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ERNESTO CALINDRI E MILANO: UN AMORE DURATO 70 ANNI


 

di Massimo Emanuelli in L’OPINIONE 12/6/1999

Ernesto Calindri nacque a Certaldo, in provincia di Firenze, il 5 febbraio 1909, figlio di attori, Ernesto avrebbe dovuto fare l’ingegnere come il nonno, frequentò infatti la ingegneria, la morte del nonno e del padre, lo costrinsero a lavorare per mantenere la famiglia. Fu Ruggero Ruggeri, amico del padre, a dargli la prima scrittura in teatro come comparsa, sfruttando la sua alta statura interpretò la parte di un cameriere ne L’Artiglio di Bernstein. Una sera, avendo detto la sua battuta con inedita ironia e avendo sentito la platea corrispondergli in una risata, si rese conto di quale strumento aveva in mano. Dopo molti camerieri alti e distinti, fu Renato Simoni a offrirgli la prima occasione, Florindo nel «Bugiardo» goldoniano, a Venezia nel '37. Un successo che festeggiò con un giro in gondola. La sua prima grande affermazione fu al Teatro Odeon di Milano. In 70 anni ininterrotti di carriera Calindri scelse sempre Milano come piazza preferita e come città dove vivere, Calindri era così diventato uno dei personaggi simbolo della nostra città.

Dal 1928 fino a pochi mesi prima della morte Calindri aveva calcato le scene di tutti i maggiori teatri italiani interpretando i maggiori classici, antichi e moderni, ma anche commedie leggere. Migliaia e migliaia di debutti, di camerini, di ammiratori, di pasti consumati o saltati sempre con allegria. Recitò al fianco dei mattatori di allora, con Cimara-Adani-Gassman, con la Merlini, Picasso, Pilotto, Ninchi, la Galli, la Borboni, Tofano, Gandusio, la Maltagliati. Nel 1950 diventò capocomico di una «ditta» che restò celebre per il repertorio brillante, offrendo la battuta a colleghi come la Volonghi, Volpi, Valeria Valeri, la Zoppelli, la Solari e i giovani Lionello e Masiero, tutti coinvolti in «grandi successi d'ilarità» come «Tredici a tavola», ma anche in classici come L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde.  Calindri prese parte alla nascita degli Stabili di Milano e di Genova.  Portò in scena opere di Shakespeare, Molière, George Bernard Shaw e Pirandello. Tra le tante, L'avaro, Pensaci, Giacomino!, Sul lago dorato, Il borghese gentiluomo. Quest'ultima forse l'interpretazione che più gli si addiceva perché borghese e gentiluomo lo fu nell’accezione più ampia, non pochezza e presunzione, ma ironia sottile, umorismo, simpatia. Personaggio che ha attraversato generazioni, Calindri riscosse consenso e simpatie dalle diverse fasce di pubblico. Un repertorio differenziato, con Feydeau, Balzac, Rattigan, Ionesco e Molière. Tra i successi degli ultimi anni, in coppia con Liliana Feldman, «Sul lago dorato» e «Indovina chi viene a cena?», «Gigì» di Colette, e altri spettacoli allestiti spesso con la collaborazione dei figli.

Dal 1969 al 1975 diresse con Fantasio Piccoli il Teatro San Babila di Milano, non a caso i suoi funerali si svolsero nella chiesa a fianco del noto teatro. Nel 1972 si candidò alle elezioni politiche nelle fila della Democrazia Cristiana anche se, specificò successivamente nel corso di un’intervista, non fece nemmeno la campagna elettorale: “Andreotti mi aveva promesso tredici piazze pagate se mi fossi candidato, mi rifiutai però di parlare con lui al comizio conclusivo in piazza del Duomo, nonostante ciò presi 7.500 voti di preferenza…”. Dal 1975 al 1985 Calindri insegnò all'Accademia dei Filodrammatici, nella «sua» Milano, coltivò anche gli affetti casalinghi: l'adorata moglie Roberta Mari, 4 figli (Gabriele, Gilberto, Marta e Marco) e 4 nipoti.  «Sono un innamorato della vita dall'età della ragione, una persona senza interessi è già vecchia», ripeteva.

