Gianni Brera
IL GRAN LOMBARDO
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di Massimo Emanuelli
Il grande giornalista sportivo condusse A ruota libera su
Canale51, poi fu la
volta de L’Accademia di Brera programma che andò in onda su
TeleLombardia,
prima
e, poi, su
Antenna 3, nonché, tramite alcuni collegamenti su
PrimoCanale,
emittente di Genova, e su altre tv regionali e locali.
Gi
ovanni Luigi Brera, poi semplicemente Gianni, nacque a San Zenone Po, in
provincia di Pavia, l’8 settembre 1919. Quinto figlio di un sarto-barbiere,
socialista, giovanissimo si trasferì a Milano, ospite della sorella maggiore
Alice che faceva la maestra, a Milano Brera frequenta le scuole superiori. Alice
e Gianni vivono in una casa di ringhiera dove abita anche un’altra famiglia
originaria di San Zenone Po, i Gramegna, con tre figlie, la minore, Rina,
diventerà sua moglie. Il profitto scolastico di Gianni è però scarso, poiché
passa più tempo con i “boys” del Milan che con i libri di scuola, Gianni venne
allora trasferito nuovamente a Pavia, qui completa il liceo e si iscrive a
scienze politiche, per poi tornare nel capoluogo ambrosiano.
Nella Milano degli anni ’30 le tabaccherie vendono delle piantine divise in
settori numerati che riproducono i campi di calcio, servono per seguire le
partite che si giocano allo stadio anche senza andarci, infatti tenendo davanti
agli occhi questa piantina e ascoltando alla radio le fantastiche radiocronache
di Nicolò Carosio ci si può immaginare come va la partita anche senza vederla.
Brera a questo punto decide di fare il cronista sportivo, notato dal giornalista
Bruno Slaves, inizia a scivere per il Guerin Sportivo. Tenente di fanteria allo
scoppio della seconda guerra mondiale fu attratto dalla divisa dei
paracadutisti, scrive per il giornale La folgore, nel 1944 si trasferì in Val d’Ossola
come partigiano, durante la Resistenza traduce Plauto e Moliere. Alla fine della
seconda guerra mondiale Gioan Brera, come amava farsi chiamare, torna a Milano,
qui inizia la sua carriera di giornalista a la Gazzetta dello Sport risorta il 2
luglio 1945. Il direttore Bruno Roghi, annuncia nel corso di una conferenza
stampa che la rosea avrebbe patrocinato il Giro della Rinascita, stipati in una
sala del secondo piano del palazzotto di via Galilei,
vi erano i più noti
giornalisti sportivi dell’anteguerra, ed alcuni esordienti, fra cui Massimo
Della Pergola (futuro inventore del Totocalcio) e Gianni Brera che calzava un
paio di scarpe da paracadutista. Gianni Brera ebbe l’incarico di redattore
di
atletica leggera e corrispondente da Parigi. Così Gianni Brera iniziò la sua
avventura che lo porterà ad essere il “principe” del giornalismo sportivo
italiano, uno dei suoi protagonisti assoluti insieme a Colombo, Roghi e De
Martino. Negli anni ’50 Brera abita con la moglie, la dolcissima Rina, in Via
Catalani a Milano, nei pressi di Piazzale Loreto, vicino a suo fratello Franco.
Nel 1950 Brera divenne direttore de La Gazzetta dello Sport, carica che mantenne
fino al 1954, coaudivato da Giuseppe Ambrosini, nel 1956 passa come capocronista
a Il Giorno.
Negli anni ’60 si trasferisce in Via Cesariano 5, a due passi dall’Arena, il
vecchio stadio di Milano, un luogo in un certo senso simbolico del calcio epico
e popolare che gli piaceva. Un palazzo di otto piani costruito in cooperativa
dai giornalisti, nel quartiere lo conoscevano tutti, dal panettiere, al
barbiere, lui conversava con tutti gli abitanti e i negozianti della zona,
conversatore affabile di politica, arte e vini pavesi. Dal 1960 al 1974
collabora al Guerin Sportivo, da lui diretto per un certo periodo, e con Il
Monello, nel 1974 diventa capo della redazione sportiva de Il Giornale fondato
da Indro Montanelli, incarico che mantenne fino al 1981, nel 1982 passò a La
Repubblica. Fu Brera a nobilitare la professione del giornalista sportivo, da
allora considerata un “mondo a se”, e a dare al settore la sua personale
impronta, fatta di neologismi personali e pittoreschi. “euclideo”, “rifinitura”
Per Umberto Eco, Brera è “un Gadda spiegato al popolo”, ma fu Brera a nobilitare
la figura del giornalista sportivo, fino a quel periodo si occupava di sport
solo chi se ne intendeva o chi non sapeva scrivere bene, Brera fu il primo a
coniugare le sue cose.
