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RADIO COMUNITARIE 

Secondo la definizione della legge Mammì (n.223/1990) “radio comunitarie” sono le radio caratterizzate dall’assenza di scopo di lucro, gestite da “fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative… che abbiano per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso”. La legge Mammì stabilì anche un limite alle trasmissioni di pubblicità pari al 5% orario e l’obbligo di trasmettere programmi autoprodotti che facessero riferimento alle istanze proprie dell’emittente per almeno il 50% dell’immissione giornaliera fra le 7,00 e le 21,00.  Nel 1996 tale quota venne ridotta al 30%.  Nel 1995 erano ben 409 le radio comunitarie che avevano avuto la concessione a trasmettere.

Oggi la radiofonia comunitaria è costituita da una grande maggioranza di radio cattoliche, una quota limitata ma rilevante di radio confessionali di altre Chiese (per esempio cristiana evangelica, avventista, valdese, metodista. spesso associate e consorziate come nel caso delle Radio Evangeliche) e da un numero altrettanto ridotto di emittenti sommariamente definibili come radio di informazione. Queste ultime sono in gran parte il risultato della trasformazione delle radio di movimento degli anni ’70 ed hanno in comune l’intento di dar voce a soggetti, opinioni e progetti poco o per nulla rappresentati dai media “ufficiali”. Poiché le radio non inquadrabili in queste due grandi categorie sono molto rare, in Italia, la radio comunitaria è molto lontana dalla ricchezza di modelli e di tipologia che la caratterizza in tanti paesi dei cinque continenti. In estrema sintesi, le radio comunitarie si caratterizzano per tre aspetti: il volontariato come risorsa fondamentale per la gestione e la produzione; l’autofinanziamento come mezzo principale o esclusivo di sostentamento economico; il coinvolgimento sistematico degli ascoltatori sia onda, come soggetto continuamente interpellato e partecipante, sia fuori onda, quando vengono chiamati a partecipare all’attività esterna o alle scelte di sviluppo della radio.  Le forme concrete e l’ampiezza con cui si declinano queste caratteristiche vanno sensibilmente a seconda dei casi anche all’interno della stessa tipologia di radio: per fare qualche esempio alcune radio hanno un corpo redazionale fisso e retribuito, in qualche caso anche consistente, mentre altre escludono programmaticamente qualsiasi forma di collaborazione; le radio cattoliche sono spesso finanziate da organizzazioni della Chiesa o da elargizione di individui o associazioni,  mentre fra le radio di informazione prevale la forma della sottoscrizione occasionale associata all’abbonamento annuale e ai proventi derivanti da eventi e da produzioni mediali (dischi e libri), alcune radio trasmettono pubblicità, altre la rifiutano per motivi etici o politici. Il coinvolgimento del pubblico e la creazione di una comunità aggregata intorno all’emittente assume poi le forme più diverse a seconda dell’impostazione, anche editoriale, della radio. Ancora più difficile individuare delle costanti a livello di programmazione e formati. In genere si osserva una relativa tendenza a dare più spazio al parlato che alla musica, ma per le radio di informazione la musica è una componente essenziale su cui si gioca anche la capacità di proporre modelli culturali alternativi. In generale tutte le radio si sforzano di dare alla programmazione una regolarità sufficiente a orientare le attese degli ascoltatori ma il livello di strutturazione del palinsesto può variare molto anche come conseguenza della scelta politica di creare un organico fisso e mantenere aperta sia la struttura produttiva sia lo spazio di emissione.

Una ventina di radio comunitarie di informazione aderiscono a Popolare Network, un circuito lanciato all’inizio degli anni ’90 da Radio Popolare di Milano con l’intento di realizzare un polo informativo che aggregasse e rinforzasse le radio locali di area politico-culturale contigua. Radio Popolare è un esempio atipico di radio che da oltre un quindicennio è impegnata a dar forza a un progetto senz’altro ascrivibile alla cultura della radio comunitaria, agendo per quanto possibile sui meccanismi del mercato: basti pensare al fatto che Radio Popolare ha una concessione commerciale. 

Nel nuovo millennio è nata Radio Gap (Global Audio Projet), un pool di radio e agenzie di informazione decisamente collocate nell’area antagonista costituitasi nel 2001 in occasione del G8 di Genova con l’obiettivo di realizzare una cultura informativa alternativa. Fanno parte di Radio Gap sette emittenti (in parte derivazione più o meno diretta delle radio di movimento degli anni ’70, altre di costituzione più recente) accomunate da un progetto di controinformazione programmaticamente alternativo al sistema mediatico e informativo ufficiale, e all’ideologia neoliberista.  Il pool ha assunto carattere permanente e il suo progetto comunicativo si è strutturato in una forma multimediale che si avvantaggia di una piena integrazione con Internet. Dal sito di Radio Gap si accede infatti a risorse che vanno al di la dei contributi studio delle emittenti del pool e comprendono immagini, testi e link ad organizzazioni e associazioni che afferiscono alla stessa area politica e culturale di Radio Gap.

Per una più completa presentazione delle radio comunitarie di movimento del passato e di oggi vi invitiamo a leggere il libro di Mauro Orrico RADIO LIBERE, MA LIBERE VERAMENTE.

  

RADIO ONDA ROSSA

CONTRORADIO

RADIO CITTA' FUTURA

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