GIANFRANCO CIFALI (1938-2007)
IN RICORDO DI UN AMICO. Nell'estate 2005, quando partì l'avventura di www.storiaradiotv.it Gianfranco Cifali era stato uno dei primi attori ad essere intervistato da Massimo Emanuelli e da Emanuel Chilò. Dopo un'iniziale perplessità nei confronti della rete aveva iniziato a seguirci con costanza e a seguire l'evoluzione del nostro portale. Ciao Gianfranco.
Gianfranco Cifali
UN MILANESE ISTRIANO
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Gianfranco Cifali è un grandissimo attore, molto noto anche all’estero, anche se
è identificato per due ruoli che lo hanno visto protagonista di programmi andati
in onda su emittenti private: una telenovela (era Gustavo, il padre di Veronica
Castro), andata in onda sulla Rete A di Peruzzo, e quello del testimonial del
mobilificio Mister Bop: “questi sono dei professionisti…”
Gianfranco Cifali nasce a Milano nel 1938 in via delle Forze Armate: “ho
vissuto, anche se con gli occhi del bambino, la tragedia della guerra, della
quale ho ricordi vivi e indelebili. Per qualche tempo sono stato anche
“sfollato” in sud Tirolo e ad Insbruck, terra di origine di mia madre, iniziando
a sperimentare quella “vita di confine” che avrebbe caratterizzato altri momenti
della mia esistenza. Della mia infanzia però, conservo soprattutto il bellissimo
ricordo per la recitazione, che già allora evidentemente correva in me.
Nel 1947 il piccolo Gianfranco assiste ai primi spettacoli teatrali all’oratorio
di San Nabor e Felice, di fronte alla caserma Perucchetti: “rimanevo estasiato a
guardare, e in me nasceva la voglia di intraprendere proprio quella carriera”.
Cifali inizia a lavorare come impiegato amministrativo in una ditta di tessuti:
“la recitazione per me era solo un hobby, seppure molto importante. Mentre
lavoravo, infatti, frequentavo la Scuola del Cinema di Milano e l’Accademia
d’Arte Drammatica dell’Acting Studio”.
Il suo esordio avviene nel 1960 nello sceneggiato (allora si chiamavano così le
fiction) I racconti garibaldini di Gilberto Tofano: “iniziai allora a capire che
il mio destino era quello di dedicarmi tout court all’arte. La vita
dell’impiegato, per così dire, mi stava troppo stretta, e così presi la
decisione: avrei vissuto facendo ciò che amavo: recitare.
Ma la televisione allora era solo un’arte di serie C, prima venivano il cinema
(serie B) e, soprattutto, il teatro (serie A). “Appresi dal Corriere della Sera
dell’esistenza di una compagnia teatrale in lingua italiana a Fiume, il Dramma
Italiano, ed ebbi subito la tentazione di propormi. Sfruttando l’occasione di
una vacanza a Mottuglie mi presentai per un’audizione al direttore di allora,
che era Petterini. Era il settembre 1961 e senza pensarci mi trasferii a Fiume.
Presi un nome d’arte, Franco Amalfi: “fu un mio amico rumeno che a metà degli
anni ’50 studiava per diventare tenore a Milano a farmi presente che Cifali
poteva essere un nome non troppo accattivante e quindi coniai il cognome d’arte
prendendo spunto da una bella località turistica. Che cosa c’era di meglio di
Amalfi? Perla della costiera campana?” Di quel periodo ho un ricordo eccellente.
La qualità degli attori e dei registi, pur lavorando con mezzi limitati, era
davvero ottima. Ogni mese metteva in scena una piece nuova e giravamo in tournèe
per tutta l’Istria in teatri dignitosi e quasi sempre pieni di entusiasmo.
Pirano, Cittanova, Roviglio…. Ho sempre avuto l’impressione che la gente venisse
a vederci con gioia, proprio perché voleva sentire parlare e recitare in veneto
e in italiano. Spesso eravamo di scena fuori regione a beneficio degli studenti
italiani che risiedevano a Zagabria, a Lubiana o a Belgrado. E poi ricordo lo
Zaic. Un teatro tanto bello che credo vi si potesse recitare qualsiasi cosa.