Fu Brera infatti a chiamare Gianni Rivera “abatino”, e Gigi Riva “rombo di
tuono”, a coniare l’aggettivo “arrembante” dato ad una squadra di calcio, o il
verbo “incornare” per descrivere un goal di testa, creò un linguaggio tutto suo,
che gli guadagnò l’attenzione della stessa critica letteraria. Gianni Brera fu
anche autore di libri, al suo attivo rimane un’intensa produzione narrativa,
scrittore dotato e versatile, il suo patchwork linguistico lo ha fatto
avvicinare a Carlo Emilio Gadda. Fra le sue opere Addio Bicicletta (1964), Naso
bugiardo (1969), Il corpo della ragassa (1969, da cui è stato tratto anche un
film), Naso bugiardo (1977), e, soprattutto, la famosa Storia del calcio
italiano (1975) con il quale svelò con tutta la ricchezza e la vivacità di una
prosa personalissima, il virtuosismo lessical-padano del miglior Brera che ha
lasciato racconti, romanzi, e persino un testo teatrale a sfondo storico: Mille
e non più mille, nei quali ha espresso il suo genio multiforme e sanguigno.
Il 7 dicembre 1977 il Comune di Milano, nella persona dell’allora sindaco Carlo
Tognoli, conferì a Gianni Brera una medaglia d’oro di benemerenza civica. Fra i
suoi soprannomi: Accattone (Helenio Herrera), Baron Tricchettracchè (Causio),
Abatino (Gianni Rivera), Rombo di Tuono (Gigi Riva), Pulicione o Puliciclone (Pulici),
Bonimba (Boninsegna), Piper (Oriali), Silva (Gullit), Deltaplano (Zenga),
Stradivari (Vialli), Mazzasandro (Mazzola), Felix-de-Mondi o Nuvola Rossa
(Felice Gimondi), Peppinoeu (Beppe Viola); fra i suo neologismi: bassaiolo,
lazzi, atipico, forcing, pistolaggine.
Negli anni ’60 si trasferisce in Via Cesariano 5, a due passi dall’Arena, il
vecchio stadio di Milano, un luogo in un certo senso simbolico del calcio epico
e popolare che gli piaceva. Un palazzo di otto piani costruito in cooperativa
dai giornalisti, nel quartiere lo conoscevano tutti, dal panettiere, al
barbiere, lui conversava con tutti gli abitanti e i negozianti della zona,
conversatore affabile di politica, arte e vini pavesi. Dal 1960 al 1974
collabora al Guerin Sportivo, da lui diretto per un certo periodo, e con Il
Monello, nel 1974 diventa capo della redazione sportiva de Il Giornale fondato
da Indro Montanelli, incarico che mantenne fino al 1981, nel 1982 passò a La
Repubblica. Fu Brera a nobilitare la professione del giornalista sportivo, da
allora considerata un “mondo a se”, e a dare al settore la sua personale
impronta, fatta di neologismi personali e pittoreschi. “euclideo”, “rifinitura”
Per Umberto Eco, Brera è “un Gadda spiegato al popolo”, ma fu Brera a nobilitare
la figura del giornalista sportivo, fino a quel periodo si occupava di sport
solo chi se ne intendeva o chi non sapeva scrivere bene, Brera fu il primo a
coniugare le sue cose.
Fu Brera infatti a chiamare Gianni Rivera “abatino”, e Gigi Riva “rombo di
tuono”, a coniare l’aggettivo “arrembante” dato ad una squadra di calcio, o il
verbo “incornare” per descrivere un goal di testa, creò un linguaggio tutto suo,
che gli guadagnò l’attenzione della stessa critica letteraria. Gianni Brera fu
anche autore di libri, al suo attivo rimane un’intensa produzione narrativa,
scrittore dotato e versatile, il suo patchwork linguistico lo ha fatto
avvicinare a Carlo Emilio Gadda. Fra le sue opere Addio Bicicletta (1964), Naso
bugiardo (1969), Il corpo della ragassa (1969, da cui è stato tratto anche un
film), Naso bugiardo (1977), e, soprattutto, la famosa Storia del calcio
italiano (1975) con il quale svelò con tutta la ricchezza e la vivacità di una
prosa personalissima, il virtuosismo lessical-padano del miglior Brera che ha
lasciato racconti, romanzi, e persino un testo teatrale a sfondo storico: Mille
e non più mille, nei quali ha espresso il suo genio multiforme e sanguigno.
