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RADIO CITTA' FUTURA

Radio Città Futura FM 97.70 definita la voce libera della capitale è nata a Roma attraverso un accordo tra due forze politiche della sinistra: il PdUP ed Avanguardia Operaia con l’editore Giulio Savelli, Sandro Provvisionato, Vincenzo Vita, Alessandro Silvestri ed altri. Trasmetteva prove tecniche di trasmissione dal 1975. Dal 15 marzo 1976 iniziano le trasmissioni ufficiali da via Buonarroti 47 nei pressi di Piazza Vittorio Emanuele con un trasmettitore da 350 watt attraverso un antenna a quattro dipoli alta 18 metri. 16 le ore di trasmissione giornaliere. Alla guida di Savelli subentra ben presto Renzo Rosselini. In radio ci sono: Ernesto Bassignano, Marcello Berengo Gardin, Sergio Spada. Trasmette musica (anche jazz) e molta informazione. La struttura redazionale che manda avanti la radio si costituisce in cooperativa di proprietà e di gestione degli impianti. L’emittente è una delle prime in Italia a lanciare un grosso azionariato popolare che fa passare il 50% della proprietà della radio nelle mani di varie strutture sociali di base esistenti nella città di Roma, come consigli di zona e di fabbrica, comitati di quartiere e si caratterizza sul piano dei servizi giornalistici tempestivi e spregiudicati. Molto frequentemente al centro di numerose polemiche, occupa spesso le pagine dei giornali. La redazione è composta da 30 redattori fissi, coadiuvati da una fitta rete di collaboratori esterni, oltre 100. La struttura dei suoi programmi poggia su tre notiziari, che sono preparati per lo più attraverso servizi esterni, nonché attraverso l’utilizzazione di tre telescriventi. La redazione del “Giornale radio” lavora con dei ritmi del quotidiano, e tratta problemi di cronaca romana, nazionale ed internazionale. Questa è affiancata dalla redazione del “Settimanale” che approfondisce le notizie che sono ritenute più importanti, organizza dibattiti, incontri fra gli ascoltatori ed i protagonisti delle notizie date nel corso dei “Notiziari”. A questo proposito va ricordato che fu molto interessante l’iniziativa presa dall’emittente, durante il periodo elettorale, di mettere sotto il fuoco concentrico delle telefonate degli ascoltatori vari dirigenti politici, che per la prima volta non si trovarono più di fronte alla diplomazia del giornalista professionista, ma furono sommersi da una valanga  di domande brucianti alle quali furono costretti a rispondere in diretta, senza possibilità di appello. Chiude lo spazio informativo la redazione sportiva che è presente con estrema tempestività sui più importanti avvenimenti locali e nazionali con una serie di programmi sullo sport. Per due ore al giorno la frequenza è lasciata ad una redazione completamente autonoma formata da donne di vari collettivi femministi romani che preparano e conducono “Radio Donna”. Dal 1977 diventa cassa di risonanza del movimento. In occasione del rapimento dell’onorevole Aldo Moro nel 1978 è al centro di un “giallo”. Ipotizza mezz’ora prima il sequestro dello statista. Nel 1979 la radio viene trasferita in via dei Marsi nel  quartiere S. Lorenzo è subisce un attentato fascista. Oggi il palinsesto è composto da 18 ore di diretta. La parte redazionale è diretta da Valerio Bianchi, quella musicale da Fabio Luzzetti, la parte riguardante la cultura e lo spettacolo da Nicola Roumeliotis.  Nel 2000 è uscita da Popolare Network (Ruggero Righini).

 

 

L’emittente nacque a Roma nel 1975 a livello sperimentale trasmettendo prevalentemente prove tecniche di messa in onda. Radio Città Futura nacque da un’iniziativa del gruppo extraparlamentare di Avanguardia Operaia, del Pdup (Partito di Unità Proletaria) e dell’editore Giulio Savelli. Il primo trasmettitore venne costruito dentro a una scatola di scarpe di cartone, collegato il marchingegno ad una piccola antenna, si iniziano a fare delle prove in campo aperto per vedere fino a dove si riusciva ad arrivare.