Inoltre in quel periodo, nei ritagli di tempo, lavoravo come speaker radiofonico
a Radio Capodistria. Abitavo nel palazzo della Transjug, in un appartamento al
quinto piano di quella che allora si chiamava Sarajevska Ulica, ossia via
Sarajevo. Era proprio sul mare, spesso frequentavo anche il Circolo degli
italiani, dove fra l’altro ho imparato a giocare abbastanza bene agli scacchi.
La minoranza italiana aveva un peso decisamente superiore a quella che era la
sua entità numerica, ma aveva d’altro canto l’insoddisfazione di fondo per il
fatto di voler contare di più e di non poterlo fare. I tempi erano difficili. Io
ho scoperto che durante i primi della mia permanenza a Fiume ero seguito da
“discrete presenze”. Non essendo comunista ero visto con diffidenza. Immagina
come potesse vivere una situazione così complicata chi era nato e cresciuto in
una simile realtà. Ad esempio si parlava malvolentieri di parenti che avevano
scelto di andare in Italia, parenti che praticamente tutti avevano. Pochissimi
però tornavano a fare visita, insomma un forte disagio latente ma che ai miei
occhi era ben evidente. A Fiume incontrai quella che sarebbe diventata mia
moglie, Mirjana, originaria di Albona. Lei era abbonata agli spettacoli del
Dramma Italiano, e fu proprio in occasione di una serata che la conobbi e me ne
innamorai.
Nel 1966 il ritorno a Milano, scrittura dall’Accademia, Cifali lavora per
parecchi anni all’Angelicum, il reinserimento milanese non è semplice: “ero
fatalmente innamorato di Fiume e ne trovavo una nostalgia pazzesca; nostalgia
che si è stemperata soltanto dopo molti anni e che allora era inoltre acuita dal
fatto che Mirjana per potè raggiungermi in Italia in via definitiva soltanto nel
1969. Ma nel 1974 io e mia moglie di tornarci per farvi nascere in questa città
la nostra prima figlia, Giordana, che oggi è laureata in chimica e parla un
discreto croato, cosa che non si può invece dire di Greta, la secondogenita di
11 anni, che però è nata a Milano.
Cifali si esibisce al Piccolo Teatro e al Teatro Intesa, la metà degli anni ’60
e quasi tutti gli anni ’70 sono caratterizzati dall’interpretazione di
sceneggiati televisivi, i teleromanzi, odierne fiction, oltre 50 sono i lavori
interpretati da Cifali, che ricorda Il mulino del Po, Con un po’ di paura,
Testimone d’accusa, il Dio di Roserio, Accadde a Lisbona, La vecchia zuppiera,
L’adorabile Giulia, Irma la dolce, La donna in bianco, La commedia veneziana, Il
caso di Enzo Biagi, Buonasera con Carlo Dapporto
Nella carriera professionale di Cifali c’è anche molta radio: oltre 50 opere
teatrali adattate per la radio, I Boddenbrook, Fra storia e leggenda: Eleonora
Duse, Cifali ha lavorato molto anche per la radio-televisione della Svizzera
italiana. Gianfranco Cifali ha anche lavorato con alcuni grandi dello spettacolo
come Gianrico Tedeschi, Carlo Dapporto, Loretta Goggi, Ric e Gian, Gino Bramieri;
al cinema è apparso in film con Renato Pozzetto e Lino Banfi. Cifali ha inoltre
lavorato con il gruppo Silveri-Miraglia.
All’inizio degli anni ’80 lavora per ReteA interpretando Gustavo, padre di
Veronica Castro, in una famosissima telenovela, poi è nel cast di Drive In,
quindi lavora in Casa Vianello con Raimondo Vianello
e Sandra Mondaini, infine è
testimonial del mobilificio Mister Bop: “questi sono dei professionisti…”, il
suo slogan, è diventato un tormentone dello spot che va in onda su moltissime tv
locali. Ultimamente Cifali lavora come speaker e doppiatore.
