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ADDIO A GUIDO VERGANI, CANTORE DI MILANO

di Massimo Emanuelli




Il grande Guido Vergani è stato è uno dei più grandi giornalisti della carta stampata del dopoguerra. Non ci risulta abbia condotto programmi televisivi, anche se appariva in programmi televisivi come memoria storica. Massimo Emanuelli ricorda che Guido Vergani lo chiamò per fargli i complimenti per l’uscita del suo libro Accadde a Milano: notizie, personaggi e sindaci dal dopoguerra ad oggi (1945-2002). Guido Vergani recensì il mio libro sul Corriere della Sera. Lui, il grande, il sublime Guido Vergani, mentre altri personaggi di mezza tacca se la tirano invece con me. Quello che mi colpì parlando con Vergani, con il quale interloquii anche sulle pagine del Corriere della Sera, era che il grande Vergani mi ascoltava incuriosito ed attento, quasi fosse lui a dovere imparare qualcosa da me, e non viceversa. Ero tutto il contrario di mezze calzette, baroni universitari e soloni di cui è pieno il mondo universitario, giornalistico, culturale, televisivo, politico e scolastico di questi ultimi tempi.

Guido Vergani nacque a Milano il 18 marzo 1935, figlio del grande Orio. Guido Vergani inizia a scrivere su un piccolo giornale liceale, Ore dodici, venduto all’uscita delle scuole, suo collega è Benedetto Mosca, figlio di un altro grande giornalista. Così Guido Vergani mi ricordava i suoi esordi: “che scrissi un pezzo sui gay alla rivista di Wanda Osiris, i gay allora impazzivano per la Wandissima, tornai a casa a notte inoltrata e trovai sul cuscino un biglietto di mio padre che diceva: “oggi sono contento come un falegname quando vede il figlio fare la prima sedia. Da li compresi che il mestiere del giornalista, al di la dei talenti, richiede allenamento e ostinazione artigianale, come un falegname che si esercita al tornio ed usa la lima per che un pezzo si intarsi all’altro. Sempre da mio padre imparai la virtù della sana curiosità, non esiste un buon giornalista che non sia un uomo curioso della vita, non curioso del pettegolezzo come oggi. Il buon giornalista è quello che sempre la voglia di stare dentro al fatto, un buon giornalista deve avere anche la curiosità. Un grande giornalista vede quello che un altro non vede. Da mio padre imparai le arti del mestiere: l’ostinazione artigianale, la curiosità, il colpo d’occhio, il volere essere sempre dentro agli eventi.”
Verso la fine degli anni ’50 Guido accompagna il padre a Pescara al concorso di Miss Italia, dove era giurato, è la sua grande occasione: “telefonai ad Arturo Tofanelli, allora direttore di Tempo Illustrato, e gli domandai se voleva un servizio. Tofanelli mi rispose di provare, devo ammettere che se mi fossi chiamato Rossi o Giustiniani, probabilmente non sarei nemmeno riuscito a parlare con Tofanelli. Nonostante questa facilitazione ebbi però la disgrazia della morte di mio padre, avvenuta poco dopo.” Orio Vergani morì infatti a Milano il 5 aprile 1960, tocca ai figli Leonardo e Guido continuare l’attività paterna. Guido lavora a Tempo illustrato, settimanale fondato nel 1939, diretto da Arturo Tofanelli, e Guido ricorda in suo padre e in Tofanelli i suoi maestri. “Sono stato molto facilitato, perché essendo mio padre giornalista annusai il sapore e le virtù del mestiere fin da quando ero bambino, vedendo mio padre lavorare in maniera spaventosa, con una capacità di concentrazione straordinaria e con una produzione di qualità sempre alta. Appresi da mio padre la capacità artigianale del mestiere. Ebbi inoltre la fortuna di iniziare a lavorare per un settimanale, ciò mi obbligò a trovare degli escamotage, dei modi di interessare il lettore per una settimana, mi dovevo differenziare dal quotidiano per interessare il lettore, dovevo raccontare e testimoniare l’evento trovando qualcosa di più e un modo narrativo diverso da quello del quotidiano. Lavorare per un settimanale è stato per me una grande palestra, Tofanelli, il mio direttore, veniva fuori dal grande gruppo dell’emigrazione intellettuale a Milano degli anni ’20, quella di Quasimodo, di Alfonso Gatto e di Mario Sironi. Tofanelli era un uomo buonissimo ma spietato nella lettura dei testi, bastavano due relative o un doppio genitivo in una frase per fargli buttare via il testo. Evitare le due relative significava impegnare almeno un quarto d’ora in più nel scrivere il testo, significava avere una capacità di concentrazione molto più forte. Avere maestri severi in qualche modo lo sconti subito come amarezza, frustrazioni e bocconi amari da buttar giù, all’inizio della carriera, ma poi la severità del maestro viene compensata moltissimo.” Per Tempo illustrato Vergani gira il mondo e scrive reportages dai fronti caldi dell’America Latina e del Medio Oriente.
