Giancarlo Fusco
FRA REALTA’ E MENZOGNA
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di Massimo Emanuelli
Giancarlo Fusco sul finire degli anni ’70 collaborò con l’emittente romana La
Uomo Tv dove condusse la rubrica Fusco match.
Giancarlo Fusco nacque a La Spezia nel 1915, da ragazzo sognava di fare il
boxeur, si allenò con puntiglio e nell’unico incontro che disputò perse tutti i
denti. Subito dopo la guerra, salvatosi da Tombolo, inferno di soldati alleati e
prostitute e gran bazar di borsa nera, Fusco divenne una star della vita
notturna della Versilia. Il Kursal di Viareggio era uno dei suoi locali
preferiti, la gente accorreva per vederlo ballare e per sentirlo parlare e
raccontare. Iniziò la sua attività di giornalista scrivendo pezzi bellissimi e
poetici su La Gazzetta di Livorno. Manlio Cancogni se ne accorse e ne parlò a
Pannunzio, che aveva appena lasciato Il Mondo, raccogliendo intorno a se le
firme più prestigiose d’Italia: Croce, Einaudi, Spadolini, Panfilo Gentile,
Rossi, Moravia, Flaiano, Gorresio, Napolitano. A questi nomi illustri Fusco unì
il proprio pubblicando racconti irresistibili. Fusco collaborò con il
settimanale Cronache diretto da Gualtiero Iacopetti, da cui attinse nella
seconda metà degli anni ’50 Arrigo Benedetti per creare il settimanale
L’Espresso. Da Il Mondo passò poi a L’Europeo si trasferì a Milano, fu la sua
grande pista di lancio. Fusco arrivò a Milano nel 1948 appunto per lavorare a Il
Mondo, i pochi colleghi sopravvissuti hanno ricordato che arrivò in città tutto
sbrindellato. Arrigo Benedetti, il direttore, lo affidò a Camilla Cederna:
“sandali sfasciati ai piedi, pantaloni legati con un filo di ferro, una bocca
vuota, la barba lunga e un bosco ricco di riccioli disordinati. Ma traboccava di
humor e aveva il dono della simpatia”. Raccontava di sé cose strabilianti: che
la madre discendeva da una famiglia di zingari di Siviglia, che suo padre era
stato padrone di un circo, che sua zia ballava sulla corda, che il nonno era
domatore. In mano a Camilla Cederna Fusco cambiò aspetto: dentiera, vestiario,
scarpe comprese, gliele rimediò Gianni Mazzocchi, il suo editore.
La sua poderosa fantasia e il grande piglio anarcoide che possedeva riuscivano a
far diventare più vere del vero tutte le storie che raccontava, e che quando
uscivano dalla sua bocca sembravano incontestabili. Con quattro parole faceva la
caricatura di personaggi noti, suscitando grandi risate, rendendoli reali di
quelli autentici, tracciava profili grotteschi di gerarchi fascisti, facendoli
sprofondare in tragiche ridicolaggini. Non conosceva il confine fra verità e
menzogna, fra realtà e finzione. Aveva il gusto dello sfregio e della
millanteria.
Di avere frequentato le palestre pugilistiche e di essere pure salito sul ring
lo racconta lo stesso Fusco nella prefazione al libro che Domenico Zucaro ha
dedicato a Pitigrilli.
Lavoratore disordinato, cocciuto ed estroso, il successo gli arrivò presto,
straripando nei salotti e nelle balere, non faceva nessuna distinzione fra gli
uni e le altre.
Nel 1949 in una latteria di Milano in via Passerella, dove era capitato con
l’amico Pilade Del Buono, Fusco conobbe Erina Collini, nativa di San Casciano di
Romagna, una ragazza di diciotto anni di una bellezza stupenda, mora e magra,
capelli sciolti ed occhi ardenti. Erina era un’operaia della Siemens, comunista
accesa, fu folgarata dallo charme di Fusco e da quella sera legò la sua vita a
quella di Giancarlo. Improvvisamente balzata al rango di “pupa” seppe presto
svincolarsi da quel ruolo trasformandosi, per intelligenza ed istinto, in una
signora. Vestiva con sobria eleganza, divenne lettrice attenta e spesso critica
degli articoli di Giancarlo, e per un certo periodo cercò anche di porre ordine
nella vita di lui frenando le sue cattive abitudini. Fusco apparve agli amici
improvvisamente meno trasandato: sembrava un’altra persona. Ma la stagione del
vivere giusto durò poco, molto poco. Fusco tornò ad essere quello che era sempre
stato: il grande “picaro” del giornalismo italiano. Fusco è stato un grande
giornalista, ma gran dissipatore di ingegno, e per questo amava gli uomini che
sperperavano i loro talenti. Voleva far credere di avere appartenuto a chissà
quale losco milieu della vita marsigliese, raccontando di essere stato
stipendiato dai macrò come sorvegliante di prostitute, cosa che lui faceva
leggendo Baudelaire e Rimbaud. Giancarlo Fusco scrisse molti libri, una commedia
con Enzo Biagi, ha fatto tanta radio e diverse sceneggiature cinematografiche.
