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ROBERTO FAENZA, UN ERETICO DELLA SINISTRA

DA RADIO BOLOGNA A FORZA ITALIA, ALLA LUCE DEL SOLE

 

Roberto Faenza nasce a Torino il 21 febbraio 1943, nel 1965 si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, nel 1967 gira il film ESCALATION che esce nel 1968, l’anno della rivolta giovanile, è un film atipico, e un regista atipico Roberto Faenza rimarrà sempre in tutti questi anni di lavoro. Diverso da tutti gli altri. ESCALATION narra la scalata di una psicoterapeuta londinese che, avuto in cura il figlio hippy di un industriale italiano perché lo riporti nei ranghi, si fa da lui sposare rendendolo uno schiavo d'amore. Appresa la lezione, però, il ragazzo la uccide e torna in patria a dirigere l'azienda familiare. E’ un film sessantottesco per la rabbiosa contestazione del sistema sulla scia di I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Roberto Faenza filtra gli umori anarchici e libertari attraverso un sarcasmo più divertito e una figurazione stilizzata non lontana dai fumetti in chiave pop, ESCALATION rappresenta a lungo uno dei riti di iniziazione necessari per entrare nel movimento studentesco, fu anche un successo di pubblico e di incassi per il produttore Giuseppe Zaccariello: “un fabbricante di piastrelle che mi fu presentato dall’amico attore Leopoldo Trieste”.  Già nel 1969, però, Faenza prese le distanze dal ’68 e dai partitini, che si sovrapposero agli studenti, il 1969 è anche l’anno del secondo film di Faenza, H2S (il titolo è la formula dell’acido solforico) è a metà fra la fantascienza e l’impegno politico, viene prodotto dalla Paramaunt, è un apologo sessantottesco, impregnato di rabbia sincera che fu distribuito soltanto nel 1971 perché colpito da sequestro e vittima di un interminabile procedimento giudiziario. Il giudice Occorsio bloccò il film nelle sale e – ha ricordato Faenza 35 anni dopo a Barbara Palombelli – nonostante la difesa della produzione fosse rappresentata dall’allora illustre penalista fu distrutto: era un film assurdo, forse. Fui incriminato perché mostravo una bomba piazzata in una chiesa”.  H2S è rimasta soltanto la sceneggiatura, Faenza raccontava la storia di un collegiale che, refrattario alla società capitalistica e tecnocratica dei consumi, cerca dapprima, invano, un'evasione alla Robinson, ma poi sceglie la strada della ribellione radicale: far saltare in aria tutto.     Vinta una borsa di studio Faenza va a Washington ed insegna a contratto scienze della comunicazione; scrive alcuni saggi fra i quali: Gli americani in Italia (1976), scritto a quattro mani con Massimo Fini, libro nel quale sono pubblicati alcuni documenti che provano l'esistenza di un complotto Sifar-Cia contro il centrosinistra, e Senza chiedere permesso, manuale che illustra i modi per realizzare controinformazione con mezzi audiovisivi. Fin dagli anni ’70 Faenza quindi insegna e tiene conferenze negli Stati Uniti d’America. Faenza è un antesignano dei tempi, la materia comunicazione (oggi tanto inflazionata, persino gli studentelli con problemi psichiatrici e le massaie dicono di essere esperti in scienza della comunicazione) non esisteva ancora in Italia e già Roberto Faenza è una sorta di guru. L’1 maggio 1970, a Washington, Faenza, docente nel Federal City College, partecipa alla storica manifestazione contro Richard Nixon: “Finii agli arresti insieme a Jane Fonda e al pediatra Benjamin Spock:  dormii con lui in tenda, ci sequestrarono insieme con altri mille studenti, ci tennero tre giorni e tre notti in uno stadio, sparandoci dagli elicotteri gas narcotici per tenerci tranquilli. Facemmo causa al governo americano, fui risarcito con 14.000 dollari, una cifra enorme per allora, tornai a Roma e comprai una casa”.

