I MIEI SANREMO (DAL 1951 AD OGGI)
62 EDIZIONI DA SPETTATORE DEL FESTIVAL (E 56 DA INVIATO)
di Gigi Vesigna
Come tutti gli
italiani che ne avevano voglia, anch’io sono rimasto incollato alla radio le
sere del 29, 30 e 31 gennaio 1951, da lunedì a mercoledì, per ascoltare
l’orchestra di Cinico Angelini (C’E’ UNA CHIESETTA AMOR…) che dirigeva due
cantanti: Nilla Pizzi già (quasi) regina della canzone e Achille Togliani, già
famoso per un suo fotoromanzo (e relativa affettuosa amicizia con Sophia Loren),
e un duo di gemelle torinesi, Dina e Delfina Fasano. Presentava
Nunzio Filogamo col suo “ cari amici vicini e lontani” e nella platea del Salone delle feste
seduti ai tavolini, dove veniva servita la cena, mentre sul palco si svolgeva il
Festival, non c’erano molte persone, ma erano tutte rigorosamente vestite da
gran sera, avevano pagato 500 lire a testa. Vinse Nilla Pizzi
con GRAZIE DEI
FIOR che commosse l’Italia dicendo al microfono che l’autore della canzone
vincitrice, Saverio Seracini, era cieco. Il 1951 passò in fretta. Prima di
Sanremo gli italiani avevano presentato la dichiarazione dei redditi, la Vanoni,
dal cognome del suo promotore, il ministro delle finanze Ezio. Ma l’11 novembre
il Paese ebbe un sussulto di terrore: il Po straripando aveva allargato il
Polesine. Nacque un neologismo: gli alluvionati, e l’Italia nobilmente,
generosamente, fece a gara per aiutare quella gente, che era parte di tutti noi.
Nel 1952, sempre alla fine di gennaio, Nilla Pizzi
bissa la vittoria con
un tris. Prima con VOLA COLOMBA, seconda con PAPAVERI E PAPERE, che da noia alla
censura dell’epoca per certe allusioni a personaggi politici che stavano al gove
rno,
e terza con UNA DONNA PREGA. Sette giorni dopo, il 6 febbraio, sale al trono
d’Inghilterra Elisabetta II, mentre in Italia, alla Fiera di Milano, nasce la tv
con una serie di trasmissioni sperimentali. E la tv arriva al Festival il 27
gennaio 1955. Le telecamere indugiano sulla platea dove gioielli, toilettes
sfarzose e teste d’uovo applaudono freneticamente la vittoria del Reoccio
Claudio Villa che “ruba” il titolo, ma non certo la filosofia, del romanzo di
Francoise Sagan, una ragazzina francese che scandalizzava persino i parigini. Io
ero davanti al televisore, che allora era un elettrodomestico posseduto da pochi
fortunati (io ero fra di loro poiché mio padre era titolare di un’azienda che
produceva proprio televisori) quando le telecamere ripresero per la prima volta
il Festival. Vinse Claudio Villa senza nemmeno apparire sul palcoscenico poiché
per motivi di salute (ma non era proprio la verità) non riuscì a cantare, sul
video apparve un giradischi dal quale uscirono le note di BUONGIORNO TRISTEZZA.
Commozione lacrime e trionfo del Reuccio.
Anno dopo anno
Sanremo diventa per milioni di italiani, e io sono fra loro, un appuntamento da
non perdere. Si parla sempre male del Festival, ma le canzoni si fischiettano
già il giorno dopo e i dischi, dei 78 giri in via d’estinzione, vanno a ruba.