Dopo la chiusura de Il Tempo Illustrato Guido Vergani lavora a Il Mondo: “vi entrai nel periodo successivo a quello del fondatore Pannunzio, il settimanale si era trasformato in un giornale di piccolo formato che cercava di fare concorrenza a L’Espresso e a Panorama, ma l’obiettivo fallì”. Vergani a questo punto inizia a lavorare al Corriere d’Informazione: “fu una fucina, basti pensare che Ferruccio De Bortoli iniziò proprio li la propria carriera giornalistica”, qui Vergani rimane per quasi tutti gli anni ’70. Dopo la chiusura del Corriere d’Informazione Vergani passa a La domenica del Corriere, proprio nel momento in cui la gloriosa testata sta per morire: “stavo professionalmente morendo.” Non è stato tutto facile per il figlio del grande Orio, eppure non perse mai il suo stile, la sua generosità: invece di pensare a sé stesso in certi momenti si è sacrificato per rivalutare la memoria di un padre scrittore inimitabile.
All’inizio degli anni ’80 Vergani viene contattato a Giuseppe Turani che gli propone di lavorare a La Repubblica: “avevo conosciuto Turani collaborando occasionalmente a Re Nudo, rivista movimentista fondata da Andrea Valcarenghi, il movimento chiedeva a giornalisti già affermati collaborazioni, direttore responsabile di Re Nudo fu per un certo periodo proprio Turani.”
Nel 1981 Vergani quindi passa a La Repubblica, “la mia vita professionale in quel momento fece un salto di qualità. Fui assunto come inviato di scrittura, cioè quelli che erano mandati non tanto sul grande evento, ma sugli eventi di costume, da narrare.” A La Repubblica la sua cronaca milanese, i suoi racconti in punta di penna, gli affreschi sulla capitale morale e sulla Lombardia, le interviste a personaggi famosi piuttosto che a persone comuni, ma rappresentative delle abitudini e dei costumi meneghini, gli conquistarono i favori dei lettori. Da inviato speciale divenne responsabile della redazione: “non sapendo comandare avevo 60 persone a cui avrei dovuto dare ordini, non ne ho mai dato uno essendo incapace di comandare. Tentai di instaurare un rapporto di affettuosità fra il giornale e Milano, La Repubblica per un lungo tempo era stato un giornale antipatizzante nei confronti di Milano, la cosa era reciproca. Cercai di dare più spazio ai personaggi e ai fatti milanesi, di dare un maggiore legame con la città. Il Comune di Milano in data 7 dicembre 1990, nella persona dell’allora sindaco Paolo Pillitteri, conferì a Guido Vergani l’Ambrogino d’oro. A La Repubblica Vergani rise quindici anni, fino al pensionamento, nel 1996. Dal 1996 al 1997 Vergani è corsivista a La Stampa e collabora con Panorama; dal 1997 collabora al Corriere della Sera: “andare al Corriere significava per me tornare a casa, anche se non era mai stata casa, anche se avevo lavorato al Corriere d’Informazione per due anni, la sede non era in Via Solferino. Andare al Corriere significava tornare a casa e convivere con il grande ricordo di mio padre, significava un po’ come tornare a casa, Il Corriere è un po’ come la casa dei Vergani”. Fu il direttore Ferruccio De Bortoli a richiamarlo da un esilio insensato, il Corriere era la sua casa, era la sua famiglia, era il padre Orio e il fratello Leonardo, era la sua vita. Milanesissimo gli fu affidata, oltre al normale lavoro da editorialista, una rubrica: appunto Il Milanese. Vergani – ricorda Lina Sotis - si presentò una mattina in Cronaca, con il suo sorriso sghembo, il cappellaccio di feltro, le sue cose eleganti ma ciancicate, stroppicciate, invecchiate non ad arte, e la prima reazione fu quella di metterlo dietro la scrivania, quella di capo, per fargli raccontare come vedeva questa Milano, perennemente in bilico fra entusiasmo e pessimismo, incapace di volare alto, di darsi un progetto compiuto. Abbiamo ripetuto spesso questa scena, e veniva quasi naturale domandare a lui quale era il taglio giusto per un servizio, un’inchiesta, un editoriale. Si sentiva anche amato dai cronisti, e questo deve essere stato bello per lui, per uno che con il suo talento aveva dovuto faticare tanto, per arrivare ad essere una firma considerata.