L’inizio ufficiale dei programmi risale al 15 marzo 1976, la prima sede dell’emittente era in piazza Vittorio Emanuele al numero civico 17, le prime parole “qui Radio Futura, 97,500”. Fin dall’inizio Radio Città Futura da voce alle opinioni, alle inquietudini di anonimi cittadini che trovano per la radio, per la prima volta, un megafono per le proprie opinioni. Radio Città Futura si avvaleva di 140 collaboratori, per la stragrande maggioranza volontari, che riuscivano a gestire 16 ore giornaliere di trasmissioni. Dopo alcuni mesi di trasmissioni si registrò il primo cambiamento di gestione e all’editore Savelli subentrò Renzo Rossellini, figlio del regista Roberto.  Con l’esplosione della rivolta studentesca nel 1977, Radio Città Futura decise di sostenere apertamente il provvedimento e di divenirne cassa di risonanza e compagna di lotte. Rossellini in una recente intervista così ha ricordato quei tempi: “allora c’era il monopolio Rai che voleva spesso dire censura, ed era una condizione per noi inaccettabile. L’idea di poter parlare in modo libero, fuori da quell’opprimente recinto, era per noi un sogno, un sogno di libertà, e così cominciammo a sognare”.

La radio assurse ben presto agli onori delle cronache per vicende legati agli anni di piombo. Due gli episodi più famosi. Il primo relativo al caso Moro: la mattina del 16 marzo 1978 due ascoltatori segnalarono di avere ascoltato da Radio Città Futura dell’agguato all’onorevole Moro, ben mezzora prima del rapimento dello statista democristiano. In seguito Rossellini spiegò che la trasmissione riportava semplicemente le voci che circolavano (che poi si rivelarono verosimili) all’interno del movimento circa un possibile rapimento di Moro.  L’altro episodio si verificò il 9 gennaio 1979, quando alle 10,00, proprio mentre stava partendo la sigla della trasmissione RADIODONNA, tre giovani armati e mascherati fecero irruzione nella sede della radio. Gli impianti vennero dati alle fiamme, mentre le cinque donne in procinto di iniziare il programma furono immobilizzate sotto la minaccia delle pistole. Quando cercarono di scappare gli aggressori esplosero 29 colpi che ferirono gravemente le donne senza però causarne la morte. Gli aggressori erano militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar), organizzazione di estrema destra. Dal 1979 fu costituita la cooperativa che ancora oggi detiene la proprietà della radio. Ernesto Bassignano ed Enzo Rabutti, pensando ad Orson Welles, annunciano via radio un colpo di Stato. Dopo la fuoriuscita di Renzo Rossellini l’emittente ridusse il suo impegno politico, e divenne un punto di riferimento soprattutto per le trasmissioni musicali, attente alle nuove tendenze degli anni ’80, iniziando così la creazione di formati (contenitori) che sarebbero divenuti caratteristici della radiofonia del periodo successivo.  Nel 1985 la cooperativa entrò nell’orbita di Democrazia Proletaria, la formazione politica che sarebbe poi confluita in Rifondazione Comunista, l’esperienza si rivela però fallimentare e condanna la radio a tre anni di silenzio.  Nel 1992 Radio Città Futura (Rcf) entra in Popolare Network, iniziando ad utilizzare lo strumento dell’abbonamento per coinvolgere gli ascoltatori nel sostegno economico della radio. La direzione artistica viene affidata a Daniela Amenta, l’informazione e il coordinamento a Gianluca Cecinelli. Nel 1996 una spaccatura in seno all’emittente, dovuta ai difficili rapporti con Popolare Network, ha provocato la dimissione di Amenta e Cecinelli e la fuoriuscita di alcuni collaboratori.   Dopo una crisi durata tre anni, durante i quali Popolari Network ha acquisito una quota dell’emittente, nel 1999 Rcf ha deciso l’uscita dal network a conclusione di un lungo dibattito che ha coinvolto anche gli ascoltatori.  Secondo Rcf, Popolare non ha tenuto fede agli impegni presi nel momento dell’acquisizione della quota. Per contro, Popolare Network ha giudicato l’uscita di Rcf come una scelta politica, dovuta a divergenze sia ideologiche che gestionali. Nel 2000 Rcf è entrata a far parte del circuito radiofonico dell’agenzia di stampa Area.

All’inizio del 2003 la società proprietaria di Rcf ha venduto il 20% del proprio pacchetto alla Federazione dei Verdi, a dirigere l'emittente è Altero Frigerio (già giornalista de IL MANIFESTO e della stessa Radio Città Futura) ma l'accordo con la Federazione dei Verdi dura cinque mesi, Radio Città Futura prosegue come emittente comunitaria. il presidente del consiglio di amministrazione è Renato Suraci.