Nel 1961, da radioteleascoltatore, divento testimone oculare e cronista del
Festival. Vado a Sanremo come inviato di una settimanale allora popolarissimo,
BOLERO FILM, giuro che ci arrivo emozionato: dall’esterno il Casinò sembra un
palazzo di Bagdad (il Palazzo delle Mille e una Notte) e corso Matteotti (la via
principale) fa impallidire, per l’eleganza dei suoi negozi, via Con
dotti
e via Montenapoleone. Il Salone delle Feste non mi fa una grande impressione:
sedie di legno, poco più che un bugigattolo, il palcoscenico piccolo piccolo. Ma
quando Bruno Canfora, e poi Gianfranco Intra, danno il via all’orchestra è
subito magia. E’ un’edizione mitica. Vincono (una settimana dopo, perché si vota
con l’Enalotto e ancora non c’è il computer che accelera lo spoglio),
l’urlatrice Roberto Corti, in arte Betty Curtis, in coppia col supermelodico
Luciano Tajoli; al terzo posto si rivela
Milva (IL MARE NEL CASSETTO) che
subito diventa la Pantera di Goro per farla nemica della Tigre di Cremona,
Mina.
Quella del 1961 fu un’edizione mitica: c’erano Mina e Celentano, Umberto Bindi,
Milva, Gino Paoli e Toni Dallara. Era stata pronosticata la vittoria Mina che
invece finisce nelle retrovie e, da quella volta, non rimetterà più piede al
Festival se non come spettatrice.
Il vero trionfatore di Sanremo 1961 è Adriano Celentano, che cancella il partner Little Tony, voltando le terga al pubblico mentre canta 24.000 BACI. C’è aria di polemica sulla presenza del molleggiato a Sanremo. Adriano sta facendo il militare (artigliere) ma l’allora ministro delle Difesa Giulio Andreotti gli da un permesso speciale, già un segno della sua sensibilità e del suo gradimento nei confronti del mondo dello spettacolo. E la storia si è ripetuta poi negli anni ’80 quando Jovanotti, militare anche lui, ha ottenuto lo stesso per potersi esibire a Sanremo.
Da quel lontano 1961 non ho mai disertato Sanremo durante il Festival che ho vissuto a trecentosessanta gradi: ho scritto come “negro” di Mike Bongiorno, i testi di presentazione delle canzoni, una specie di banale didascalia che era di moda all’epoca e che costringeva a scrivere: “lui ama lei, ma lei ama un altro: e la gelosia li consuma”. A Sanremo sono stato testimone di baruffe e polemiche, di gioie e di piccoli drammi, persino di tragedie, come quella di Luigi Tenco, che nel 1967 si sparò un colpo alla tempia destra in una camera del piano seminterrato (la 219) dell’Hotel Savoy di Sanremo, allora quartier generale del Festival. Alloggiavo anch’io al Savoy e con un paio di colleghi respirai per primo quel momento di dramma. In quella lunga notte finita in un’alba livida, un ricordo mi torna perfettamente a fuoco: dall’albergo esce la bara del cantautore, portata a braccio fino a un camioncino – il cielo si accende piano piano – un uomo seduto su un muretto si fa il segno della croce, e Lello Bersani, il fotografo del mio giornale, ha ancora la forza di scattare. Quella foto dice di più su quel momento di qualsiasi discorso.
Ma Sanremo è
anche gioia, divertimento, gaffes. La gioia della ragazzina Gigliola Cinquetti
che vince con NON HO L’ETA’ e va a dormire abbracciata alla coppa che le hanno
consegnato come prima classificata, il divertimento di parlare con Louis
Armstrong,
che
non ha capito bene né dove è né cosa deve fare, tanto è vero che dopo avere
eseguito la sua canzone MI VA DI CANTARE deve essere letteralmente rimosso dal
palcoscenico perché crede di dover proseguire il concerto. Ma soprattutto non ha
capito che la sua immagine è stata “venduta” per fare da testimonial a un
aperitivo italiano. Così al cocktail di presentazione rifiuta con sdegno la
bevanda che ha involontariamente sponsorizzato, e chiede insistentemente un
Martini. Le gaffes: clamorosa quella di un giornalista che alla conferenza
stampa di Steve Wonder, notoriamente cieco, gli chiede: “Mr. Wonder come vede il
Festival di Sanremo?”.