INTERVISTA A GIANFRANCO
CIFALI
di Emanuel Chillò
Incontrare Gianfranco Cifali in un grigio
pomeriggio settembrino è un’esperienza di quelle che danno senso all’intera
giornata. Un vero signore, cordiale e gentile, capace di regalare una
chiacchierata di rara piacevolezza. Lo informo subito di aver trovato il suo
nome perfino in imdb (internet movie database), il più grande database di cinema
della terra. Ne rimane piacevolmente colpito ma non rinuncia a scherzare sul suo
stupore di fronte a qualsiasi www.
TV: Cifàli o Cìfali?
GC: Cìfali, è sdrucciola.
TV: Lei (mi redarguisce subito), tu hai cominciato giovanissimo un carriera che
ormai ha raggiunto il mezzo secolo. Come è nata la passione?
GC: Già nella mia infanzia covava in me la passione per la recitazione. Ricordo
quando assistevo estasiato agli spettacoli teatrali all’oratorio di San Nabore e
Felice, di fronte alla caserma Perucchetti. A metà degli anni ’50 ho frequentato
la “Scuola del cinema”di Milano e l’Accademia d’arte drammatica “Acting Studio”.
In seguito trovai modo d’inserirmi nelle produzioni della Rai, in diretta a
Milano. L’esordio fu nel 1960 con i “Racconti Garibaldini”per la regia di
Gilberto Tofano, il figlio di Sergio Tofano, il “papà” del signor Bonaventura.
TV: Il destino era segnato. E questo fu solo l’inizio.
GC: Già, nel 1961 vengo scritturato dalla compagnia stabile “Dramma Italiano”di
Fiume, nella Jugoslavia ancora unita. Ci sono rimasto per cinque anni.
TV: A parlarne ti si è illuminato il volto.
GC: Di quel periodo ho un bellissimo ricordo. Per quanto mi possano aver detto
poi, qua in Italia, io rifarei quell’esperienza. Da noi si rimaneva fossilizzati
in un lavoro per sette/otto mesi di tournée, lì in una stagione si avevano
sette/otto lavori in cartellone. Avevo due mesi di ferie, pagate dallo Stato e
il 75% di sconto sui trasporti. Così diventava più facile muovermi tra Milano e
Fiume. Ma quel che più contava era l’ottima qualità di attori e registi. Era
chiamato “Teatro dei Pionieri” ma sembravano tutti usciti dall’Accademia. Pur
lavorando con mezzi limitati c’era tutto, non mancava nulla; perfino ottimi
truccatori. Nel 1961 ho avuto la fortuna di lavorare con Veljko Maricic,
considerato il secondo Amleto in Europa dopo Laurence Olivier: un uomo
assolutamente normale che andava al mercato a fare la spesa, per dire. Tornato
in Italia ho trovato cose ben diverse da quello che avevo ammirato là.
TV: Una foto di quel periodo ritrae un volto fresco ed accattivante. Gran bel
giovane il signorino Cìfali!
GC: Sono gli anni in cui a Fiume incontrai quella che sarebbe divenuta mia
moglie. Lei era abbonata agli spettacoli del “Dramma Italiano”. Me ne innamorai.
TV: Tornato in Italia ancora tanto teatro ma anche tanta televisione e radio.
GC: Si, dal 1966 in poi. In teatro ho lavorato con Loretta Goggi, Ric e Gian,
Carlo Dapporto, Gino Bramieri; in televisione con Raimondo Vianello e Sandra
Mondaini; anche cinema con la regia di Castellano e Pipolo prima, di Castellano
e Moccia poi; ed ancora davvero tanta radio. Senza dimenticare tutti i lavori
per la Televisione e la Radio Svizzera Italiana.
TV: Hai dimenticato nell’elenco moltissimi lavori ma non ti perdono di aver
dimenticato l’esperienza con Veronica Castro, un mito popolare.
GC: Al proposito, abbastanza di recente mi è capitata una cosa piacevole ma allo
stesso tempo assurda. Camminavo in una via di Milano ed una signora mi ha
fermato chiamandomi “signor Gustavo, signor Gustavo!”. Le ho risposto che il mio
nome è Gianfranco, (ride). Non mi ricordavo più di essere stato un “Gustavo”.