Vergani cominciò la sua avventura al Corriere con un pezzo “impossibile” in prima pagina, fra la crisi di governo, il Kosovo, e l’altalena delle borse: Piccoli segni di inciviltà era il titolo, ma si parlava delle cacche dei cani sui marciapiedi di Milano: “sembra un male minore, ma sono, la sporcizia e quei lasciti canini, il primo granello di una valanga che ha sotterrato il senso civico nella totale incuranza per quel che è pubblico”). Vergani in poco tempo diventò il custode di una milanesità traboccante, un sindaco ombra al quale raccontare i guai di una via o di una piazza, parlare di smog, di degrado, di verde, arredo urbano, droga, volontariato. Lui, raffinato e snobissimo, già elite del giornalismo, ricominciò a scarpinare da vecchio cronistaccio: mai scritto una cosa senza essersi documentato con il taccuino in mano. Giangiacomo Schiavi, già capocronista del Corriere della Sera ricorda in maniera molto affettuosa Vergani: "Sono stati 8 anni straordinari, valorizzò moltissimo la rubrica dei lettori: era un uomo battagliero pronto a scendere in campo per il Museo del '900 o quello del Design o su ogni tema di interesse civico e culturale. Aveva una sensibilita' estrema e una conoscenza profonda ed estesa. Era generoso, un vero galantuomo. Ma Guido era anche capace di scendere in campo per denunciare il degrado di Milano, strigliare l'amministrazione pubblica, rimproverare i milanesi quando lo riteneva necessario anche con un'ironia tagliente. Era un bohemien del giornalismo".
Guido Vergani è stato più volte Presidente e vice-presidente della giuria del Premio Bagutta, fondato dal padre Orio. Vergani, abitava in zona Brera, a due passi dalla redazione del Corriere, dal 1997 fino a quando le condizioni di salute glielo permisero Guido Vergani curò la rubrica Il milanese sulle pagine del Corriere. Vergani era rimasto fra i pochi a raccontare la nostra Milano con splendide pagine, i suoi itinerari. “Mi sento una sorta di Montanelli di serie B – ricordava - perché tengo sei giorni alla settimana la rubrica, rispondo ad una lettera, naturalmente mi capita di essere molto critico con l’amministrazione civica di questa città, spero di farlo sempre in maniera accettabile, in maniera non pregiudiziale, senza alzare la voce, poiché più si alza la voce, meno si è ascoltati. Facendo questa rubrica esprimo delle opinioni, ma spero di esprimerle sempre da cronista, cioè da persona che di questo mestiere ama il racconto, la testimonianza, il ritratto del personaggio, la cosa vista. E’ importante fare questo mestiere guardando e vedendo le cose. Oggi dati i mezzi che vi sono, e dato il bombardamento di notizie che vengono dall’esterno, ai giornali arrivano migliaia di notizie di contro alle centinaia degli anni ’60. Oggi il mestiere del giornalista è diventato un mestiere assediato dalle notizie, e il giornalista fa più che quello che va a vedere quello che seleziona la notizia. Spesso è un giornalismo che si avvale più dell’intervista telefonica che dell’andare a vedere sui fatti. Quarant’anni fa anche per un piccolissimo fatto di cronaca, come la signora che si lamentava perché il marciapiede sotto casa sua era sporco di cacca di cane, il cronista del Corriere andava a vedere, vi erano giornalisti che non scrivevano mai una riga, ma andavano a vedere le cose, tornavano e riferivano all’estensore di cronaca che scriveva. Cinquant’anni fa vi erano molti più giornalisti che osservavano la vita di quello che ce ne sia oggi. Questo è l’unico modo in cui il giornalismo scritto ha la possibilità di superare il giornalismo televisivo.”
Fra i suoi ultimi poco prima che la malattia se lo portasse via prematuramente, Vergani presentò a puntate un’interessantissima Storia di Milano sulle pagine del Corriere della Sera.