Poi
vengono gli anni di piombo con i crimini del terrorismo, l’austerity, la
contestazione giovanile, e la Rai dimentica il Festival: trasmette solo l’ultima
sera, ma è una tristezza e Sanremo rantola. Poi per fortuna la battaglia
dell’ascolto fa capire che uno spettacolo così nazional-popolare può far vincere
la serata anche quando l’Auditel non c’è ancora. E Sanremo rifiorisce, grazie a
Vittorio Salvetti che porta nella seconda metà del decennio i big del
Festivalbar e i grandi cantanti stranieri nella città dei fiori. La stampa
sistematicamente spara a zero sulla manifestazione, ma il successo di pubblico
c’è costantemente. Del resto prendetevi la briga di andare a leggere quello che
i giornali scrivevano di Paoli, Bindi e Dalla quando
salirono per la prima volta sul palcoscenico di Sanremo. Gli autori forse
dovrebbero meditare sui loro pezzi ed arrossire.
A Sanremo ho seguito i lavori delle commissioni selezionatrici come osservatore esterno e, una volta, sono persino entrato a farne parte. Ero in compagnia di un paio di colleghi e, subito, ci rendemmo conto che la nostra presenza era un alibi per avallare decisioni già prese prima che la commissione si riunisse. Allora capii molte cose del passato e intuii quello che sarebbe accaduto in futuro. Inviato sino al 1973 per conto del più autorevole settimanale di musica leggera, TV SORRISI E CANZONI, ne divenne li stesso anno direttore. Così, mio malgrado, entrai ancora più dentro le stanze del chi conta e decide. E c’è sempre qualcuno che ti viene a raccontare che cosa è stato deciso.
Negli anni ’80 il Festival diventa evento televisivo, il Festival della spettacolorizzazione, dei conduttori, sembra non esserci più spazio per le canzoni e per i cantanti, eppure, nel corso degli anni ’80 e ’90 si affermati da Sanremo gli attuali big della canzone italiana: Pupo, Vasco Rossi, Enrico Ruggeri (dapprima con i Decibel, Luca Barbarossa , quindi Zucchero, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Carmen Consoli, Irene Grandi, Andrea Bocelli, Giorgia, Samuele Bersani, Biagio Antonacci, Nek, passano dal palcoscenico dell’Ariston anche Renzo Arbore, il compianto Mario Merola, Massimo Ranieri, Riccardo Cocciante Albano e Romina Power, I Ricchi e Poveri, Enzo Jannacci, Renato Zero, I Pooh, e, anche, Francesco Salvi, Fiorello, Marisa Laurito, Gigi Sabani, Giorgio Faletti, Ornella Vanoni.
L’edizione del
1982 è per me, ancora oggi, indelebile nella memoria. Claudio Villa vuole
partecipare al Festival ma Gianni Ravera, allora patron della manifestazione,
non ci sente. Mi viene allora un’idea che mi sembra buona, ma che finisce per
coinvolgermi in un mare di polemiche. Anche in questa edizione del Festival,
come da qualche anno, i cantanti sono divisi in due gruppi: sedici Giovani (che
devono aver già inciso un disco prima del 31 agosto dell’anno precedente) che si
affrontano in due serata durante le quali le giurie sceglieranno otto interpreti
(quattro per sera), e otto Big che vanno in finale, ma dovranno vedersela, per
la vittoria, anche con i giovani promossi. Nel corso di una telefonata con
Claudio Villa, che si lamenta per la mancanza di riguardo di Ravera nei suoi
confronti gli propongo: “Claudio fai un gesto clamoroso, iscriviti tra i
Giovani. Sarà, comunque, una notizia che farà scalpore. A Villa le sfide sono
sempre piaciute; ne parla con Ravera il quale è d’accordo. Peccato che tutta
l’operazione, preceduta com’era prevedibile da una gran cassa di risonanza da
parte dei media, finisca con il voto delle giurie che bocciano spietatamente il
Reoccio. “Le giurie di Sanremo vanno sciolte, perché sono forze occulte come la
P2” tuono Claudio Villa, simpatico guascone che non demorde. Claudio Villa non
mi perdonerà mai quel suggerimento. Per anni ho dato la copertina del
giornale al vincitore una settimana prima del Festival, avevo più di dodici
milioni di lettori e così mi accusarono di influenzare il giudizio sulla gente.