Era il mio ruolo nella telenovela, il padre di Veronica Castro per la
precisione.
TV: Raccontami, te ne prego.
GC: L’editore Peruzzo, proprietario di Rete A , aveva voluto investire nella prima
telenovela di produzione tutta italiana. Assieme a Veronica Castro recitava
anche la sorella Beatrice. Un delirio: cento puntate in tre mesi. Io da bravo
accecato, non volevo il gobbo, anzi non lo vedevo proprio, e imparavo tutto a
memoria. Furono tre mesi d’insonnia. Se riuscivo a dormire un paio d’ore per
notte ero davvero bravo. Con me lavorava anche il mio amico Roberto Marelli,
recitava la parte del guardiano di un carcere. Ci conosciamo dai nostri diciotto
anni, cinquant’anni d’amicizia. Mi ricordo che ci ripetevamo a vicenda che ne
saremmo usciti vivi.
TV: Stiamo parlando di “Felicità, dove sei?”. L’ hai trovata poi?
GC: Esatto. Io no, l’ ha trovata la Castro, mi sa.
TV: E come non ricordare le divertentissime commedie in dialetto sulla Svizzera
Italiana.
GC: E pensare che negli anni dell’Accademia tanto facevano perché si epurasse la
pronuncia da qualsiasi inflessione dialettale. Con le commedie dialettali ho
lavorato fino a tre anni fa, per la regia di Vittorio Barino. Con lui ho fatto,
sempre per la Svizzera, anche i due film su Arsenio Lupin.
TV: Assieme ad Eva Grimaldi. Tu eri “Milevich”, vero?
GC: Si, un Ceco. Divertente.
TV: Infermiere in “Saint Tropez, Saint Tropez”, medico legale nei “Misteri di
Cascina Vianello”, avvocato in “Ci hai rotto papà”, …non sono mancate le
occasioni di divertimento.
GC: Per “Cascina Vinello” ho lavorato all’obitorio, zona Lambrate, ma ricordo di
aver mangiato ottimi panini. “Ci hai rotto papà” mi riporta alla mente una
tremenda calura romana: ad ogni battuta dovevo asciugare il colletto della
camicia col phon, caldo ovviamente.
TV: Negli ultimi anni ti sei dedicato all’attività di doppiatore. Un nuovo
interesse?
GC: No, in realtà non mi sento a mio agio nei ritmi degli attori da doppiare.
Sono grato solo ai cartoni animati, perché ho potuto dare vita a mille vocine.
TV: Il tuo repertorio di vocine è incredibile, peccato sia un privilegio che non
posso condividere con i lettori. Ancora teatro oggi?
GC: Si ma si tratta di “arte varia”, come la definisco io, spettacoli di vario
intrattenimento.
TV: Un sogno di oggi?
GC: Avere una mia Compagnia ma ahimè i cosiddetti bastoni fra le ruote sono
troppi.
TV: Che ne pensi del Teatro d’oggi?
GC: Ho l’impressione che manchi la voglia di rischiare con lavori innovativi.
TV: Tra una domanda e l’altra sei riuscito sempre ad infilare una barzelletta,
che ahimè, i lettori si perderanno.
GC: La vita è una barzelletta. Me l’ ha insegnato il mio Maestro.
TV: Chi scusa?
GC: Bramieri, lui è il mio maestro. Condividevamo la passione per la radio,
grande scuola per un attore. In radio l’unico strumento che hai è la voce e con
questa devi mostrare anche ciò che non si vede. Bramieri mi diceva che tornato a
casa si metteva comodo, accendeva la televisione e sul divano l’ascoltava ad
occhi chiusi: “sembra la radio così”, diceva.
TV: Molti amici nell’ambiente?
GC: Macché. Difficile. Troppe le invidie, peraltro malcelate. Qualcuno anche ha
deliberatamente tentato di nuocermi sul lavoro.
TV: Cinquant’anni di lavoro tra teatro, radio, televisione, cinema. Ne abbiamo
dimenticati di lavori e personaggi ma non basta un’intervista per una vita così
ricca professionalmente ed umanamente. Grazie Gianfranco.