Il 28 marzo 2006 nell'Aula Hersoc della Facoltà di Architettura dell'Università di Roma3 vengono ripercorse, insieme a molti protagonisti ed esperti di comunicazione, vengono ripercorse le vicende saliente di trent'anni di storia dell'emittente.

Con il nuovo millennio l’emittente è anche su internet (www.radiocittafutura.it), l’attuale sede è in piazza del Gesù 47. Ancora oggi, a trent’anni di distanza dalla sua fondazione, come ha rilevato Mauro Orrico, l’emittente non trasmette pubblicità. Attualmente il palinsesto è composto da 18 ore di diretta quotidiana, un susseguirsi di momenti musicali, di intrattenimento, di informazione.

 

Trent’anni fa, le radio libere

Viaggio nell’etere di Roma

 
C’ERANO una volta le radio libere. Era la seconda metà degli anni ’70, i tempi della «meglio gioventù», delle prime radio pirata, un giradischi, un mixer, un piccolo trasmettitore rudimentale e un microfono. Da quel microfono, da quelle antenne, zampillava la passione, fluivano le parole, gli slogan, i sentimenti, emergevano le emozioni. Ricordate «Radio Freccia», il primo film di Ligabue? Oppure «I Cento Passi» di Marco Tullio Giordana sulla vita di Peppino Impastato e la sua Radio Aut?
Entrambi i lungometraggi hanno esaltato quei giorni, quegli anni dove dalle frequenze di una Fm ancora libera andava in onda la vita. Vita sociale sì, ma anche vita interiore. E la musica, quella vera, quella slegata dai vincoli con le case discografiche, che ne ha fatto la colonna sonora. In quegli anni, da quelle esperienze, nascevano e muovevano i primi passi alcune delle più importanti realtà radiofoniche capitoline ancora oggi sulla breccia. Stiamo parlando di Radio Città Aperta, Radio Città Futura e Radio Onda Rossa. A queste, si è aggiunta qualche anno dopo Radio Rock che, per la musica che propone e per il modo di condurre dei suoi speaker, si è agganciata oggi a questo ideale poker delle storiche radio indipendenti romane.
«L’indipendenza può essere una debolezza, certo, ma è anche soprattutto la nostra forza – dice Cynthia Dulizia, direttore responsabile e co-fondatrice con Sergio Cararo di Città Aperta, frequenze 88.9 Fm, che proprio in questi giorni ha festeggiato i suoi 25 anni di vita – Siamo una radio comunitaria e no profit. Ci manteniamo trasmettendo integralmente le sedute delle giunte comunali e regionali».
Pochi mezzi economici, grande passione. «Ci chiamavamo Radio Proletaria, quando nel ’78 siamo nati. Una radio dei movimenti e, ancora oggi, vogliamo essere la voce del pensiero critico, delle lotte sociali, dell’informazione libera. Siamo certamente una radio schierata, ma ci vantiamo di essere stimati in maniera bipartisan: emittenti come la nostra hanno la prerogativa di avere rigore, correttezza e completezza d’informazione».
Ad amalgamare il tutto, dagli studi di via Casal Bruciato, ovviamente, la musica. Generi che spaziano dal rock al folk, dal jazz al blues, oltre che conduttori, caso oggi più unico che raro, che parlano al microfono e che da soli si fanno la regia, mettono i dischi, interagiscono con gli ascoltatori.
Capostipite storica delle pionieristiche radio libere «di movimento» è stata, a Roma e fra le prime in Italia, certamente Radio Città Futura, 97.7 in Fm. «Era il dicembre del 1975 – racconta Sandro Provvisionato, fondatore dell’emittente, oggi giornalista del settimanale del TG5 “Terra!” – quando con Renzo Rossellini e Giulio Savelli da una torretta all’ultimo piano di un palazzo di piazza Vittorio, abbiamo iniziato a trasmettere in buona parte di Roma. Allora l’etere era ancora libera e il nostro progetto era quello di dare voce ai movimenti giovanili di quegli anni attraverso la messa in onda di dibattiti, manifestazioni, informazione e, naturalmente, di musica. Con noi, la sinistra extra parlamentare, i giovani universitari, i movimenti femministi e ambientalisti».