Naturalmente non era vero, ma per evitare polemiche, decisi di mettere in
copertina, nella settimana che precedeva il Festival, tutto il cast, riunito con
fatica a Milano. Sempre nel 1982, come direttore di TV SORRISI E CANZONI, avevo
azzardato la copertina di Riccardo Fogli in gara con STORIE DI TUTTI I GIORNI.
Era già successo con Alice l’hanno prima, ma nel 1982 la vittoria finale era
praticamente
sicura. Persino i bookmaker inglesi, che per qualche anno hanno accettato
scommesse sul vincitore di Sanremo, davano Fogli alla pari. Riccardo vinse e
accadde il quarantotto. Per le edizioni successive, per evitare polemiche,
decido che la copertna del numero di SORRISI antecedente al Festival raggrupperà
l’intero cast dei big, in questo modo nessuno si lamenterà più. Però, salvo
rarissime eccezioni, il vincitore di Sanremo lo consoscerò in anticipo.
Esperienza, arti divinatorie? No, semplicemente conoscenza del mondo della
canzone, delle strategie dei discografici e, soprattutto, dei motivi per i quali
un cantante straffermato decide di giocarsi la popolarità perdendo, e non
vincendo, a Sanremo.
Nel 1984 mi
ritrovo fra gli ospiti d’onore con Claudio Villa, chiamato a titolo di
risarcimento per riparare l’ingiusta b
occiatura
di due anni prima. La sera prima dell’inizio del Festival c’è un talk show in
diretta dal Teatro del Casinò. Ci sono, fra gli altri, Enzo Biagi, Mario Merola
e Claudio Villa. Anch’io sono fra gli invitati, ma preferisco declinare: la
veemenza con cui Claudio Villa mi aveva accusato di essere responsabile della
sua eliminazione mi induce alla prudenza. Ma poiché, per ragioni di
frequentazione, (e di anagrafe) sono considerato un po’ la “memoria storica” del
Festival Baudo insiste. Gli spiego che non mi va di essere coinvolto in una
bagarre che non è nel mio stile. Allora arriva, come ambasciatore di pace, Mario
Merola, che mi dice: “Vesì, tu devi venire, che tanto non succede niente”. Ed è
proprio così: il caso Villa cade dimenticato fra le polemiche del passato. Ma –
e me ne dispiace - con Villa non riuscirò più a ricucire un rapporto decente.
Eppure eravamo buoni amici da tanti e tanti anni”.
Nel 1987 arriva
l’Auditel è l’ultima edizione, prima delle rentrèe degli anni ’90, e
dell’attuale, di Pippo Baudo. Nel 1988 il Festival viene
presentato da Miguel
Bosè e Gabriella Carlucci (che dicono raccomandatissima, però se la cava proprio
bene) ma i telespettatori a casa vedono apparire sul proprio schermo l’immagine
di Pippo Baudo che, a sorpresa, apre la trentottesima edizione del Festival. E’
soltanto la registrazione del Sanremo dell’anno precedente perché, subito dopo,
balza in scena Beppe Grillo che dice: “ ve lo meritereste…”. Baudo, infatti, è
passato a Mediaset dopo una polemica in diretta con l’allora direttore della
Rai, Enrico Manca. Il “colpevole” – e me dispiace – sono stato io. Nel corso
della finale del FANTASTICO più riuscito della storia di quel varietà, condotto
da Pippo Baudo con Lorella Cuccarini e Alessandra Martinez, io e altri direttori
di settimanali eravamo stati invitati per porre, in diretta, domande ai
protagonisti della trasmissione. A me toccava parlare per ultimo e avevo in
mente una domanda che, speravamo vivamente, nessuno di quelli che mi
precedevano, facesse. Una speranza ridotta al lumicino perché tutti quanti
i miei colleghi sicuramente avevano letto, come me, sui giornali di quel sabato
6 gennaio, che Manca aveva definito la trasmissione di Baudo “nazionalpopolare”
aggiungendo: “non lo si prenda come un complimento”: Quando era stato il mio
turno, visto che nessuno dei colleghi aveva osato farlo, avevo chiesto a Baudo
cosa ne pensasse delle dichiarazioni del suo direttore. Apriti cielo. Pippo si
era scatenato, aveva attaccato Manca duramente. Era tardi, i giornali erano già
chiusi, o in chiusura, ma erano stati riaperti, chi aveva potuto aveva fatto una
ribattuta. Io ero diventato una specie di eroe della serata. Enzo Garinei mi
aveva fatto i suoi complimenti, Gigi Proietti mi aveva invitato a cena nel suo
ristorante romano. E poco dopo Baudo era passato al nemico. Così non aveva
presentato il “suo” Sanremo (la sua prima trasmissione su Canale5 si chiamerà,
ovviamente, Festival.