Faenza resta in Italia qualche anno, vive fra Roma e Bologna, negli States Faenza ha avuto occasione di conoscere le radio e le tv che in quel paese non sono sotto il monopolio di Stato.  Nel 1974 Roberto Faenza inventa con Rino Maenza la Cooperativa Lavoratori dell’Informazione che darà vita a una delle prime radio private italiane, Radio Bologna. Radio Bologna trasmetteva da una collina, cambiando frequenza ogni giorno, la denominazione esatta era Radio Bologna per l’accesso pubblico. Radio Bologna iniziò le sue trasmissioni la sera del 23 novembre 1974:."iniziammo a trasmettere nell'autunno 1974 e terminammo il 30 novembre dello stesso anno a mezzanotte, ovvero un minuto dopo che Aldo Moro, Presidente del Consiglio, firmò il primo decreto di riforma della Rai. L'emissione fu totalmente politica proprio per stimolare tale riforma".  Era la prima volta, dal 1923 o dalla nascita della radio in Italia, che dagli apparecchi uscivano voci e linguaggi alternativi a quelli dell’emittente di Stato.  “Radio Bologna per l’accesso al pubblico” trasmetteva da una roulotte parcheggiata sui colli bolognesi, irradiata da un raggio di 50 chilometri con un raggio di ascolto di circa 700.00 abitanti.  Radio Bologna irradiava i suoi programmi dal Monte San Luca sui 100,800 mhz.  Non male per una radio pirata, che poi pirata non era affatto. Soddisfacente la ricezione, alto l’interesse e l’indice di gradimento: insomma un successo. Ma soprattutto un esperimento destinato a spalancare spazi e prospettive storiche, visto ciò che sarebbe accaduto poi. Faenza in America aveva studiato le nuove possibilità che offrivano il video-tape e la televisione via cavo (anche da noi appena sperimentata da Peppo Sacchi).  Con lui c’erano Rino Maenza, presidente della cooperativa, allora ancora studente, Mario Bortolini, Pier Giorgio Righi, Pier Luigi Franzoni, l’avvocato Giorgio Pizzi ed Elda Ferri, funzionaria della Regione, il cui presidente di allora, Guido Fanti, ex sindaco di Bologna, era fra i più attivi nel promuovere un tema dominante per la prospettiva dei nuovi organismi come l’apertura della Rai ad una più ampia partecipazione pubblica. La data di nascita di Radio Bologna non fu infatti casuale: di li a pochi giorni, il 30 novembre, il governo Moro avrebbe dovuto pronunciarsi con un decreto sulla riforma dell’emittente di Stato. Ecco allora l’idea di Faenza, Maenza e compagni:  dimostrare che il decentramento dell’informazione, la possibilità per tutti di essere ammessi a parlare alla radio, era realizzabile e costava poco, molto poco. E il materiale da mandare in onda si procurava così: studenti e impiegati giravano per i quartieri o nei luoghi di lavoro con il registratore in mano, raccogliendo le opinioni della gente sui problemi di interesse generale. Dunque erano i protagonisti delle situazioni e dei problemi, senza mediazioni o filtri, a poter parlare per la prima volta;  e la formula aperta, la possibilità di fare informazione in prima persona, coinvolse gli ascoltatori che risposero con decine di telefonate alla radio. O meglio, al numero del contadino che abitava nel gruppo vicino alla roulotte. Con una manico di scopa come attacco e un trasmettitore militare da mezzo milioni, vigilando per sette giorni fino a quel fatidico 30 novembre legislativo, Radio Bologna continuò le sue trasmissioni. Lavorando quasi in clandestinità, con pochi mezzi, una provocazione culturale e un pionieristico esempio di controinformazione che avrebbe aperto varchi immensi.  Nella roulotte, sui colli bolognesi, Roberto Faenza ai microfoni di Radio Bologna. Ed Ettore Bernabei chiese: “chi diavolo sono questi?”  E la Rai si mise a spiare. Non era la voce del colonnello Harold Stevens da Radio Londra.  Molto meno oxfordiana, con ruvide “s” che sibilavano nel microfono, ma a suo modo e nel suo piccolo parlava anch’essa di libertà, “qui Radio Bologna per un’informazione democratica” ecco l’annuncio.  Un palinsesto  inventato li per li, ma deciso già in linea di massima prima di partire, con una declinazione tutta pubblica e di interesse generale: “avevamo paura che in vacanza della legge ci impedissero di andare avanti – ricorda Faenza – la scelta cadde sulla radio perché eravamo convinti che fosse il mezzo di comunicazione più potente, quello che raggiunge più persone e si ascolta in ogni momento, senza impegno”.  