teatro e interessanti sperimentazioni in tv (ecco cosa manca a coloro che lavorano oggi in tv, registi, attori ecc., la gavetta), propose nel 1956 il suo primo sceneggiato televisivo la commedia Frana allo Scalo Nord di Ugo Betti. Da allora in poi fu un susseguirsi di lavori, con lunghi periodi preparazione, grandi attori e nuovi talenti scoperti, ecco altre cose che mancano agli attuali “professionisti”, si preparano lavori in poche settimane, se non giorni, si scelgono attori mediocri, esordiscono parenti, amici ed amici degli amici.

Bolchi ha diretto per la tv un gran numero di sceneggiati: Nel 1963 firma Mulino del Po, dall’omonimo romanzo di Riccardo Bacchelli, sceneggiato insieme all’autore, con Raf Vallone e Giulia Lazzarini, considerato sempre da Bolchi il suo miglior lavoro televisvo.     Nel 1964 è la volta di Demetrio Pianelli, dall’omonimo romanzo di Emilio De Marchi, con Loretta Goggi, Tino Carraro, Ave Ninchi e un esordiente Luca Ward (3 anni), oggi uno dei volti più popolari della fiction italiana (Cento vetrine, Elisa di Rivombrosa).   Nel 1967 è la volta de I promessi sposi, tre anni di preparazione, cinque mesi di lavoro, costo 500 milioni e 8 puntate seguite da tutta Italia. Per annunciare la scelta di Paola Pitagora come protagonista fu interrotto un servizio del tg sulle guerra del Vietnam.

Fra gli altri suoi lavori: I fratelli Karamazov da Dostoevski, con Corrado Pani, Umberto Orsini, Salvo Randone; Le mie prigioni di Silvio Pellico, con Arnoldo Foà e Tino Carraro; Anna Karenina con Lea Massari e Giancarlo Sbragia;  I miserbali da Victor Hugo con Gastone Moschin e Giulia Lazzarini; Il cappello del prete da De Marchi; Puccini la biografia del musicista;  Camilla da un romanzo di Fausta Cialente; Disonora il padre dal romanzo di Enzo Biagi; Bel amie da Gur de Maupassant, Melodramma; La coscienza di Zeno; Solo. Per cinque anni è stato premiato quale miglior regista italiano. Soprannominato dagli amici “il regista dei mattoni” per il carattere serio delle sue opere, Bolchi – come sottolinea Aldo Grasso sulla sua Storia della televisione italiana –resta certamente l’autore più rappresentativo dei tentativi di conferire alla televisione la stessa dignità riconosciuta al cinema e al teatro. Era convinto assertore della funzione pedagogica del nuovo mezzo ,ed ha contribuito attraverso i suoi numerosi sceneggiati a divulgare la conoscenza di grandi opere della letteratura. Per questo motivo è stato accusato di mancare di una certa levità e di esprimere nei confronti dell’originale una fedeltà quasi ossessiva. Ma la sua trasposizione de I promessi sposi, se paragonata a quella di Nocita del 1989, appare a distanza di molti anni stilisticamente più controllata e meno esposta alle mode del consumo.

Bolchi si era cimentato anche con la pubblicità: suo lo spot con Ernesto Calindri che beveva un amaro seduto a un tavolino su una strada in mezzo al traffico.  L’ultimo suo lavoro risaliva al 1995, Servo d’amore con Remo Girone, quell’anno confessò con amarezza: “in Rai non ci vado più tanto non c’è più posto per me”. Da tempo sffriva di malattie dell’apparato cardiovascolare e di diabete, ricoverato al Policlinico Gemelli, poi si era trasferito in clinica per una terapia che aveva prodotto i suoi effetti, era tornato a casa e sembrava essersi ripreso. Si faceva portare tutte le mattine alcuni giornali che leggeva con molto interesse, si teneva aggiornato sui fatti di politica interna ed internazionale. Sandro Bolchi morì il 2 agosto 2005 nella sua abitazione romana di via Cassia, gli erano accanto la moglie Welleda e la figlia Susanna.

I funerali di Sandro Bolchi si sono svolti a Piazza del Popolo, nella Chiesa degli Artisti, a Roma, totalmente assente la Rai, che non ha inviato nè rappresentanti ufficiali nè corone. La cerimonia funebre è stata molto semplice e ristretta, oltre a famigliari e ad amici hanno preso parte Paola Pitagora e Lea Massari, due attrici legate al lavoro del regista, entrambe commosse. Gli attori Luca Barbareschi e Mario Maranzana hanno pronunciato parole di saluto ricordando le notevoli doti professionali ed umane del regista scomparso. Dopo la cerimonia religiosa il feretro di Bolchi è partito per Novi Ligure, dove è stato sepolto nel cimitero di famiglia.

Non credo che leggendo da Lassù i titoli dei giornali che annunciavano la sua scomparsa Bolchi abbia gradito quelli che lo definivano “il padre della fiction italiana”. Fiction, per definizione, è finzione, Bolchi in tv ha portato la letteratura, i suoi erano sceneggiati. Bolchi è stato un esempio di tv qualità, di tv culturale oggi la tv è solo spazzatura.