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IL CONCETTO GIURIDICO DI AMBITO LOCALE NEL SISTEMA RADIOFONICO ITALIANO ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE TECNOLOGICA. 

NEL LIBRO DI MASSIMO LUALDI RICORDATI OLTRE 30 ANNI DI LEGISLAZIONE (E MANCATA LEGISLAZIONE) IN MATERIA RADIOFONICA E TELEVISIVA.

di Massimo Emanuelli

E' uscito il volume di Massimo Lualdi IL CONCETTO GIURIDICO DI AMBITO LOCALE NEL SISTEMA RADIOFONICO ITALIANO ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE TECNOLOGICA, libro che recensisco con grande piacere per più di una ragione. Innanzitutto per la professionalità dell'autore che ho conosciuto anni orsono quando lavorava per un'emittente radiofonica sulla quale andava in onda la mia trasmissione L'ANGOLO DELLA SCUOLA. Lualdi è infatti entrato giovanissimo nel mondo radiofonico ed ha saputo conciliare la sua attività con gli studi e con la sua futura (ed attuale professione) Ancora una volta si ha la dimostrazione che l'esperienza radiofonica è stata una palestra utilissima alla formazione professionale di coloro che oggi, pur non lavorando più direttamente in radio, continuano a lavorare con altre mansioni nel settore. Massimo Lualdi, legnanese, maturità scientifica, due lauree (Giurisprudenza con tesi in diritto dell'informazione,  sociologia indirizzo comunicazioni e mass media con tesi in comunicazioni di massa), è oggi il più grande esperto in diritto della radiodiffusione, consulente di circa 250 imprese operanti nel settore editoriale italiano. Già componente della Sezione Normativa della Commissione per l'assetto del sistema radiotelevisivo istituita presso il Ministero delle Comunicazioni (nominato con decreto presidenziale in data 9 aprile 2002), è consulente della Camera di Commercio di Milano, coordinatore del gruppo di lavoro Lombardia frequenze radiotelevisiva, nonchè cultore di scienze economico-giuridiche e docente di organizzazione aziendale, giornalista pubblicista  (collabora con Millecanali e dirige il periodico di informazione telematica News Line).  Fra le altre ragioni della validità del libro, unitamente alla serietà dell'autore, vi sono quelle dell'utilità della lettura da più punti di vista.  Il libro di Lualdi è infatti utilissimo non soltanto per gli operatori del settore, ma anche per gli studenti che intendono laurearsi con tesi inerenti la storia delle radio e delle tv locali, che stanno aumentando ogni giorno. E, infine, Lualdi traccia in tempo reale lo scenario del futuro radiotelevisivo tenendo ben presente la lezione del passato.  Nell'introduzione l'autore denota come il sistema radiofonico e televisivo italiano è in forte evoluzione. Archiviata la stagione delle "radio libere" e delle "radio locali", preso atto della moltiplicazione degli standard diffusivi, la radio sta ridisegnando il proprio ruolo e la propria dimensione, analogo discorso vale per la televisione, alla classica diffusione si sono aggiunti negli ultimi anni altri strumenti concorrenti quali il satellite, il diigitale terrestre e soprattutto la trasmissione via web.  Il volume di Lualdi oltre ad essere un utilissimo compendio giuridico è un volume storico in quanto elenca e commenta la varie fasi legislative in materia radiotelevisiva in Italia: sono ricordate tutte le leggi e le sentenze della Corte Costituzionale: si parte con la sentenza della Corte Costituzione del 10 luglio 1974, passando per la sentenza successiva del 15 luglio 1976, dalla legge n.223/1990 meglio nota come legge Mammì, alla legge 66/2001, dalla legge 112 del 2004 meglio nota come legge Gasparri fino alla recente legge Gentiloni.  La lettura del volume è anche utile per ripercorrere  la storia di alcune radio e televisioni, cosa che stiamo cercando di fare anche noi con www.storiaradiotv.it   Lualdi inizia con con la la sentenza della Corte Costituzionale del 10 luglio 1974, alla quale si giunse - ricorda l'autore - dopo 16 ordinanze pretorili emesse dal maggio 1971 al giugno 1973,  quindi si arriva alla legge n.103 del 14 aprile 1975 (nuove norme in materia di diffusione radiotelevisiva) nella quale il legislatore statuiva che "l'installazione dell'esercizio delle reti e degli impianti di diffusione sonora e/o televisiva monolocale via cavo e la distribuzione attraverso di essi, di programmi, sono ammessi relativamente al territorio di un singolo Comune o relativamente ad aree geografiche, definite preventivamente dalla Regione, comprendenti più Comuni contigui e una popolazione non superiore a 150.000 abitanti".  Certo - commenta Lualdi - con ciò si faceva riferimento alla diffusione "via cavo" e non già "via etere", tuttavia, ciò che importa in questa sede è che per la prima volta appariva una definizione di ambito locale (seppur non vi fosse ancora riferimento a tale aggettivo), il rinvio cioè ad un bacino limitato di abitanti. La legge 103/1975 ribadiva il monopolio statale per le trasmissioni televisive nazionali, eccezion fatta per la ripetizione di programmi via etere provenienti dall'estero. Dopo avere ricordato il primo tentativo (fallito) di Rizzoli con TeleMalta, Lualdi ricorda come l'editore milanese acquistando Telealtomilanese e diede poi vita a Pin; e descrive il consorzio  Elefante nato per iniziativa dell'industriale farmaceutico Guelfo Marcucci, il primo in Italia a disporre di un più canali televisivi in diverse regioni. Qualche mese dopo iniziò la sua attività a livello nazionale anche Silvio Berlusconi con Canale 5 (allora suddiviso in Canale5 per il Nord e Canale 10 per il centro e il sud).  A Pin fu inibita la trasmissione in diretta nazionale del primo tg privato, CONTATTO, ma Berlusconi aveva già capito tutto. Lualdi riporta infatti una dichiarazione di Silvio Berlusconi pubblicata il 30 dicembre 1980 sul periodico IL SETTIMANALE,  dichiarazione profetica alla luce di quanto accade ai nostri giorni. Invitato a pronunciarsi sull'opportunità di una legge che disciplinasse l'anomalia italiana in un settore strategico come quello radiotelevisivo, totalmente abbandonato alle regole spietate del mercato, Berlusconi affermava:  "sono convinto che non c'è bisogno di alcuna legge, perchè il mercato, qui come altrove, ha in sè tutti gli anticorpi necessari a provocare un'autoregolamentazione del settore televisivo privato...  fra qualche anno, chiunque con il suo televisore potrà ricevere direttamente il segnale dai satelliti che già sono in arrivo sulle nostre teste e vedere i programmi diffusi da emittenti pubbliche e private di qualsiasi parte del mondo. E in quel momento verrà da ridere al solo sentir parlare di monopolio o di oligopolio".  La sentenza della Corte Costituzionale che si pronunciava contro il tg CONTATTO - ricorda Lualdi - andava in direzione contraria non solo ai desideri degli editori radiotelevisivi emergenti (Rizzoli, Berlusconi, Mondadori, Rusconi), ma anche a quelli del mercato pubblicitario e dell'utenza che, ormai passata l'euforia dei primi anni di liberismo a tutto spiano (quando bastava che qualcosa di diverso andasse in onda senza indagare sulla qualità dei programmi) ambivano ad una maggiore professionalità e consistenza dei palinsesti (gli inserzionisti per ovvie esigenze di ritorno degli investimenti;  gli ascoltatori per soddisfare aspettative che si facevano più esigente), sicchè l'opinione pubblica si schierava verso la totale liberalizzazione dell'etere. Nel frattempo il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni con decreto del 18 novembre 1980 avente titolo "censimento delle emittenti radiotelevisive a carattere locale e degli impianti ripetitori privati" tentava una prima individuazione degli impianti radiotelevisivi attivi sul territorio nazionale. Nel febbraio 1981 il dicastero del ministro Di Giesi rendeva noto di avere ricevuto 6500 schede impiantistiche, suddivise fra circa 900 e 2100 radio, ma era già noto che non tutti i gestori avevano rispettato l'invito istituzionale. Nel frattempo partirono i primi provvedimenti contro i nascenti network. Il 27 gennaio 1982 - ricorda sempre Lualdi - il direttore generale del Ministero delle Poste e Telecomunicazione Ugo Monaco invitava con un telegramma le emittenti nazionali Canale5 (Berlusconi), Rete4 (Mondadori), e Italia1 (Rusconi) a sospendere le trasmissioni entro due giorni, perchè avevano di fatto creato delle reti a diffusione nazionale in violazione della legge 103 del 1975 e delle sentenze della Corte Costituzionale. Si arriva al luglio 1984 e alla condanna dei network Canale5 e Rete4 per la violazione dell'art.125 cod.post. che negava alle tv private di superare l'ambito locale.  Ci vollero sei anni prima di giungere alla legge 223/1990 meglio nota come legge Mammì, il primo Piano nazionale di assegnazione delle radiofrequenze.