Ne è convinto anche Rino Maenza: “per fare comunicazione e cultura la radio è il mezzo più versatile e incisivo, con un’elasticità che gli altri non hanno. E’ quella che meglio ti consente di penetrare nella società. Risulta anche oggi, con l’audience in crescita costante.  Bei tempi, allora. Bastava un’antennina, e con mezzo watt coprivo quasi tutta la provincia di Bologna”.   Così da quella roulotte bianca, nella vecchia fattoria sul colle dell’Osservanza, si andò in onda “senza chiedere il permesso” (era il titolo di un manuale di Faenza che in quel 1974 fece clamore).  Un radioamatore di Treviso aveva messo a disposizione il trasmettitore militare che il tecnico mago Salerno taroccò ritoccando le frequenze. Non solo comizi e quartieri, ma anche buona musica, jazz raffinato e John Cage.  Ospiti prestigiosi come Livio Zanetti, allora direttore de L’Espresso, il sindaco di Bologna Zangheri, disponibili a mandare in onda i loro interventi. Insomma l’accoglienza fu buona e non solo a Bologna. Stipati in decine in roulotte, magari facendo confusione con i nastri e rovesciandosi addosso il caffè bollente durante la diretta.  Mentre all’esterno, dentro una jeep anonima con un antenna di cinque metri sul tetto, due sconosciuti registravano tutto. Il grande Orecchio della Rai?  Faenza spiega che le loro trasmissioni furono riversate sui canali di servizio dell’ente.  Ed Ettore Bernabei, il direttore di allora, organizzò a Roma un gruppo di ascolto e un meeting sul fenomeno bolognese.  Pare che ripetesse: “ma chi sono questi?”.   Radio Bologna si può considerare la “madre delle radio libere”, nasce ufficialmente il 23 novembre 1974, alle 11 del mattino per la prima volta a Bologna 700.000 ascoltatori, per la maggior parte bolognesi possono udire la voce dei dieci “pionieri”, di coloro che per primi parlarono ai microfoni dell’antenata della trasmissioni di “radio libere” odierne.  Furono i due registi Roberto Faenza e Rino Maenza che con mezzi più “spartani” di quelli di oggi guidarono il loro team alla preparazione della prima trasmissione radiofonica italiana, diversa da quelle della Rai, già presente fin dagli anni ’30. Il nome della radio era Radio Bologna, e nonostante avesse una struttura ben diversa da quella della celeberrima Rai, moltissimi ascoltatori apprezzarono questo primo tentativo di “fare radio” in maniera del tutto indipendente. Gli interventi dei cittadini, problemi di traffico, crisi economico-finanziarie, erano gli argomenti quotidiani principali, seguiti poi da brani musicali di jazz e classica. A volte erano gli stessi cittadini inviati dalla redazione radiofonica a condurre delle puntate di queste trasmissioni. “Qui a Bologna abbiamo inventato le radio libere: quell’utopia non è morta”.   Così Faenza, nel 2004, in occasione del trentennale della fondazione dell’emittente, ha ricordato l’esperienza di Radio Bologna: “l’utopia di Radio Bologna per l’accesso pubblico non è fallita. Allora eravamo un gruppetto, oggi sono le masse a volere un’informazione libera. Sono trascorse poche settimane dal trentesimo compleanno della prima radio libera italiana, che vide la luce proprio all’ombra delle Due Torri il 23 novembre 1974. Dietro quell’obiettivo ambizioso, una roulotte piazzata nel giardino di un contadino, un manico di scopa come supporto per l’antenna, e un gruppo di amici decisi a lanciare la sfida alla Rai puritana, filo-democristiana di Ettore Bernabei.  A guidarli c’era il regista Roberto Faenza.  Rino Maenza era allora esponente della gioventù socialista con simpatie per la corrente autonomista, Roberto Faenza un comunista. Nonostante tali divisioni ideologiche i due registi erano sulle stesse posizioni nella campagna referendaria che vedeva uniti comunisti, socialisti e radicali. A Radio Bologna ci si batteva per un libero accesso alla rete di informazione. Si anticipò quello che sarebbe accaduto poco dopo, quando partì la riforma della Rai e la liberalizzazione dei canali privati. Da vecchio “ribelle dell’etere” Faenza come giudica il sistema radiotelevisivo di oggi? 