«Nel 1976 – ricorda ancora Provvisionato – la radio fu persino vittima di un’incursione dei brigatisti dell’U.C.C. che entrarono negli studi a pistole spianate, lessero un comunicato ai microfoni e andarono via». Tre anni dopo, nel 1979, ad assaltare l’emittente furono invece i neofascisti del Nar che si introdussero nel corso una trasmissione femminista, gambizzando alcune donne.
Oggi, ventotto anni dopo, Radio Città Futura ha la sua nuova sede a Piazza del Gesù, è una grande radio di servizio, informazione e musica, ed è un punto di riferimento molto attento dell’evoluzione culturale e sociale della città di Roma. «Siamo meno radicali ma non ecumenici – sottolinea Marco Moretti, direttore responsabile dell’emittente – . Ci definiamo “la città dei suoni e delle parole”: la nostra programmazione è molto attenta e sempre alla scoperta di nuove realtà musicali, culturali e sociali».
Era e continua ad essere radio di movimento, invece, a partire dallo stesso nome, Radio Onda Rossa, 87.9 in Fm. Dal 1977 in via dei Volsci nel cuore del quartiere San Lorenzo, un’emittente che «nasce da un collettivo autonomo dell’allora movimento operaio», dice Daniela Morando, infermiera al Policlinico, rappresentante legale della cooperativa che regge la radio.
«Da noi non c’è un responsabile – ride – per il semplice fatto che siamo tutti irresponsabili! C’è un collettivo redazionale di venti persone e c’è un direttore della testata, in quanto giornalista, che è Paolo Pioppi, ma nessuna struttura verticistica. Nella nostra programmazione cerchiamo di dare voce a chi trova poco spazio. C’è un programma condotto da donne filippine, c’è quello in lingue curato da una comunità dello Sri-Lanka, c’è il martedì femminista autogestito e c’è anche una trasmissione dedicata alla storia. Siamo una radio politica, certo, ma che propone un’informazione non filtrata, direttamente dalle fonti, e una musica di qualità libera da obblighi commerciali».
Infine, last but not least, dall’ultimo piano di un’ex complesso industriale alle spalle del Qube di Portonaccio, dal 1985 trasmette Radio Rock. «Non una radio politica, non una radio schierata, ma una radio libera sì – dice Emilio Pappagallo, responsabile della programmazione – . Il nostro baricentro è la musica di qualità; gli speaker in onda possono esprimere la loro su qualunque cosa, in uno spirito, in questo senso, molto anarchico».
Da diciotto anni Radio Rock si è fatta spazio nell’etere capitolina e vanta oggi più di 200 mila ascoltatori (fonti Audiradio 2003) con un successo sempre crescente, merito della musica, certo, ma anche della verve dei suoi conduttori. «L’anno scorso è stato fatto anche un film-documentario su di noi – racconta Margus, la voce del mattino - Si chiama proprio Radio Rock per la regia di Stefano Grassi, con interviste inedite a personaggi come il compianto Luigi Pintor e il giornalista Gino Castaldo».
Margus, 47 anni, cappellino da baseball e pizzetto brizzolato è un personaggio storico dell’etere, per aver fondato nel 1976, con Roberto Giorgio, Radio Dimensione Suono. Per anni il dj è stato inoltre speaker storico di Radio Rai in programmi come Rai Stereo Due e Stereo Notte. «Sono a Rock da quattro anni e ho ritrovato la stessa atmosfera dei miei esordi, – afferma - quando siamo in diretta noi speaker siamo esposti a tutto: fra webcam, sms, email, telefono e fax, c’è un’interazione continua con chi ci ascolta».
SIMONE MERCURIO (La Stampa del 1-12-03)
 

