HOMENEWSTVRADIOMUSICChi siamo

Storie di lombardia

OTTOBRE

 

"Ottobra, temp de nos da scod, de rav, de zucch, temp d'otobra..." Così recita la poesia della ticinese Ada Pellone. Qualcuno ha scritto che questo mese è come un pittore, sulla cui tavolozza si trova il giallo, l'arancio e il rosso dei suoi tramonti, delle foglie diventate colore ruggine e il grigio delle prime nebbie... Dice un proverbio: "la scighera la lassa el temp come l'era". Scighera, uno dei tanti modi in Lombardia di chiamare la nebbia, soprattutto nel milanese; nel bresciano diventa gheba, bordò nel cremasco e nel lodigiano, grenon in Val Vezasca e lòva a Como. Cambiano le definizioni, cambiano le località, ma la nebbia in questa stagione copre quasi tutta la pianura lombarda, è tempi di castagne, di noci, di vendemmia. "Castègna, castègna, fa minga la stemegna, castègna dimm in dove te see... E vegnon in boca a tre a tre!" formula tra il sacro e il profano legata ad un'antichissima leggenda ambientata a Consonno, un paesino in provincia di Lecco, definito su uno striscione posto al suo ingresso "il paese più piccolo ma più bello del mondo!". Prima di essere spianto dalle ruspe di un estroso imprenditore edile che anni fa acquistò in toto il paese trasformandolo, i suoi abitanti, tutti molto poveri, si nutrivano solo di castagne. Ma dai e dai, mangiare oggi, mangiare domani, arrivarono alla saturazione e non riuscirono più a mandarne giù neanche una. Disperati ed affamati, pregarono il parroco di benedire il castagneto affinchè le casagne riidiventassero cibo gradito. Capita al volo la situazione, il sacerdote, seguito da tutta la popolazione, girò per tre giorni e tre notti pregando e benedicendo le piante ad una ad una, recitando la formula: "castègna, castègna ecc.". Dopo una simile scaripnata, ai fedeli, venne una fame tale che le castagne tornarono ad essere appetibili tanto che andavano già a tre a tre!.  Un altro frutto stagionale, le noci, hanno dato lo spunto ad uno spiritoso proverbio: "Quatter nus e dò donn, fann la feera de Ogion" che fa il paio con "Tre donn fann el mercaa de Saronn!". In realtà però la donna ha sempre avuto poco tempo per la chiacchiere, perchè a lei era affidata l'organizzazione dei "fuochi" come ci tramanda la sapienza di noster vecc. "Chi non sa fà foeugh, non sa fà prà". Un tempo la parola foeugh  indicava ogni nucleo famigliare del villaggio; Francesco Cherubini nel suo VOCABOLARIO MILANESE scrive: "da noi la voce foeugh dura solo in campagna per la semplice ragione che, li, di solito ogni famiglia non ha che un unico fuoco in casa; in città i pii fuochi usati in una medesima famiglia hanno fatto si che si spegnesse la voce di tale significato perciò al contadinesco semm tanti fouegh corrisponde in città il semm tanti vesin". Sul numero di marzo di www.storiaradiotv.it abbiamo parlato di Fiumelatte, paese alle porte di Varenna che prende il nome dall'omonimo torrente che prende origine dallo scioglimento delle nevi delle Grigna. Il torrente esce in superficie solo da marzo ad ottobre, ed è chiamato El fium di dò Madonn perchè è legato all'Annunciazione di Maria del 25 marzo e alla Madonna del Rosario del 7 ottobre. Molte leggende sono nate attorno a questo misterioso corso d'acqua. Carlo Amoretti nel suo libro VIAGGIO DA MILANO AI TRE LAGHI racconta di alcuni giovani che avventuratisi, durante la fase di secca, nella grotta da cui scaturisce l'acqua, ne siano usciti dopo tre giorni incanutiti e tanto spaventati da morire dopo breve tempo. Un