“Oggi c’è una presa di coscienza diffusa sull’importanza dell’informazione. Davanti a questo atteggiamento, però, gli spazi si sono purtroppo ristretti, malgrado l’avvento delle nuove tecnologie. Paradossalmente, cioè, questi nuovi supporti per la comunicazione scoprono si nuovi orizzonti, ma i gruppi di potere intervengono a stringere lo spettro d’accesso per il pubblico”.

Quindi l’utopia dell’informazione libera può dirsi per lei? Nessun rimpianto per questo? In fondo la realtà di oggi è anche figlia di quelle battaglie…   “Dieci o venti anni non sono niente. Non è vero che l’utopia rincorsa da Radio Bologna sia fallita:  si è innestato un processo, ma non è detto che i gruppi politici abbiano la meglio per sempre. I giochi sono ancora aperti, perché quante più persone sono attente al problema dell’informazione tanto più possibile è che le cose cambino.  Anzi.  Le idee degli anni ’70 mettono più radici di oggi nelle masse, rispetto ad allora…  Allora eravamo un piccolo gruppo di intellettuali, oggi sono le masse ad appassionarsi ai giochi”. 

Come era la Bologna degli anni ’70, delle radio libere e della contestazione?

“La città in cui sono venuto a lavorare era una miccia accesa che vedeva nel ruolo dell’informazione un elemento importante di discussione. La radio sperimentale trasmise per poco più di una settimana. Come mai il progetto si concluse così in fretta? 

“Il nostro obiettivo era solo quello di dimostrare la possibilità di trasmettere quando la Rai diceva che non c’erano frequenze libere. Radio Bologna ha avuto poi il pregio di dare il via alle miriadi di radio libere sorte dopo, e alla discussione sul libero accesso alle frequenze.

Qualche anno fa proprio sotto le Due Torri è nata anche la prima tv di quartiere, Tele Orfeo… “Si, lo so, ma per me non è una novità. Anche noi negli anni ’70, dopo aver sperimentato con la radio facemmo qualche prova di tv di strada.”