Nella seconda parte del volume Lualdi esamina gli effetti giuridici della mancata attuazione del Piano nazionale di assegnazione delle frequenze sulla definizione dell'ambito territoriale di diffusione delle emittenti radiofoniche. L'uomo che è riuscito a diventare il "Berlusconi della radio" è stato Alberto Hazan che ha trasformato Studio 105 da emittente locale in network nazionale. L'esempio di Hazan venne poi seguito da altre emittenti locali, ma - ricorda sempre Lualdi, grande conoscitore del mondo radiofonico - i primi tentativi radiofonici di andare oltre l'ambito locale si ebbero con Radio Luna di Sergio Talia, il cui successo fu immediato grazia anche al programma di Ilona Staller.   Lualdi ricorda anche gli esperimenti di Radio Elle a Chieti, a Pescara e a Modena. Altre emittenti che andarono oltre l'ambito regionale furono Radio In, Tirradio, Tir Top Italia Radio, e il centro di produzione Studio 21 di Milano, nonchè la milanese Radio Popolare, la bolognese Radio Alice e la romana Radio Città Futura, emittenti accomunate da una matrice politica fortemente di sinistra, oltre a Radio Radicale.  Alberto Hazan già nel 1981 sfidò il mercato e la legge collegando in syndacation una serie di emittenti nell'Italia settentrionale. Nel 1983 Hazan interconnette l'Emilia Romagna e la sua emittente prende la denominazione di Rete 105, nel 1985 Hazan censiva i propri impianti di diffusione e di collegamento ex l.10/1985 e "certificava quindi la propria dimensione extra locale. Nel 1987 Rete 105 dichiarava la copertura sostanziale del territorio nazionale, fatta eccezione per Basilicata, Sicilia e parte della Sardegna. Nel frattempo i network stavano nascendo, pur senza avere la copertura di Radio 105: Radio Radicale, Radio Dee Jay, Radio Milano International, Italia Network, Radio Kiss Kiss, Segnale Italia, Gamma Radio.   Sarà la legge Mammì a porre fine alla querelle anche nel mondo radiofonico e a decretare l'esistenza di una dozzina di ""Beluschini" che operano a livello nazionale, e di tante altre realtà locali.