Eleganza accuratamente trascurata, cultura raffinatissima e mai ostentata, parola pacata, tratto cortese, queste le doti dell’indimenticabile Vergani. Aveva uno stile nello scrivere, dove si fondevano l’incisività del cronista e l’eleganza dello scrittore, prima a Repubblica, poi al Corriere Vergani ha raccontato e interpretato la parte migliore della «milanesità»
Fra i suoi libri ricordiamo Mesina (1968), ll delitto di piazzale Lotto (1973), ha curato il Dizionario della moda, Caro Coppi, uscito nel 1995, scritto in “alleanza” fuori dal tempo con il padre Orio. Fra i più recenti scritti di Guido ricordiamo Misure del tempo, il diario di Orio Vergani, Buco nell'anima. Guarire dalla malattia della droga (2002) e l’ultimo suo libro è stata la raccolta Lettere 1942-1980 del 2004.
Guido Vergani è stato indubbiamente Il milanese, intriso di cultura, ironia e passione civile. Guido Vergani è stato il juke-box di una Milano sparita, nessuno sapeva raccontare come lui le notti ruggenti, i viveur del Charlie Max, la pattuglia rockettare del Santa Tecla o i miti del dopoguerra, il boom, i personaggi di una Brera bohemienne, la Milano da bere e quella da sognare, gli scrittori, i registi, le prime della Scala, le attese di un derby. Per tutto questo, e altro ancora, aveva ricevuto l’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento di Milano. Ma nel 2003 fu pronto a cederlo a Don Virginio Colmegna, presidente della Caritas, la cui candidatura finì bruciata dalle risse politiche. Vergani si batteva con ostinazione per un museo del design, e ancora di più per quello sul futurismo, sollecitava un percorso leonardesco compiuto, riuscì ad imporre al Comune le targhe sulle case dei personaggi storici, animava convegni, incontri, dibattiti. E ce l’aveva con il traffico infernale, al punto di chiedere una nuova chiusura del centro storico, di cui era stato, negli anni ’80, un sostenitore appassionato. Gran conoscitore della società milanese, dei suoi luoghi e dei suoi riti, dalla «prima» della Scala, al tifo per l'Inter, Vergani ne ha raccontato, con eleganza e ironia, lo spirito e l'anima segreta.
Un tumore al polmone lo aveva colpito da alcuni anni, ma fino a quando ha potuto Guido ha continuato a scrivere. Solo negli ultimi tempi, a causa della malattia la rubrica con i lettori, che era curata dal giornalista tutti i giorni, fu prima sospesa e poi ripristinata una volta alla settimana. A sostituirlo, su richiesta personale dello stesso Vergani, fu Giangiacomo Schiavi. Ma la rubrica ha cambiato nome (si chiama ora 'dalla parte del cittadino' perchè "Guido era inimitabile, come lo era Montanelli con La stanza” ha dichiarato lo stesso Schiavi.
Guido Vergani si è spento a Milano il 22 aprile 2005, se ne è andato come aveva sempre vissuto, con lo stile elegante e cortese che lo ha sempre accompagnato e che si percepiva anche nei suoi servizi, nei suoi racconti e nei suoi libri. Cortese, cordiale e disponibile con tutti i colleghi - dal direttore al fattorino - il suo eclettismo e la sua scrittura inimitabile gli hanno aperto quasi automaticamente le porte del giornalismo. Guido Vergani è stato un uomo di profonda cultura e sensibilità, una persona così intimamente legata a Milano da identificarvisi totalmente, un testimone delle passioni, dei vizi, delle cattive abitudini e delle virtù della città.