Ultimata l’esperienza di Radio Bologna, Roberto Faenza viene chiamato dall’ex sindaco di Bologna e Presidente della Regione Emilia Romagna, Guido Fanti, sperimenta la prima tv “antagonista” alla Rai, questa idea però gli costò il licenziamento:  “eravamo negli anni durante i quali il Pci voleva entrare in Rai, altro che antagonismo”. Il Pci non aveva compreso il fenomeno delle emittenti private, le guardava come il fumo negli occhi, era ancorato sulla carta stampata, e, come ha ricordato Faenza, aveva già in testa l’occupazione di Rai3. Pertanto TeleBolognaCavo, così si chiamava l’emittente, morì sul nascere, Faenza tornò in America,  i fondatori chiesero allora aiuto a Peppo Sacchi di TeleBiella, ma l’emittente durò una sola giornata poiché subì un sequestro.  Sono gli anni della vittoria delle sinistre nel referendum sul divorzio, del successo alle elezioni amministrative del Pci, nel 1976 la Dc vince per miracolo, nel 1977 nasce il “compromesso storico”, e Faenza, che si autodefinisce un “non protetto”, uno che tutti hanno sempre guardato con sospetto, gira FORZA ITALIA!, un film che ha un posto importante nella storia del cinema politico poiché l’unico documentario satirico sulla prima Repubblica, un film per anni introvabile che è diventato oggetto di culto fra i collezionisti: FORZA ITALIA!, scritto nel 1977 con Antonio Padellaro e Carlo Rossella, allora giovani cronisti (oggi, paradossalmente, uno a capo de L’Unità, l’altro del Tg5), montato e assemblato da Silvano Agosti e dell’aiuto regista Marco Tullio Giordana. FORZA ITALIA! è un impietoso blob sulla Democrazia Cristiana; filmati, interviste e frammenti “fuori onda”, alcuni doppiati, la maggior parte originali, dalle elezioni del 1948 al congresso del 1976, quello della rivolta dei giovani della sinistra contro i padri fondatori:  “volevamo raccontare la dissoluzione di un potere e analizzare un periodo che stava per concludersi – ha raccontato Faenza recentemente a Barbara Palombelli – ma scrivemmo una storia che anticipava, forse troppo, l’inchiesta di Mani Pulite. Chiesi di riprendere la sede di piazza del Gesù, Aldo Moro si prestò gentilmente, lo filmai che saliva in ascensore. Usai i materiali degli archivi cine-tv in chiave narrativa ciò ci consentiva di spendere poco, ci siamo prodotti da soli, con una cooperativa, abbiamo restituito i soldi del finanziamento ministeriale subito, grazie agli incassi”.  FORZA ITALIA! uscì il 16 gennaio 1978 e fu subito scandalo:  “Maurizio Costanzo – ricorda sempre Faenza alla Palombelli – che l’aveva visto in anteprima mi invitò in Rai a BONTA’ LORO, ma un’ora prima di andare in onda, quando già ero arrivato, mi comunicarono che ero sgradito. Allora lui organizzò una proiezione con dibattito per l’EUROPEO, erano presenti Adolfo Sarti, ministro dello Spettacolo, Flaminio Piccoli, Mariano Rumor, Carlo Donat Cattin:  ascoltati i primi commenti io e Padellaro ce la squagliamo prima della fine, in sala rimase soltanto Elda Ferri, la produttrice”.  Il film contro la Dc in sessanta giorni conquista 250.00 spettatori, il quotidiano LA REPUBBLICA lo inserisce fra i consigliati, la scheda è firmata da Tullio Kezich: “Moro la giudicò troppo dura, domandò a Scalfari di cambiarla, ma lui si rifiutò. Carlo Donat Cattin chiese di togliere una sua telefonata a Rumor, perché gli erano sfuggite delle parolacce, i giornali della Dc, IL POPOLO e LA DISCUSSIONE, attaccarono Padellaro tirando in ballo suo padre, allora funzionario della presidenza del Consiglio e vicino alla Dc”.  L’avventura di FORZA ITALIA! finisce la sera del 16 marzo, giorno del rapimento del presidente democristiano Aldo Moro, il film è sequestrato in tutta Italia:  “era proiettato in cinquanta sale, ma non è mai più uscito”. Nel memoriale di Aldo Moro ritrovato nel covo brigatista di via Montenovoso c’era scritto: “se volete rendervi conto della spregiudicatezza dei miei colleghi, basta vedere il film FORZA ITALIA!” e Faenza, a distanza d’anni, sempre a Barbara Palombelli ha dichiarato: “mi ha colpito scoprire che il leader Dc che più aveva amato il cinema finì la sua vita pensando a questo film, per me fu quasi una maledizione, per quindici anni nessuno mi fece più lavorare in Italia. Ero diventato invisibile, avevamo tutti contro: L’UNITA’, che in principio ci aveva lodato, con una pagina intera del critico ufficiale, Casiraghi, ci scagliò contro Savioli che, su ordine del Pci, lo definì un film fascista. L’AVANTI!, il giornale del Psi, scrisse cose terribili perché avevamo mostrato un buffo Saragat, allora presidente della Repubblica. In Rai furono rimossi o licenziati tutti quelli che ci avevano fornito i filmati. Un giorno Bettino Craxi mi convocò al Raphael, in pieno compromesso storico, e mi chiese di farne uno analogo sul Pci e sui legami con l’Urss, ma in quel clima mi sembrò impossibile. Ci sostenevano soltanto i piccoli giornali: LOTTA CONTINUA, IL MANIFESTO. Tornai in America”. In America Faenza si dedica all’insegnamento, torna dietro la macchina da presa due anni dopo per dirigere SI SALVI CHI VUOLE, ma anche questo film, nonostante l’interpretazione di Claudia Cardinale e di Gastone Moschin, è clandestino, sia per la maledizione di FORZA ITALIA!, che per l’argomento: Faenza infatti ambienta il film a Bologna nella casa di un deputato del Pci imborghesito, Faenza tira al bersaglio in casa del PCI senza risparmiare gli extraparlamentari. Con i suoi sceneggiatori (Antonio Padellaro, Carlo Rossella, Vincenzo Caretti) organizza la sua satira sul conflitto tra ordine e disordine, ragione e irrazionalità, ma senza scivolare nella facile caricatura.   Nel 1983 Faenza gira in America COPKILLER, film tratto dal romanzo THE ORDER OF DEATH di Hugh Fleetwood. E’ la storia di un ignoto assassino che ammazza sei agenti della Squadra Narcotici di New York. Poliziotto duro, maniaco dell'ordine (e un po' corrotto) sequestra giovane orfano masochista, psicopatico, dilaniato da un forte complesso di colpa. Girato in inglese negli USA, l'intenso racconto ha ambizioni di parabola etica sui temi dell'innocenza e della colpa, dell'ordine e della giustizia.  Doppiato in italiano il film è anch’esso clandestino nel Belpaese.   Ancora un altro film girato all’estero (molti mesi di lavorazione in Ungheria) nel 1990, MIO CARO DOTTOR GASLER, tratto anch’esso da un romanzo (IL DOTTOR GASLER MEDICO TERMALE di Arthur Schnitzler) poco distribuito.  Finalmente il grande successo in Italia arriva nel 1993 con JONA CHE VISSE NELLA BALENA: “A sdoganarmi fu Papa Giovanni Paolo II. Vide il mio JONA, gli piacque e qualcuno (la San Paolo Audiovisivi n.d.a.) ne comprò i diritti tv. Avevo smesso di essere invincibile”. JONA CHE VISSE NELLA BALENA è tratto dal romanzo ANNI D’INFANZIA del fisico nucleare Jona Oberski, è la storia di un bambino olandese di quattro anni, arrestato nel 1942 dai tedeschi e deportato a Bergen-Belsen dove gli muore il padre. Perde la madre nel 1945, subito dopo la liberazione. Il piccolo Jona è adottato da una coppia di olandesi che con lui dovranno patire non poco. E’ il primo lavoro di Faenza al quale viene assegnato finalmente un primo riconoscimento, il Premio Efebo d'oro di Agrigento.