Nell'ultima parte del libro viene analizzata la dicotomia nazionale e locale fra dottrina e giurisprudenza. Lualdi analizza infine l'evoluzione del concetto di ambito locale fra applicazione e disapplicazione delle norme, confrontando la situazione italiana con quella statunitense, dove esistono quasi mille emittenti radiofoniche via etere.   Alla fine della Seconda guerra mondiale quattro Broadcast nazionali (Cns, Nbc Abc e Mutual) si spartivano il 50% dell'ascolto complessivo. Pur controllando direttamente meno del 5% delle circa 1000 stazioni attive sul territorio degli Usa, infatti, producevano, per quasi tutti, programmi attraverso la formula del barter (pubblicità in cambio dei programmi nella quale essa era inserita). La storia insegna - conclude Luali - che un mercato in forte evoluzione sociale, economica e tecnologica, quale è quello delle telecomunicazioni, difficilmente può essere imbrigliato da rigide normative. L'avvento e il consolidamento delle nuove tecnologie (satellite, web, telefonia mobile, wifi, televisione digitale terrestre ecc.) ha di fatto minato alla radice il principio stesso di ambito locale, nè più ne meno di quanto abbia inciso nella maggioranza dei mercati economici il fenomeno della globalizzazione. Oggi, qualsiasi emittente locale, quand'anche dotata di scarse risorse finanziarie, può accedere con estrema facilità al webcasting cioè col cd, streaming audio, dei propri programmi. Lualdi conclude scrivendo: "Negli Usa da una ferrea regolamentazione si è passati ad una progressiva e costante deregulation, assoggettando il settore ai soli controlli sui contenuti da parte degli enti governativi di riferimento. In Italia si è percorsa la via contraria: da una totale deregulation (successiva alla sentenza n.202/1976 della Corte Costituzionale), si è giunti a fatica alla regolamentazione quadro della l.223/1990, cui ha fatto seguito la progressiva legislazione a volte ridondante, sovente confusa o così contraddittoria da imporre continui interventi correttivi, sino a giungere ormai alla necessità di un Testo Unico settoriale (Decreto Legislativo 177/2005) che risolvesse le troppe antinomie e che coordinasse l'enorme produzione normativa sin li effettuata, tenendo conto delle numerosi abrogazioni intervenute. Il prossimo passo sarà inevitabile se si vorrà garantire alle aziende radiotelevisive italiane chiamate a confrontarsi non solo in Europa, ma nel mondo in generale, con strutture imprenditoriali straniere elastiche e dinamiche: si dovrà indirizzare il settore verso una progressiva semplificazione. In quest'ottica è fatale che a cadere sotto le ferree leggi del mercato e dell'evoluzione tecnologica sarà quella definizione di ambito locale, prima tanto auspicata, quindi contestata ed infine caducata di fatto.  Internet e il satellite - scrive Lualdi - hanno virtualizzato anche i confini della diffusione radiotelevisiva: ciascuno di noi, con una facilità impensabile fino a pochi anni fa, in qualsiasi momento e ad un costo irrisorio riceve segnali digitali da tutto il mondo.  In Italia la legge in materia radiotelevisiva (e non solo) è sempre arrivata tardivamente, Lualdi traccia in anticipo quello che potrebbe essere il futuro, ci auguriamo che i legislatori tengano presente il volume di Lualdi e non si giunga a legiferare con il solito ritardo.

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