I funerali di GuidoVergani si sono svolti nella Basilica di San Simpliciano, in corso Garibaldi, la via dove abitava. La salma è stata accompagnata all'uscita dalla Chiesa dalle canzoni degli anni '30 di Vittorio De Sica e da un gonfalone dell'Inter, la squadra per la quale aveva sempre tifato. Molte le personalità che lo avevano conosciuto e che hanno voluto accompagnarlo nell'ultimo viaggio: da Umberto Eco a Fedele Confalonieri, da Massimo Moratti a Carlo Castellaneta oltre al Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati e a moltissimi colleghi insieme al figlio Orio, che porta lo stesso nome del padre di Guido Vergani. La salma è stata quindi accompagnata al cimitero di Lambrate dove è stata cremata. Assenti i rappresentanti del Comune di Milano. Così Giangiacomo Schiavi, che ha preso il suo posto al Corriere, proprio dietro indicazione dello stesso Vergani, l’ha salutato dalle colonne del Corriere: “Il milanese se ne è andato, e stavolta non torna. Già una volta ci aveva lasciato. Ma poi si era affacciato in redazione. La stessa voce abbrustolita, il sorriso sghembo, una grande voglia di lottare. Per otto mesi abbiamo chiesto pazienza ai lettori di questa rubrica (“dalla parte del cittadino”) e ci siamo arrabattati nelle risposte, in attesa della sua. Quando Guido Vergani ci ha detto “ragazzi torno a scrivere” abbiamo pensato che era fatta, che i medici del Policlinico e dell’Istituto dei tumori fossero riusciti a metterci una pezza. Volevamo la sua penna per il Corriere e per Milano, ci veniva sempre da dire “chiediamolo a Vergani”. Per noi della Cronaca del Corriere Guido Vergani è stato, era e sarà sempre Il milanese, titolo della sua fortunata rubrica di lettere. Riesce difficile immaginare queste pagine senza la sua firma, senza la sua faccia pensosa che risponde con garbo a un lettore. Con lui abbiamo diviso battaglie, campagne, polemiche, con lui abbiamo imparato a conoscere meglio Milano, ci siamo appassionati alla memoria e al senso civico, alla cultura e alla politica, all’ambiente, alla moda e al design… Chiedere a Vergani, come facevamo noi della Cronaca, era diventato abitudine per i lettori, ma anche per i politici. Piero Borghini, sindaco per un breve periodo negli anni bui di Tangentopoli, ricorda di essersi confidato con lui prima di accettare l’incarico: mi disse di accettare ed io accettai. Ma potrebbero dire lo stesso i comitati cittadini che oggi chiedono di dedicargli una piazza, i ragazzi di Legambiente che lo hanno seguito in un’inchiesta sull’Italia da buttare, i presidenti di circoli, di associazioni, di enti famosi e non, perché Vergani offriva la sua disponibilità, che era sempre per Milano. Hanno messo una sua foto anche sul sito dell’Inter. Lo meritava, da tifoso esemplare. Moratti gli piaceva, quel suo soffrire inseguendo un sogno era anche un suo. Senza esagerare lascia una voragine. Lo scrivo con un buco nel cuore, perché questo spazio è nato con lui. Una pagina: palestra di speranze per Milano. Chi ha avuto critiche pizzacate da qualche governante, una lettera stizzosa indignata da Palazzo Marino, sede del Comune, che per la verità dovrebbe intitolargli almeno l’ufficio del difensore civico per le sue battaglie in difesa di Milano. Al suo funerale la giunta di centro-destra non è stata gentile con lui: nessuno, né sindaco, né assessori. Per Guido tanti abbracci ed elogi dai lettori, che per lui hanno contato sempre molto, ma molto di più. E un gemellaggio insolito fra i due quotidiani rivali Corriere e Repubblica: mettiamo da parte della concorrenza e lavoriamo insieme per una piazza di Milano con il suo nome. E’ insolito nel nostro mestiere. E’ accaduto per Guido Vergani. Gli volevamo davvero bene”.
Vergani scriveva da Dio, conosceva Milano come nessun altro, era un galantuomo intriso di cultura, ironia, passione civile, difesa la sua rubrica, come la propria vita, dagli attacchi del male. Eleganza accuratamente trascurata, cultura raffinatissima e mai ostentata, parola pacata, tratto cortese, queste le doti dell’indimenticabile Vergani. Aveva uno stile nello scrivere, dove si fondevano l’incisività del cronista e l’eleganza dello scrittore. Vergani ha raccontato la sua Milano in centinaia di articoli, senza mai tradirne le bellezze, era un cronista curioso e scrupoloso, aveva un dettagliato e vasto sapere su Milano e sui suoi personaggi degli ultimi cento anni (quelli che non aveva conosciuto di persona gli erano stati tramandati e raccontati dal padre Orio). La scomparsa di Guido Vergani la sua scomparsa lascia un vuoto profondo vuoto.
Ritengo di avere avuto molti maestri come giornalista che si interessa di spettacolo, di cultura, di costume, ma per quanto riguarda Milano e la milanesità Guido Vergani resterà l’unico maestro, insuperabile, ciao Guido, mi ha lasciato solo a raccontare questa mia, questa nostra Milano.