Il 7 dicembre 1977 il Comune di Milano, nella persona dell’allora sindaco Carlo
Tognoli, conferì a Gianni Brera una medaglia d’oro di benemerenza civica. Fra i
suoi soprannomi: Accattone (Helenio Herrera), Baron Tricchettracchè (Causio),
Abatino (Gianni Rivera), Rombo di Tuono (Gigi Riva), Pulicione o Puliciclone (Pulici),
Bonimba (Boninsegna), Piper (Oriali), Silva (Gullit), Deltaplano (Zenga),
Stradivari (Vialli), Mazzasandro (Mazzola), Felix-de-Mondi o Nuvola Rossa
(Felice Gimondi), Peppinoeu (Beppe Viola); fra i suo neologismi: bassaiolo,
lazzi, atipico, forcing, pistolaggine.
Negli anni ’80 Gianni Brera, sempre residente in Via Cesariano, si converte al
giornalismo televisivo, mitico resta il suo programma L’accademia di Brera, in
onda su
TeleLombardia,. Gianni Brera, sempre assieme alla moglie Rina, si avvia
alla terza età con i figli Franco, musicista, Paolo, giornalista, e Carlo,
pittore e traduttore, ormai cresciuti, è nonno affettuoso di sei nipotini.
Enologo, gastronomo, buon fumatore di toscani, amante della chiacchiere, della
buona tavola, delle partite a carte con gli amici, conversatore arguto, “non ho
molto tempo a disposizione” scrisse su La Repubblica di venerdì 18 dicembre 1991
rispondendo ad un lettore. La sera stessa del 18 dicembre 1991 andò incontro al
proprio destino. Partecipa ad un convegno medicina e sport, indi eccolo a
mangiare alla trattoria Il Sole di Maleo lo aspettava un ragù d’oca, una specie
di cassoeula con la carne d’oca al posto di quella del maiale, la serata è
allegra, risate di qui, risate di là, alla fine el Brera saluta tutti con un bel
“se vedum” ai suoi amici. Poi nella notte l’incidente mortale, era un venerdì
notte senza nebbia. Alle tre di notte sulla statale 234 fra Codogno e
Casalpusterlengo, una strada della sua amata Lombardia, la sua Ford Sierra si
scontrò con una Fiat Uno e una Lancia Tema, Brera aveva appena terminato una
serata allegra, sulla macchina venne trovato un notes con gli anelli, appunti
freschi per un libro, per un articolo. Morì su una strada statale delle sue
parti, dopo aver viaggiato per una vita. Il suo cappotto di cammello ed il
cappello scuro furono ritrovati abbandonati sul sedile posteriore della sua Ford
Sierra
I funerali di Brera si svolsero nella sua San Zenone Po il 21 dicembre 1991,
intervennero fra gli altri Ottavio Missoni, Fabio Capello, Ottavio Bianchi, il
mondo del calcio e del giornalismo, i dirigenti del Coni, Arrigo Gattai, Antonio
Matarrese, Ernesto Pellegrini, Gian Marco e Massimo Moratti, Fedele Confalonieri,
e l’arbitro Campanati, ma anche i grandi nomi della tavola: Gualtiero Marchesi,
Luigi Veronelli, politici come Piero Bassetti, e Virginio Rognoni.
Così Oreste Del Buono lo ricordò con commozione: “è la fine della fantasia,
dell’estro. Ora resta solo il calcio normalizzato”.
Nel 2001, in occasione del decimo anniversario della scomparsa di Gianni Brera,
è stato istituita la prima edizione del premio GIANNI BRERA SPORTIVO DELL’ANNO
svoltasi al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, l’iniziativa è
stata promossa dal Circolo Culturale I Navigli, dalla Provincia di Milano e
dalla Regione Lombardia, con il patrocinio del Comune di Milano, e la
collaborazione di Aem e Telecom Italia. Il premio, di rilievo nazionale, vuole
essere un prestigioso riconoscimento agli sportivi di ogni disciplina, che più
si sono distinti nell’ottenere importanti successi con abilità e determinazione.