SONO TANTE LE SCORIE NEL MONDO

Nel libro di Chuck Palahniuk "Fight Club" c´è la soluzione del problema

Perché la terra si riprenda, dice l´autore, l´umanità dovrà entrare in catalessi
 
Si parla tanto di scorie (cosa farne? dove ficcarle? come renderle inoffensive, se possibile?) e ci viene in mente lo scrittore americano Chuck Palahniuk. Perché è uno scrittore giovane (è nato a Portland nell´Oregon, dove vive). Piace molto ai lettori giovani, per il modo sregolato e avventuroso in cui scrive. Fra i suoi libri tutti tradotti in italiano per Mondadori con belle copertine gialle o giallastre, figurano Survivor (1999), Invisible Monsters (2000), Soffocare (2002) e il primo: Fight Club (Mondadori 2003, traduzione di Tullio Dobner, pagg. 222, euro 14,00).
Cominceremo da questo. Fight Club (fight vuol dire lotta) è la palestra dove si danno convegno gli esagitati giovanotti americani che non sanno vivere senza combattere, senza battersi, senza darsi delle botte.
Si accontentano di mestieri approssimativi, e sono scontenti, scontentissimi del loro destino per quel che ne capiscono. Dicevamo delle scorie. Ma non quelle che affliggono oggigiorno la nostra Lucania. No. Le scorie in generale con cui ha a che fare e di cui è fatto l´universo mondo.
A pagina 130 di Fight Club troviamo scritto: «Per migliaia di anni gli esseri umani hanno incasinato e smerdato questo paese e ora la storia si aspetta che sia io a correre dietro agli altri per ripulirlo. Io devo lavare e schiacciare i miei barattoli. E rendere conto di ogni goccia di olio di motore usato. Tocca a me pagare il conto per le scorie nucleari e i serbatoi di benzina interrati e i residui tossici scaricati nel sottosuolo una generazione prima che nascessi».
Così la pensa Tyler Durden, il giovanotto che fa da protagonista nel romanzo e che si diverte, appena ci conosce (come suoi lettori, si intende) a raccontarci che si diverte come un matto a pisciare dovunque può, specie nei dolciumi. Giacché lavora (quando lavora) in qualche albergo-ristorante dove si vende, si compra, si mangia di tutto. In attesa, naturalmente di andare al «Fight Club».
Tanto per cominciare: «Non c´è essere vivi come sei vivo al fight club. Quando sei tu e l´altro sotto quell´unica luce in mezzo a tutti quelli che guardano. Il fight club non c´entra con il vincere o perdere i combattimenti. Il fight club è questione di parole».
Però in altre parti del libro il nostro Tyler si sfoga ripetendo che il «Fight club» non tollera domande, non tollera frivole curiosità, non tollera stupidaggini.
Tyler Durden ha un´amica (chi non ne ha qualcuna nel «fight club»?) che ha una madre, piuttosto grassoccia, alla quale il nostro protagonista decide di succhiare, per aspirazione meccanica, tutto il grasso che si porta appresso nelle enormi cosce. Per conseguenza quella muore e la figlia Marla si fa sempre più ostile al protagonista.
Il quale non se ne preoccupa granché. Tanto, di amici ne ha tanti e soprattutto ne ha uno lontano che si chiama proprio come lui, cioè Tyler Durden. Spieghiamo il mistero. Questo secondo Tyler Durden non è uno qualsiasi. E´ il suo doppio. Loro due sono due personificazioni della stessa persona che nel frattempo dorme.
Quando si ritrovano insieme, pensano insieme al «Progetto Caos»: «Sarà il Progetto Caos a salvare il mondo. Un´era glaciale culturale. Un secolo buio prematuramente indotto. Il Progetto Caos obbligherà l´umanità a entrare in catalessi o in fase di remissione il tempo necessario alla Terra per riprendersi».
Se sappia spiegarsi meglio di così Tyler Durden (quello nostro, non quello che vive in un´altra città e ritorna di tanto in tanto) non sappiamo. Non crediamo. Però sappiamo qualcosa delle zone di interesse per i due Tyler Durden. Sono le zone del nostro corpo suscettibili di essere infestate dal cancro; sono, ovviamente per quanto riguarda gli uomini, i testicoli.
Che tornano spesso nella narrazione per essere indolenziti. O strizzati, o infettati. O addirittura tagliati e portati via dal primo Tyler Durden o dal secondo dentro un sacchetto di plastica, come un trofeo di guerra.
Poi ci sono i liquidi che attraversano il nostro corpo e che affascinano i nostri eroi che si divertono a combinarli con altri liquidi («Prendi una concentrazione di acido nitrico al novantotto per cento e lo unisci a un quantitativo triplo di acido solforico»).
Ci sono poi in questo ricchissimo romanzo tante scimmie che girano per l´aria. Scimmie spaziali. Ci sono tante lampadine, che fanno venire qualche idea per la testa. Questa per esempio: «Questa è una nuova versione della lampadina incendiaria, per cui pratichi un foro in una lampadina e la riempi di benzina».
BENIAMINO PLACIDO (Repubblica del 1-12-03)