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HO PERSO LE PAROLE

Ligabue 

Ho perso le parole,

eppure ce le avevo qua un attimo fa,

volevo dire cose, cose che sai,

che ti dovevo, che ti dovevo,

ho perso le parole,

può darsi che abbia perso solo le mie bugie,

ma le ho nascoste bene,

forse però, semplicemente non eran mie,

credici, credici un po’,

metti insieme il cuore,

prova a sentire, e dopo credici, credici un po’ di più,

davvero…

Ho perso le parole,

vorrei che mi bastasse solo quello che ho,

io mi farò capire anche da te, se ascolti bene,

se ascolti un po’, oh bella che fai male,

dai bella che si balla solo come vuoi tu,

non servono parole, so che lo sai le mie parole non servon più,

credici, credici un po,

sei su Radio Freccia, guardati in faccia,

e dopo credici, credici un po’ di più,

davvero…

Ho perso le parole,

oppure sono loro che perdono me,

lo so che dovrei dire,

cose che sai,

che ti dovevo,

che ti dovevo,

ho perso le parole,

vorrei che mi bastasse solo quello che ho,

mi posso far capire anche da te,

se ascolti bene,

se ascolti un po’,

credimi, credici un po’,

metti insieme un cuore,

prova a sentire,

e dopo credi, credici un po’ di più,

davvero, credi, credici un po’,

sei su Radio Freccia, guardati in faccia,

e dopo credi, credici un po’ di più,

di più, davvero…

Questa canzone è la colonna sonora dell’omonimo film di Luciano Ligabue che narra le vicende di un gruppo di giovani della bassa che danno vita, nel 1975, a una radio libera.  Sorta di diario degli anni fra il 1975 e il 1977, anno che segnò l’avanzata di un movimento giovanile di protesta, chitarra, droga, e, per l’appunto, radio libere.

Freccia è un James Dean emiliano, smarrito nelle nebbie degli anni ’70. Stagione di libertà, ribellione e droga. Sono questi i motori che spingono Ivan Benassi, detto Freccia, e i suoi amici, a lanciarsi a fari spenti nella notte, mentre il dee-jay di Radio Raptus manda in onda Lou Reed, David Bowie e Iggy Pop. Il barista Francesco Guccini distribuisce birre e perle di saggezza. Ivan, finito nel giro dell’eroina, morirà di overdose e in sua memoria Radio Raptus diventerà Radio Freccia. E’ l’esordio cinematografico per Ligabue, autore di un bel racconto di formazione ambientato nella provincia emiliana, la sua terra.

La storia di Radio Raptus (poi Radio Freccia) è analoga a quella di molte emittenti e di molti giovani di quegli anni. Le radio sorgevano per un bisogno di comunicare da parte dei giovani, per mandare la propria musica, nascevano in un piccolo locale, con pochi mezzi (due giradischi, un mixerino, un registratore e un microfono, un paio di cuffie, i dischi li portava ognuno da casa propria).  Verso la fine del decennio arriva qualche sponsorino locale, e infatti nel film si fa riferimento a un venditore di cotechini: “si potranno ancora mettere nei Pink Floyd, o dovremo dare retta allo sponsor? Si domanda uno dei ragazzi?”, all’inizio degli anni ’80 si passa a sponsorizzazione più consistenti. “Qui Radio Raptus, sono le ore 15, l’orario vi è offerto dall’orologeria Lusetti”.  O, ancora, tanto per rimanere alle scene del film: “Castellani, pompe funebri Castellani, magari fra cento anni, ma ricordate, Castellani,

il vostro ultimo viaggio nelle migliori mani”.

Molte di queste radio chiusero i battenti con l’avvento di radio concorrenti nella stessa zona e, soprattutto dei network, altre sopravvissero qualche anno con molte difficoltà, alcune rimangono ancora oggi anche se hanno dovuto modificarsi radicalmente entrando nelle logiche del mercato.  Molte radio locali acquisirono rilevanza regionale acquisite da gruppi editoriale che stampavano (e stampano) il quotidiano regionale o provinciale, altre invece sopravvivono con i fondatori che hanno superato i 40-50 anni, ed hanno comunque modificato il modello originario, essendo quello di allora improponibile.  Altre ancora, infine, hanno venduto tutto e cambiato editore e, in alcuni casi anche nome.  Ma molte di quelle emittenti non esistono più, Radio Freccia è un’emittente soltanto immaginaria, ma è emblema della storia di molte delle radio allora chiamate libere. Modificato il proprio nome in Radio Freccia, in ricordo dell’amico morto prematuramente, l’emittente chiuderà i battenti nel 1993.   Ecco come viene salutata all’inizio del film:

“Meno male che questa radio di merda chiude.

Sono Livio, volevo dire che per me è un periodo schifoso. Peccato che Radio Freccia chiude, un po’ mi ha aiutato, davvero.

Sono Sonia, qualcuno di voi andrà a trasmettere in qualche altra radio? Ce lo fate sapere, per favore?