Non arricciava il naso quando le riviste porno gli chiedevano un racconto, e
dava, senza badare, le sue memorie ad editori secondari e semiclandestini purchè
pagassero bene. Fra i romanzi pubblicati da grandi editori ricordiamo Gli
invisibili, pubblicato da Longanesi nel 1961, da cui sarà anche tratto un film,
Guerra d’Albania, sempre nel 1961, e Duri a Marsiglia, pubblicato da Bietti nel
1974. Ma in realtà Fusco non fu mai a Marsiglia. La madre lo aveva fatto
catturare dalla polizia: venne rintracciato a Parigi, ma a Marsiglia nessuno lo
conosceva. Per lui Marsiglia era quella del cinema “noir” francese di Gabin, di
Duvivier, e questo gli occorreva per rendere più truci le sue storie. Gli
piaceva far credere che era vissuto in mezzo ai gangster, Marsiglia era la sua
patria segreta, il suo blasone. Guai a toccargliela, anche perché alle sue
menzogne Fusco si appassionava.
Nel 1956 Fusco fu iniziò a collaborare a Il giorno, il nuovo quotidiano voluto
dal presidente dell’Eni Enrico Mattei, la prima redazione del quotidiano era in
una vecchia palazzina di via Settala, zona porta Venezia, a due passi dalla
Stazione Centrale, con una tipografia poco meno che archeologica. Li si era
stampato l’ultimo Avanti! dell’epoca prefascista, assaltato dagli squadristi e
difeso, fra gli altri, da Pietro Nenni, iscrittosi al Psi proprio in quella
drammatica temperie.
Giancarlo Fusco seguì per Il Giorno il caso Montesi, tenne poi due rubriche
fisse: Cartolina e La colonna, dove vi era il suo faccione disegnato con un
sorriso accattivante che fissava l’attenzione del lettore. Fusco si dedicava
anche al costume con un’inchiesta sui “teddy boys” italiani e con periodiche
rievocazioni degli anni del fascismo.
Fusco passava le notti al night, con la voce arrocchita dalle mille sigarette,
Fusco fu “un hors categorie” non catalogabile, come lo definì in una lucida
postfazione al libro ambientato fra la “sua” mala marsigliese, lo scrittore
Giovanni Arpino: “dentro migliaia di pagine lui scavava sempre un ritratto, un
carattere, una ‘figurina’ che costituisse un micidiale esemplare d’intenti. E in
più si dava (si sdava) alla matrigna Letteratura con piglio volutamente, a volte
bambinescamente, canagliesco”. Per Il giorno Fusco seguì anche i grandi meeting
pugilistici, interessandosi anche alle riunioni di novizi e dilettanti, che si
svolgevano al Cinema Teatro Principe di Porta Ludovica, pieno di fumo e di
grida, sperando di scoprire, fra tanti inesperti randellatori, il talento di un
futuro campione. Fusco in gioventù era stato un boxeur, aveva ancora una piccola
cicatrice sul sopracciglio destro e la passione per la boxe. Giancarlo Garbelli,
pugile e regista milanese, divenne suo amico unendosi alla sua vita da
“maledetto” fra night, donne e champagne. Per la disperazione di manager e
famigliari “tirar mattina” (titolo di un romanzo di Umberto Simonetta, autore
dei testi di Giorgio Gaber e di Ombretta Colli, scritto in quegli anni) non è
una buona ricetta per chi aspira stabilmente al ruolo di campione sportivo. Un
giorno si venne a sapere al giornale che il direttore dello stabilimento nel
quale si produce la grappa più in voga del momento ha affermato: “a Milano
abbiamo degli ottimi clienti, per esempio il Bar Fusco”. E’ Fusco che ne ordina
casse intere con la carta intestata (finta) di un bar meneghino. Del resto a Il
Giorno si faceva arrivare delle tazze di thè che sbalordivano i colleghi: “il
Giancarlo che adesso va a the, mah”. Senonchè quel liquido giallino è soltanto
grappa, come rivela subito l’inequivocabile profumo: “mentitore per vocazione”
lo definì Ettore Masina, e ciononostante protagonista di storie molto più vere
di quanto non si riuscisse a credere. Le raccontava nella sua rubrica
quotidiana, dove raccontava storie come quelle di prostitute.
Fusco era ospite fisso al Sir Anthony, un night vicino a Lambrate, dove passava
la maggior parte delle sue notti: “c’era un periodo in cui si voleva sempre
sposare con una delle ragazze di nome di Charesse” e bisognava accontentarlo con
una specie di cerimonia, ovviamente verso l’alba. Di episodi di cui è
protagonista Fusco in quegli anni (i più belli per lui professionalmente) quasi
non si contano.