Faenza viene così sdoganato, e FORZA ITALIA!? Il film maledetto non torna mai più nelle sala, ma nel 1993 viene mandato in onda in tv su Rai3 nell’ambito del programma domenicale ITALIANI BRAVA GENTE condotto e ideato da Giancarlo Santalmassi. Siamo nel pieno di Mani Pulite, Santalmassi presenta il film, lo fa vedere e fa intervenire Faenza telefonicamente, pochi mesi dopo anche Santalmassi (che oggi dirige l’emittente radiofonica Radio 24 de IL SOLE 24 ORE) verrà tolto dal video.  Io riesco a registrare il film e lo conservo, FORZA ITALIA viene poi riproposto, nel 1994, anno durante il quale Silvio Berlusconi fonda un partito che chiama proprio FORZA ITALIA, di notte in tv da Enrico Ghezzi nell’ambito di una nottata (fra sabato e domenica) durante la quale vengono proiettati anche TODO MODO (altro film critico con la Democrazia Cristiana) e il film ANNO UNO, biografia di Alcide De Gasperi di Roberto Rossellini, il tutto “blobbato” con immagini di Moby Dick (si vede la balena bianca che affonda), la Democrazia Cristiana sta per essere infatti liquidata, di li a poco nascerà il Partito Popolare. La prima Repubblica è finita.  Se il nostro incubo era quello di “morire democristiani” mi accorgo però che forse era meglio così, intravedendo la pericolosità del “nuovo che avanza” (e in effetti ad oltre dodici anni di distanza non mi pare proprio che la seconda Repubblica sia riuscita a fare molto…).  Comunque rivedo più volte il film di Faenza e lo inserisco nel mio libro CENT’ANNI DI STORIA ITALIANA ATTRAVERSO IL CINEMA, che esce per i tipi della Greco & Greco nel 1996.  Negli anni fra il 1996 e il 1998 organizzo un cineforum per gli studenti universitari della regione Lombardia e delle scuole superiori milanesi e includo FORZA ITALIA! nell’ambito della rassegna.  La proiezione del film di Faenza (nell’ambito del cineforum LA STORIA D’ITALIA ATTRAVERSO IL CINEMA E LA NARRATIVA) è prevista per il mese di marzo 1997, cerco di rintracciare Roberto Faenza, ma mi dicono che sta girando un film (sarà MARIANNA UCRIA), rintraccio invece Carlo Rossella, nel frattempo diventato direttore del Tg1 e de La Stampa, che interviene alla proiezione e al dibattito. 

