L'AFFETTUOSO RICORDO DEL NIPOTE RICCARDO
INTERVISTA DI MAURO MOLINAROLI
in LA LIBERTA' 9/6/2007
"Mio zio è stato un grande. In tanti dobbiamo qualcosa a
lui. Con Beppe Recchia se ne va un pezzo di storia della televisione. Ma la sua
vita se l'è goduta. Amava la buona tavola e aveva un'arguzia innata. Ha vissuto
alla grande, si è divertito e ci ha fatto divertire. Io devo tutto a lui. In
tanti gli dobbiamo tanto. Ricordo di quando mi raccontava dei primi anni a
Piacenza, il Circolo del Cinema, l'amore
per Michelangelo Antonioni, la passione per i film italiani
e poi la Rai, una sparuta pattuglia di piacentini, fine anni Cinquanta e primi
anni Sessanta: Giuseppe Bozzini e Paolo Arisi Rota. Una bella squadra.
Credo che lo zio meriti un posto di primo piano. Ha avuto grandi capacità, ha
saputo interpretare e dialogare con il mezzo televisivo come pochi, a seconda
delle epoche. Ha creduto - tra i primi - nelle tivù private, quando queste erano
ancora in via sperimentale».
Riccardo racconta e i ricordi si fanno memoria per più di una generazione: «Ti
rendi conto? Pensa a Settevoci, è stato lui a dirigere Pippo Baudo con un
programma televisivo del tutto nuovo in una fascia oraria sconosciuta per quegli
anni, la domenica all'ora di pranzo. Tra lo zio e Baudo si instaurò un'amicizia
autentica, un feeling professionale sincero e vero. E l'audience volava.
Professionista fino all'eccesso, aveva una grande padronanza del mezzo tecnico.
E ha fatto scuola. Paolo Beldì è un esempio autorevole e concreto. Il regista
toscano lo affiancò a
Drive In, per un paio d'anni collaborarono nel
programma cult degli anni Ottanta, coi vari Greggio e Beruschi, Pistarino e
Braschi, col mondo dell'effimero che in quegli anni spopolava. Poi Beldì andò
per la sua strada, esplose Quelli che il calcio con Fabio Fazio, ma i
tagli, i primi piani e certe riprese erano gli insegnamenti dello zio. Anch'io
ho appreso tanto, e come me molti giovani registi, tanta gente che di
televisione vive e ha vissuto».
Riccardo Recchia tra ricordo e memoria, salta da un programma all'altro. E
allora ti accorgi che il regista piacentino è stato un vulcano di idee,
straordinario e imprevedibile: «Penso a Portobello - dice - all'amicizia
con Enzo Tortora. Sì, perché quel program
ma che ottenne tanti consensi e un
successo straordinario di pubblico, è stato il frutto della collaborazione tra
due grandi protagonisti della televisione italiana: lo zio e Tortora appunto, un
grande, un uomo rovinato da accuse infami che gridano ancora oggi vendetta». Ma
non c'è solo Portobello, ci sono alcune Canzonissime che sono
destinate a rimanere nel tempo. E poi l'abilità nello scovare i comici, gli
"animali" televisivi. «Nel 1974 firmò un programma dirompente. Si trattava de
Il poeta e il contadino con Cochi e Renato. C'era lo zampino di Enzo Iannacci e la regia dello zio. Fu un successo senza precedenti che consacrò i
due comici a livello nazionale e che aprì nuovi orizzonti televisivi. Si poteva
fare comicità coi paradossi, la tivù cambiava, si adeguava ai tempi e lo zio li
precorreva».
E poi? Riccardo Recchia pensa a Roberto Benigni: «Lo zio era amico di Giuseppe
Bertolucci che gli segnalò un giovane talento toscano, protagonista di "Televacca".
Insieme si accorsero delle potenzialità di Benigni, capirono che avrebbe
sfondato. E in pochi anni il comico toscano conquistò Renzo Arbore prima e gli
amanti della comicità, del sarcasmo e dell'ironia poi. E fu il primo a capire la
grande genialità di Massimo Boldi e Teo Teocoli. A proposito, Teo mi ha
telefonato, è molto dispiaciuto». E Piacenza: «La prima gioventù, la provincia,
il talento e un mondo piccolo ma incontaminato. Povero e bello. Il porto dove
attraccare».
E ora Beppe Recchia torna a casa, lunedì avranno luogo i funerali e riposerà nel
cimitero di Pontenure. La sua piccola Spoon River.