Ma insomma, chi era Calindri? Il garbo, la leggerezza, l'ironia di un fine teatrante di voce ferma e dizione perfetta, abituato da sempre ad auscultare dal palcoscenico i battiti del cuore del pubblico. “Sono democratico – disse un giorno – ma se potessi obbligherei tutti ad andare a teatro, almeno una volta al mese.”

Calindri fu anche un attore cinematografico, seppur sottovalutato dalla critica, le sue apparizioni sul grande schermo furono venti, lontano da Roma e dagli ambienti di Cinecittà perché preferiva la concretezza di Milano, quando gli giungevano inviti dal mondo del cinema romano lui rispondeva: “firmate un contratto, datemi un anticipo e arrivo”, non per mancanza di fiducia, o per avidità di denaro, ma perché Calindri, da buon lombardo, non amava perdere tempo.  I suoi impegni teatrali erano tanti e non poteva concedersi il lusso di passeggiare per via Veneto in attesa che qualcuno lo scritturasse. Eppure prese parte a film importanti come I bambini ci guardano di Vittorio De Sica, La Presidentessa di Pietro Germi e Venere imperiale di Jean Delannoy, anche se i più lo ricordano come il commissario di polizia Armando Malvasia, ex compagno di scuola dell’imbroglione Totò nel film Totòtruffa ’62. Altro ruolo di carattere in Ladri di saponette per la regia di Maurizio Nichetti.

Per la televisione oltre alla riduzione per il piccolo schermo delle sue interpretazioni teatrali, Calindri era stato conduttore dello spettacolo di varietà Il signore delle 21, un salotto dove ospitava personaggi famosi, i maggiori interpreti del varietà stranieri (Frank Sinatra, Josephin Baker, Pat Boone, Louis Armstrong, Connie Francis, Caterina Valente, Dalida) e italiani.

Sempre in televisione Calindri fu interprete degli sceneggiati Paura per Janet e La fine dell’avventura, e della sit-com Villa Arzilla.  Il teatro era però la sua passione, il suo hobby, la fama e gli guadagno gli erano però arrivati, per sua stessa ammissione, dalla pubblicità:  “ho guadagnato più con gli spot pubblicitari in un paio d’anni, che in 70 di teatro” aveva dichiarato in occasione di uno dei nostri ultimi incontri.  E in effetti la China Martini con Franco Volpi, il Veramont e infine la Cynar gli avevano dato la possibilità di proseguire la sua carriera teatrale senza grossi affanni, il suo pubblico gli era comunque fedele, si augurava che noi insegnanti educassimo maggiormente gli studenti al teatro.  Mi aveva sorriso bonariamente quando gli avevo confidato che per presentarlo anticipatamente ai miei studenti, prima di portarli a vedere il suo Pensaci Giacomino, avevo detto loro:  “Calindri, quello del Cynar”.  Anche per questa pubblicità Calindri aveva scelto Milano e, pur mostrandone i problemi di traffico e di smog, le aveva dato anche in questa circostanza una dimostrazione di affetto, come aveva fatto un decennio prima nel famoso sketch del “dura minga” girato con Franco Volpi per la China Martini. Lo spot del Cynar venne trasmesso in tv per 18 anni, dal 1967 al 1985: “quando entro nei bar e vengo riconosciuto non è certo per quel che faccio o ho fatto in teatro ma è per la pubblicità», ripeteva lui, consapevole. Calindri seduto in mezzo “al logorio della vita moderna” sorseggiava in tutta calma il suo amaro.

Molti furono i riconoscimenti artistici assegnati a Calindri: fu il Comune di Milano, il 7 dicembre 1986, nella persona dell’allora sindaco Carlo Tognoli, a conferirgli la benemerenza civica (medaglia d’oro), cui seguirono la Medaglia della Città di Milano (1988), il Premio Eduardo De Filippo (1988), il Premio Anfora Olearia (1989), il Premio Renato Simoni (1991), il Premio Salvo Randone (1991), nel 1992 rifiutò il titolo di Cavaliere di Gran Croce per i suoi 65 anni di teatro conferitogli dal Presidente della Repubblica.