Tornando a Roberto Faenza nel 1996, ormai sdoganato (lui ma non ancora il film FORZA ITALIA!) propone SOSTIENE PEREIRA, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, best-seller del 1994.  SOSTIENE PEREIRA è il film di Faenza forse più noto al grande pubblico, quello che ha maggior successo al botteghino, sia perché è molto fedele al romanzo, sia perché  ha come protagonista un ottimo Marcello Mastroianni, in perfetta osmosi col vecchio giornalista protagonista, è l’ultima grande interpretazione di Mastroianni che morirà di li a poco a Parigi.  Nel 1997 Faenza propone appunto MARIANNA UCRIA, tratto dall’omonimo romanzo di Dacia Maraini, film ambientato nel ‘700, cui segue, nel 1999, L’AMANTE PERDUTO, coproduzione inglese-francese e italiana. Nel 2000 la Mondadori edita la videocassetta: “forse per toglierlo di mezzo” dice Faenza: “durante la conferenza stampa di presentazione un personaggio vicino a Berlusconi mi suggerì di cambiargli il titolo, per rispetto al partito, io ribattei:  modificate il vostro, e così finì subito fuori catalogo”.  FORZA ITALIA! torna ad essere un film maledetto, ma recentemente è stato rieditato, anche se rimane clandestino.

Roberto Faenza vive fra l’Italia e gli Stati Uniti, insegnando, qui e la, comunicazione di massa.   Faenza ha pubblicato diversi libri: BIBLIOGRAFIA DELLA COMUNICAZIONE E DELLA CULTURA DI MASSA (1983), TEMPI DI INFORMAZIONE. DALLA SOCIOLOGIA DELLE COMUNICAZIONI ALL'INFORMATICA (1983) oltre alle sceneggiature dei suoi film. 

Fra gli ultimi suoi film ci sono PRENDIMI L’ANIMA (2002), film basato sulla storia di Sabina Spielrein, che vincerà vari David di Donatello.   Nel 2004 Faenza gira I GIORNI DELL’ABBANDONO, il film è  tratto dal romanzo di Elena Ferrante, attrice misteriosa, forse pseudonimo di uno scrittore: “ha voluto leggere la sceneggiatura, ha dato consigli per iscritto, ma il tutto via computer, non ho capito ancora chi è”.   Nel 2005 esce ALLA LUCE DEL SOLE è la storia di Don Puglisi, sacerdote di Brancaccio ucciso dalla mafia siciliana, il film è stato visto nelle scuole da più di 200.000 studenti e questo sembra essere – finalmente – un successo che da a Roberto Faenza un po’ di ottimismo. Faenza è un comunista? A me non sembra proprio un comunista, o forse è il vero comunista, nel senso migliore della parola, così lo ha giustamente definito Barbara Palombelli: “è un mondano, non appartiene alle famiglie politiche o giornalistiche che circondano la sinistra intellettuale, sembra guardare con distacco i successi elettorali dell’Unione”. E infatti, alla vigilia della campagna elettorale del 2006 che porterà Prodi ad una risicata vittoria, Roberto Faenza, incalzato da Barbara Palombelli sulle aspettative da Prodi in caso di vittoria dell’Ulivo ha dichiarato: “chiederei a Romano Prodi:  un impegno solenne sulla libertà della cultura e della televisione, gli consiglierei di sottoscrivere un patto scritto su carta con gli italiani:  purtroppo, nelle tv pubbliche, finora la sinistra si è comportata peggio di Berlusconi”.  A Roberto Faenza tanto di cappello, come dicono i francesi: chapeau.  Nel 2007 esce I VICERE tratto dal romanzo di Federico De Roberto, nel 2009 IL CASO DELL'INFEDELE KLARA, nel 2011 UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA' UTILE cui segue SILVIO FOREVER, con Filippo Macelloni, sceneggiatura di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (gli autori DE LA CASTA). SILVIO FOREVER contiene registrazioni, video, interviste, ritagli di giornale, tutto montato, in qualche caso, quando l'audio non c'è, Neri Marcorè presta la sua voce al protagonista. 80 minuti di autobiografia non autorizzata. Già pochi giorni prima dell'uscita nelle sale cinematografiche scoppia l'ennesimo "caso Faenza" il "regista maledetto": la Rai si rifiuta di mandare in onda la versione del trailer in cui compare Mamma Rosa che parla del figlio dicendo: "non si vedrà mai una fotografia di lui con una donna". Ripercorrendo lo schema del film FORZA ITALIA! con immagini di repertorio viene ricostruita la vita pubblica e privata di Slvio Berlusconi: "ognuno lo prenderà come lo vuol prendere, a destra come a sinistra" dichiara Faenza alla stampa. E così vediamo fra le tante chicche una delle più grandi sparate del Cavaliere: "sono il più grande presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni"

http://www.youtube.com/watch?v=ybExQVOF1EU