GIANNI RAVERA
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Gianni Ravera nacque a Chiaravalle, in provincia di Ancona, il 9 aprile 1920, figlio di un socialista anarchico fu iscritto all’anagrafe con il nome di Lenin, ma ai tempi del fascismo dovette cambiarlo in Giandomenico. Debuttò nel 1942 partecipando con Nilla Pizzi ad un concorso per cantanti dilettanti indetto dall’Eiar, nel dopoguerra entrò alla Rai cantando con varie orchestre: Angelini, Trovatoli, Barzizza, Savina, come rappresentante dello stile all’italiana. Partecipò alle trasmissioni radiofoniche LE CANZONI DELLA FORTUNA e VOCI E VOLTI DELLA FORTUNA, antenati di CANZONISSIMA. e a tre edizioni del Festival di Sanremo: nel 1954 con GIOIA DI VIVERE, nel 1955 con NON PENSERO’ CHE A TE, e nel 1957 con UN CERTO SORRISO. Alla fine degli anni ’50 smise di cantare “perché mi ero accorto di perdere i capelli” ed iniziò a fare l’impresario organizzando manifestazioni musicali a Vibo Valentia, a Cagliari, ad Ancona e in altre città. Il suo sbarco a Sanremo come organizzatore risale al 1962 e dopo quel primo Festival di edizioni ne organizzò ben 17 da solo, più due con Ezio Radaelli e una in trio con Elio Gigante e Vittorio Salvetti, portando in Italia personaggi come Louis Armstrong, Stewe Wonder, Dionnie Warwick, Paul Anka e Wilson Pickett, e lanciando personaggi come Iva Zanicchi, Bobby Solo e Gigliola Cinquetti. Nel 1963 con Luciano Pedrocchi inventò il Festival di Castrocaro Terme per voci nuove; fu l’onorevole Arnaldo Forlani, nella graziosa cittadina in un momento di relax a dire a Ravera e Pedrocchi: “perché non inventiamo qualcosa qui?”, nacque quindi il Festival i cui cantanti vincitori avrebbero poi partecipato di diritto al Festival di Sanremo l’anno successivo. Dire Ravera era come dire Sanremo, ormai le due cose si identificavano.
Ravera fu anche il patron della della Mostra Internazionale della musica leggera di Venezia, della Vela d’Oro di Riva del Garda e di Saint Vincent Estate (meglio conosciuto come Un disco per l’estate). In trent’anni lo accusarono di essere un mercante di voci, un padrino della canzonetta, e uno dei responsabili della diseducazione musicale del pubblico italiano, ma se Ravera rimase a lungo sulla sua poltrona le ragioni furono soprattutto professionali e umane. Era davvero felice quando a Sanremo o in un’altra rassegna una delle sue scoperte strappava applausi alla platea: “io sono soltanto un cuoco, se i discografici mi danno ingredienti di prima scelta faccio un pranzo di gala, ma se sono modesti viene fuori solo una discreta cena casereccia” rispondeva a chi si domandava del livello musicale dei suoi Festival. Di rock e di pop music moderna non ne masticava molto e la sua preparazione musicale era di vecchio stampo, anche se attenta e appassionata, ma aveva un misterioso sesto senso che gli faceva capire al volo se un personaggio avrebbe funzionato o no e nel suo settore era il numero uno. Ravera fu ovviamente chiacchieratissimo, sia per il giro d’affari che c’era attorno al festival, sia per le sue amicizie nei vertici democristiani, ma il patron si schermiva con un sorriso imperturbate dichiarandosi estraneo ad ogni maneggio e riluttante verso ogni pressione politica: “quando mi telefona qualche onorevole e comincia a dire: sa, ci sarebbe una ragazza tanto brava, tanto perbene – disse Ravera in un’intervista concessa poco prima dell’inizio del Festival del 1983 – io rispondo: le consigli di fare un concorso al Ministero, se è tanto brava, tanto per bene. A me mandatemi una che sia puttana, lesbica, che abbia tutti i vizi, ma che canti come Mina”. E così andò avanti per più di vent’anni attraverso polemiche, piccoli scandali, beghe legali finite qualche volta in Tribunali sia con gli eterni rivali, Vittorio Salvetti in testa, sia con personaggi come Claudio Villa che lo hanno combattuto in battaglie senza quartiere, e sempre uscendone immacolato, intatto o “intoccabile” come dicevano i suoi avversari. Ma del resto Ravera le sue soddisfazioni se le prese direttamente, grazie ai successi di Sanremo Aveva abbandonato il Festival nel 1969, dopo sette anni di gestione di enorme successo, poi lo riprese quando si trovava in difficoltà, chiamato a gran voce come l’unico possibile salvatore della più popolare e celebre delle nostre passerelle canore. E così fu, nel senso che Sanremo ritornò agli splendori di un tempo. E in effetti, quando si polemizzava con lui, c’era comunque un grande imbarazzo se si doveva pensare a un possibile sostituto. Chi meglio di lui, con tutti i suoi difetti? La morte lo colse nel maggio 1986 proprio mentre stava lavorando alla rassegna di Saint Vincent.
La sua eredità venne raccolta dal figlio Marco che curò per due anni l’organizzazione del Festival di Sanremo.