All’inizio del mese di febbraio del 1999 Calindri aveva festeggiato i 90 in scena recitando Il borghese gentiluomo di Moliere, con un solo rammarico: non poter festeggiare interpretando il Goldoni vecchio nei Memoires che Strheler, scomparso un anno e mezzo prima, stava preparando per lui. “Il palcoscenico è la mia vita.  Quasi non mi sono accorto del tempo che passava. La mia longevità ha un segreto: il grande ottimismo”.

Pochi giorni dopo le prime avvisaglie del cancro che lo stroncherà: in scena a Pescara Calindri aveva dovuto sospendere le recite e tornare a Milano dove era stato ricoverato all’Istituto dei Tumori. Dimesso era tornato a casa progettando di recitare ancora in autunno, ma una ricaduta lo aveva fatto rientrare all’inizio di giugno nuovamente in ospedale. Calindri morì all’Istituto dei Tumori di Milano il 9 giugno 1999. Sabato 12 giugno in piazza San Babila una folla commossa salutò Calindri, era presente la Milano dello spettacolo e della cultura, ma anche molta gente comune. Lauretta Masiero, Giulia Lazzarini, Ferruccio Soleri, Eva Magni, Luigi Lunari, Gianluca Guidi, scenografi, registi, impresari, costumisti e critici teatrali, parteciparono ai funerali. Sotto la navata centrale, ai lati della bara, i gonfaloni di Milano e di Certaldo: il comune in provincia di Firenze dove Ernesto Calindri era nato.  In prima fila il sindaco di Milano Gabriele Albertini, con la fascia tricolore, e l'assessore alla Cultura Salvatore Carrubba. Alla fine della Messa hanno scambiato due parole col figlio Gabriele (che ha due fratelli: Marco e Gilberto) e sono stati fra i primi a battere le mani quando si è spalancato il portale della chiesa. È stato il loro addio a un milanese d'adozione che la città, come ha detto il sacerdote nella cerimonia, saluta «col cuore gonfio di nostalgia». Anche Rosalba Spini, sindaco del paesino fiorentino, non volle mancare. L'ultima volta che l'aveva sentito era stato, poche settimane fa, per il suo compleanno: «Ci vediamo presto» le aveva assicurato lui al telefono, ringraziandola del regalo ricevuto.

Curioso destino per un toscano di Certaldo: quello di diventare uno dei personaggi simbolo di Milano, l’emblema di un’eleganza locale, fatta di ironia e discrezione, la bandiera di un ottimismo lombardo intriso di tenacissimo amore per il proprio mestiere e di doti che la città ha sempre avuto. Calindri, gentiluomo armato di serenità e di misura, da sempre aveva scelto di essere milanese, una casa a Brera, e abitudini meneghine, era una presenza lieta nel paesaggio del centro milanese. Quando entrava in un ristorante, al Rigolo in Largo Treves, o da Elio, in Via Fatebenefratelli, la gente si avvicinava al suo tavolo con rispettosa disinvoltura, come se andasse a rendere omaggio ad un parente di riguardo ma molto affabile. Lui rispondeva con una cordialità signorile, affettuosa. Le sue passeggiate, andatura un po’ eretta e rigida da ufficiale di cavalleria, erano prolungamenti delle esibizioni teatrali. E infatti accettava il saluto degli sconosciuti con la naturalezza di chi sul palco abitava anche quando non recitava, perché aveva imparato che la differenza fra vita e rappresentazione con il tempo si era fatta sempre più sottile. 

Per pochi mesi Calindri non ha potuto raggiungere la soglia del 2000, per poco non è morto sulle scene, come il suo amato Moliere. Fino all’ultimo però ha passeggiato per la sua Milano, mi sembra di vederlo ancora camminare per la Galleria, vicino a piazza San Babila, e andare dal suo barbiere prediletto in via Bigli, ma invece se ne è andato il “grande vecchio” del teatro italiano.