Ma Fusco continuava a scrivere e pensava alla sua amata Erina: “scrivo, scrivo,
ma il merito è di Erina. Quando mi alzo trovo la macchina da scrivere lucidata
come l’aratro, lei è una contadina forte come un leone. Così mi alzo e mi metto
a lavorare”. Bugie, ha scritto Gaetano Afeltra, perché solo di notte, e a notte
alta, perché non rincasava mai prima delle 3, dopo avere passato le notti nei
locali di Milano, gli piaceva scrivere eccitato dall’alcol. Ha raccontato sempre
Gaetano Afeltra: “il guaio era che costringeva Erina a star sveglia perché lo
guardasse mentre lavorava. Lei si lamentava, lui si infuriava e spesso la
picchiava”. Erina era arrivata al punto di non poterne più, minacciava di
andarsene, ma Fusco diceva: “non lo farai perché ti sei abituata a fare la
signora, e non tornerai a fare l’operaia”. E invece Erina se andò, ancora
innamorata, abbandonò tutto: si mise a fare la cameriera negli alberghi,
resistendo alle suppliche, ai telegrammi, alle visite, alle trappole drammatiche
di Fusco per impietosirla. Quando si convinse di non poterla spuntare con Erina,
Fusco si mise a tempestare di telegrammi il padre: “presenza Erina est
indispensabile pregasi caldamente perorare causa suo ritorno a Milano.
Giancarlo.” Arrivò a farsi ricoverare in ospedale fingendo un malore e facendo
telefonare che era grave. Erina si precipitò in clinica, accortasi che Giancarlo
godeva di ottima salute, gli disse: “non farlo più, io non tornerò più con te”.
Personaggio assolutamente fuori dalle righe e dalle gerarchie, non prese mai il
tesserino da giornalista, fu uno degli inviati più acuti e penetranti anche sul
piano del costume. Scrittore di libri deliziosi, probabilmente unici, come Le
rose del ventennio. Nel 1976 Giancarlo Fusco vinse il premio della satira
politica. Fusco è stato un grande giornalista-poeta, geniale e sregolato,
scrittore maledetto, grande bugiardo, violento e al tempo stesso tenero, la cui
compagna, pur essendo innamorata pazza, fu costretto ad abbandonarlo dopo dodici
anni di passioni e di tormenti, scappando una notte in taxi da Milano a Forlì
dai suoi genitori mentre lui dormiva. Delle sue stramberie, delle sue follie, la
donna pur piena d’amore fino ai capelli, non ne poteva più. Così era scomparsa
in silenzio, con grande dignità. Dopo, nonostante fosse supplicata di tornare,
non si fece più vedere.
Quando Fusco lasciò Il Giorno cambiò in biglietti di banca di grosso taglio
l’assegno della liquidazione, si recò come al solito al Sir Anthony, convocò le
ragazze e iniziò a distribuire somme generose: a lei perché aveva un bambino da
mantenere, all’altra perché doveva sposarsi e uscire da quella vita, all’altra
ancora perché aveva problemi col padrone di casa, e così via.
Giancarlo Fusco morì a Roma nel settembre 1984, dopo la sua morte la casa
editrice Einaudi pubblicò alcuni suoi libri ne I nuovi coralli.
Erina, la vecchia compagna di Fusco, telefonò a Gaetano Afeltra, che lo
commemorava alla radio in una rubrica dedicata ai ritratti degli scrittori, e
gli propose di scrivere un articolo su di lui, che dicesse il vero, cioè come lo
vedeva lei con gli occhi del cuore, che non lo facesse sembrare un tipo bizzarro
che facesse solo ridere, e, nella sua parlata romagnola, aggiunse: “non farlo
apparire cattivo, aveva momenti dolcissimi. Era una grande persona, perbene,
gentile, educata con tutti. Non è vero che il padre era padrone di un circo e
che la madre discendeva da zingari. Il padre era ammiraglione come Aimone di
Savoia, la madre di buona famiglia. Lo descrivono senza stringhe alle scarpe,
nessuno lo descrive com’era. L’ho lasciato perché non ce la facevo più. Mi
amava, anche se mi piacchiava, aveva la mano facile. Ogni volta che mi vedeva
con la faccia gonfia per gli schiaffi ricevuti o con gli occhi pesti, usciva, e
poco dopo tornava con una lettera d’amore. Inventava, ma era buono, aveva
momenti dolcissimi. Mi portava al Grand Hotel di Rimini. Quando incontrò mia
sorella che era andata a Roma col suo moroso le disse: ‘Dai tanti baci e di ad
Erina di stare tranquilla, che quando morirò lei sarà la più ricca della
Romagna, perché lascerò tutto a lei’. E cosa mi doveva lasciare se non aveva
nulla? Quando è morto l’ho saputo dalla televisione. Mi hanno riferito gli amici
che non sapevano dove seppellirlo, se me lo avessero detto sarei andata a
prenderlo e l’avrei portato con me a Forlì.
Forse è stato lo stesso Fusco a scrivere la sua epigrafe, confidando in una sera
di malinconia a Gaetano Afeltra: “io non mi amo, ma chi non ama la gente, come
me, è peggio di me”
La casa editrice Sellario ha recentemente ristampato alcuni dei romanzi di
Fusco: Le rose del ventennio, L’Italia al dente e Guerra d’Albania.