Dal 1995 sono invitato al Festival per diverse testate (RADIO ITALIA, FAMIGLIA CRISTIANA, TELENOVA), in questi ultimi anni (ma anche in passato), il Festival ha avuto anche delle “meteore” (chi ricorda i Jalisse con FIUMI DI PAROLE?), negli ultimi anni rimangono forse più nella memoria i conduttori: le edizioni del 1999 e del 2000 con Fabio Fazio mattatore e Michail Gorbaciov ospite, Adriano Celentano “telepredicatore” nell’edizione curata da Tony Ronis. Il ritorno di Baudo è una garanzia, saprà far tornare protagoniste le canzoni.
Io a Sanremo ho fatto di tutto, ho persino affiancato, nel Dopo Festival Bruno Vespa, chiamato a condurre il talk show che da qualche tempo è diventato un’appendice del Festival stesso. Contattato per condurre come memoria storica al fianco di Bruno Vespa, persona gentile, disponibile, con il quale legai subito, confuse Patty Pravo con Anna Oa, e persino il nome dei cantanti più affermati non gli dicevano nulla. Mi ritrovai così, dunque, a fare, oltre che da “memoria storica”, a fare da cane lupo e guida a un giornalista che, nel mondo della canzone si comporta come un non vedente.
Ho vissuto tra le quinte, sono entrato nei camerini dei cantanti, quei piccoli loculi verticali che trasmettono immediatamente un senso di claustrofobia. In più di un’ccasione sono stato io a dire al vincitore che aveva vinto. Insomma, in più nel bene o nel male, questo Sanremo, criticato, sbeffeggiato, maltrattato, è entrato a far parte del mio Dna. Quando, nel 1961, ci ho messo piede per la prima volta mi avevano assicurato ch la ferrovia, che tagliava la città in due, isolando praticamente la spiaggia, sarebbe stata trasferita a monte nel giro di poco tempo. Sono passati oltre 45 anni ma la ferrovia è sempre li, la spiaggia si raggiunge attraverso sottopassaggi e si ti metti a prendere il sole devi anche subire il via via dei treni che sferragliano a pochi metri. Alla prima edizione erano presenti soltanto cinque giornalisti, che peraltro si trovavano li per caso. All’ultima ne sono stati accreditati 540. Quasi un migliaio fra conduttori e tecnici di televisioni e radio private hanno seguito la manifestazione: minuto per minuto, mentre 128 fotografi hanno scattato come forsennati migliaia di fotografie spesso uguali, quindi inutili. Eppure c’è qualcosa che nessuna di questa persone sa spiegare, e nemmeno io, nonostante l’abbia reiteratamente chiesto ad amici sanremesi e ad assessori del Comune. La città si chiama San Remo, oppure Sanremo? Dalla stazione all’Aurelia sino ai cartelli dell’autosfrada, il nome è a volte scritto unito, a volte è separato, come si usa con i santi veri. E’ un mistero che è arrivato fino al terzo millennio. Comunque sia si continua a cantare. Sanremo ha ormai 58 anni, “un bambino”, dicono quelli che, come me, quell’età l’hanno superata da un pezzo”. Un vecchio, dicono i ragazzini che non parlano inglese ma ascoltano solo dischi in quella lingua, però a 58 anni ci è arrivato, sano e forte, nonostante tutto. Auguri, Festival, spero di frequentarti ancora a lungo. Ogni anno è sempre come la prima volta, anche se sono il veterano, per ragioni di anagrafe, a Sanremo.