E’ colpa vostra se chiudete siete diventati troppo commerciali, io infatti era un bel po’ che non vi sentivo, io infatti era un bel po’ che non vi sentivo, adesso mi hanno detto che chiudete, e allora volevo salutare Radio Freccia, quella vecchia, quella che fu,

Guido Belleli, ragazzi siete stati proprio davvero grandi, che non avevate più impegni con le case e discografiche e con gli sponsor. Era ora, mi avete fatto venire in mente i primi temi della vostra, i primi tempi delle radio libere.

Sono sempre io, scusate, volevo finire il discorso: quando le radio le chiamavano “radio libere” e volevo chiedervi: la radio domani farebbe diciotto anni, come mai avete deciso di chiuderla proprio oggi? Non la volete far diventare maggiorenne? 

Sono Lisa, ci mancherete molto, solo questo… Ah stasera vengo anch’io…

Volevo dire solo una cosa Radio Freccia: prrr prrr

Meno male che questa radio di merda chiude…

Sono Egidio da Gualtieri, mi dispiace da morire che chiudete, vengo stasera alla festa d’addio, a proposito ora che chiudete ce lo spiegate perché si chiama Radio Freccia?

Ed ecco il congedo definitivo di Radio Freccia annunciato dal fondatore dell’emittente:

Ciao a tutti sono Bruno Aiori al microfono, sono le 22 di questo 20 giugno 1993, due ore, ci restano due ore, dopo di che il segnale di Radio Freccia verrà spento per sempre. Le ultime due ore allora di questa nostra radio, così piccola che non ha mai coperto tutta la provincia. Comunque so che per qualcuno di voi non è mai stata poi così piccola. Due ore in assoluta libertà senza impegni con nessuno, tranne che con voi, voglio rispondere ai vostri ultimi messaggi. A proposito di messaggi, in questi giorni ci sono arrivate un sacco di lettere con dentro banconote, assegni bancari, vaglia. Oh ragazzi grazie ma non possiamo accettarli. Questa radio non chiude per via dei soldi, almeno non solo, questa radio chiude perché è ora.

94,300 siete sull’ultima radio della storia che chiude un minuto prima di compiere i 18 anni.  Diciotto anni fa era il 1975, tante cose erano diverse, noi, ad esempio, avevamo 18-20 anni, e questa radio per far sentire la nostra voce, e noi gliela ficcavamo dappertutto, nei loro negozi, nelle loro fabbriche, nei bar.  A proposito di bar, sono sicuro che due o tre deficienti in un bar che conosco molto bene avranno tirato fuori il fazzoletto e faranno finta di commuoversi.  Beh fate gli asini finchè vi pare, ma questa radio che avete visto nascere vi mancherà di brutto. Comunque dicevo eravamo nel 1975 all’epoca le radio in fm. si contavano sulle dita di una mano. Qui al borgo chi si faceva le pere aveva nomi, cognomi e soprannomi. Uno di questi era Ivan Benassi, detto Freccia, per via di una voglia che aveva sopra una tempia. La radio si chiamava Radio Raptus, poi si chiamò Radio Freccia quando trovarono Freccia in un fosso… Era li già da un po’ e tocco a uno di noi riconoscerlo, ora non se a voi vi è capitato qualcosa del genere, ma c’è un momento in cui ti arrendi…”

La chiusura finale consiste nella messa in onda di una vecchia audiocassetta nella quale era registrata la voce di Ivan Benassi, che trasmetteva da Radio Raptus:  “vi do appuntamento alla festa di addio e vi lascio con la voce di chi vi ha fatto compagnia in questi anni…

“Buona notte, qui è Radio Raptus e io sono Benassi, Ivan, e… forse li c’è qualcuno che non dorme, beh comunque se ci siete oppure no, io ci ho una cosa da dirvi. Oggi ho avuto una discussione con un mio amico, lui è uno di quelli bravi, bravi a credere a quello in cui ti dicono di credere, lui dice che se uno non crede in certe cose non crede in niente. Beh non è vero. Anch’io credo, credo nelle rovesciate di Bonimba, in Keith Richard, credo al doppio suono del campanello del padrone di casa che vuole l’affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finchè non sta in piedi…

Credo che un’Inter come quella ci Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua. Credo che se mai un giorno avrò una famiglia sarà dura tirare la fine del mese. Però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose. Credo che ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock and roll, qualche amichetta, il calcio, le soddisfazioni sul lavoro, le stronzate con gli amici, beh ogni tanto questo buco me lo riempiono. Se hai voglia di scappare da un paese con 20.000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merkcy. Credo che non sia giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.  Credo che per credere in certi momenti serva molta energia. Cercate di caricare le vostre scorte con questo.   Invece le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te han voluto dire qualcosa le trovi sempre li quando tu vuoi trovarle, intatte. Non importa se cambierà chi le ha cantate, se volete sapere la mia: delle canzoni, delle vostre canzoni vi potete fidare”.