La consegna del premio Gianni Brera si è svolta durante la cena di gala
organizzata dai promotori dell’iniziativa. La giuria, composta da personalità e
professionisti nel mondo dello sport (Enzo Bearzot, Lauretta Binda, Paolo Brera,
Cesare Cadeo, Candido Cannavò, Laura Girardi, Marino Bartoletti, Edoardo
Mangiarotti, Ottavio Missoni, e gli assessori Silvio Butti e Domenico Pisani) ha
assegnato il premio alla Scuderia Ferrari nella persona del dottor Luca di
Montezemolo. Sono state inoltre conferite, sempre nel corso della medesima
serata, tre “menzioni”: al calciatore del Piacenza Dario Hubner, che Brera
avrebbe definito “padano doc”, ad Elisabetta Perrone, campionessa di marcia in
atletica leggera, e a Lorenzo Ricci, campione di velocità in atletica leggera.
Una menzione speciale è stata inoltre assegnata al libro NEREO ROCCO, LA
LEGGENDA DEL PARON, di Gigi Garanzini.
“Mi fa piacere ricevere questo premio al Museo della Scienza e della Tecnologia
di Milano – ha dichiarato Luca di Montezemolo – perché se la Ferrari in questi
ultimi anni è riuscita a stare davanti alle più importanti aziende
dell’automobilismo mondiale, giapponesi, nordamericane, ed è europee, è perché
gli uomini della stessa Ferrari sono stati i più bravi a livello tecnologico e
al livello organizzativo, ed anche bravi a sfatare coloro i quali pensavano che
dopo avere raggiunto dopo 21 anni un titolo mondiale ci si lasciasse prendere
dall’entusiasmo dei festeggiamenti. Noi non ci siamo lasciati prendere
dall’euforia della vittoria, sapendo benissimo che in qualunque sport vincere
vuol dire avere entusiasmo, passione e dedizione, ma che è ancora più difficile
vincere nuovamente, rimanere ai vertici. Pertanto ci siamo rimessi subito al
lavoro. Dietro la Ferrari c’è una tecnologia, la nostra tecnologia che è
passione e determinazione. Per noi della Ferrari il premio Brera è un premio
particolare, innanzitutto perché viene da un vero, sano e serio comitato,
composto da persone che stimo, che lasceranno un segno indelebile nella storia
sportiva del nostro paese. Gianni Brera è stato l’interprete della sana
provincia lodigiana e lombarda, così come la Ferrari: Maranello è l’espressione
della provincia italiana, la Ferrari ha uno stupendo rapporto con il suo
territorio, con la sua provincia. A Maranello vi sono infatti molte cose che
ricordano la sana provincia di Brera. La Ferrari è un patrimonio degli
italiani”.
“Ricordo – ha dichiarato infine il Presidente della Provincia di Milano,
Ombretta Colli – che ogni disciplina, il calcio, il ciclismo, l’atletica, e
perfino la briscola, nei racconti di Gianni Brera diventavano altro, diventavano
la Vita e la metafora dell’Esistere. Acquistavano una dignità fatta di sapienza
e di sentimenti. Lanciava il cuore oltre il limite del nostro sguardo e l’eco di
quel battito si diffondeva ovunque e si confondeva col nostro. Questo ricordo di
lui. Un’eredità che, grazie a questo premio, vorremmo venisse tramandata. Perché
nel mondo dello sport, e in generale nella vita, non prevalgano numeri,
classifiche e competizioni, ma uomini, agonismo e sentimenti.”
Nel 2003 il bravissimo Cochi Ponzoni, ha portato in teatro lo spettacolo
GioanBrera. E a noi nostalgici delle tv private, non competenti di sport, ci
mancano i talk-show sportivi condotti da Brera, si perché, nonostante non abbia
quasi mai guardato i talk-show sportivi delle emittenti locali, non mi perdevo
una puntata de L’Accademia di Brera, perché vi era sport, cultura, poesia,
letteratura e filosofia .
Nel 2007, a quindici anni dalla scomparsa di Brera, sono usciti: IL PIU' BEL GIOCO DEL MONDO. SCRITTI DI CALCIO 1949-1982, ricca antologia curata da Massimo Raffaelli con postfazione di Paolo Brera (Bur), Baldini & Castoldi ha ristampato LA BALLATA DEL PUGILE SUONATO (romanzo ambientato negli anni del fascismo e della guerra, il cui protagonista, Claudio Gugia Orsini, vince il titolo europeo della boxe), UN LOMBARDO NEL PALLONE autobiografia di Gianni Brera raccolta da Piero Mazzarella juniuor e porta in scena dal padre Piero, caro amico del giornalista. Il volume (ExCogito Editore) contiene anche due atti unici radiofonici di Brera (IL LICENZIAMENTO DI ADAMO e DON GIOVANNI ALLO SVOLTA e MILLE E NON PIU' MILLE).