altro scrittore, Pietro Duani, nel suo libro LE SETTE VERGINI DEL LAGO, narra invece di una fanciulla che, indecisa fra due spasimanti, promise la sua mano a chi avesse risolto il mistero del fiume. I  giovani entrarono nella caverna e per lungo tempo non si seppe nulla di loro, tnato che furono dati per morti; un giorno uscirono impazziti, raccontando strane storie e dopo tre giorni morirono. Sia Amoretti che Turani insistono sul numero tre e lasciano irrisolto il mistero dell'acqua che scaturisce dalle viscere del mondo da marzo ad ottobre; ci sono tre coragiosi disposti a tentare di risolvere il mistero? Se si non hanno che da andare a Fiumelatte e chiedere consiglio a qualche cuagitt, come vengono chiamati gli abitanti del luogo per via che l'acqua dirompendo in modo torrentizio richiama l'idea della cagliata. "A Santa Terese lodol ha distesa". Siamo a metà e il passaggio delle allodole è confermato dal proverbio che avete appena letto; ma non è solo tempo di caccia, perticati di castagni, ammucchiati i ricci "rinculzada la melga", ovvero raccolto il granoturco e messo ad essiccare, si procede alla semina;  "a Santa Teresa se somenà a distesa" e "a San Gal se somena a mont e a val" quali che siano le condizioni del tempo perchè "o bagnù o sut, a San Luca se somena tutt!".  Sono le ricorrenze dei santi che regolano la vita dei contadini; guai a lavorare i campi senza tener conto del calendario. Ogni paese ha un santo propiziatore per la pioggia, il bel tempo, il buon raccolto ecc. Santa Teresa è la patrona di Inveruno (in dialetto Invrug) mentre nella vicina Arconate (Cunà) si tiene una grande fiera che porta il suo nome. Mentre il mosto sta fermentando in ambienti tiepidi a 18-20 gradi, lontano da scosse e rumori, le ottobrate tornatno di moda; si va in campagna a ritrovare cose purtroppo dimenticate causa il frenetico modo di vivere che il "progresso" ci impone; feste dell'uva, feste per il raccolto del grano, delle noci, delle castagne, sono ripristinate col sapere di un tempo. Si va a fare "la castegnada in la castagnera" il castegneto è preso d'assalto: "la castenga l'ha gh'a la coa, chi la ciapa l'è sua!".  Si partecipa alla raccolta delle castegna che solito inizia verso la terza domenica di ottobre, uomini con una lunga pertica o salendo con la scala sugli alberi, le donne e i bambini, con guanti, raccolgono i ricci mettendoli nei canestri "i cavagn" che poi sono riposti in locali fino a dopo il giorno dei morti, quando vengono tolte dai ricci. Ai bambini viene fatto questo indovinello: "Ghè tre sorell, una la dis andemm!, l'altra la diss stemm!, la terza invece andemm in terra, che se trovemm!... Chi hinn?! E i bimbi in coro rispondono: "i castègn". La spiegazione è che il riccio spesso contiene tre castagne e quando si apre, spesso in maniera naturale, non tutte cadono a terra nello stesso momento.  Tra il "ribollir dei tini e il volteggiar delle foglie ormai ingiallite", un proverbio che per la sua relazione venatoria fa il paio con quello di Santa Teresa dice: "A San Simon, lodol a monton". A San Simone (28 ottobre) è anche tempo di raccogliere le rape, come ci ricorda la sapienza di noster vecc: "A San Simon Giuda strippa la rava che l'è maruda" fa freddo: "Per San Simon il Crispin ha l'è più bon".  Siamo ormai a fine mese, è il 31 ottobre e anche San Quntino ci ammonisce: "A San Quintin, tanta acqua e pocch vin". Quindi per poterne gustare un buon bicchiere vi do appuntamento a novembre, al momento del vino novello. Ciao a tucc...