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DICEMBRE

“San Nicolò ci porta i pomm. Sant’Ambroeus i e fa coeus, la Madonna i ha pelaa; e i bambin i ha mangià!”. Ogni verso corrisponde a una data: San Nicola si festeggia il 6 dicembre, S.Ambrogio il sette, l’Immacolata l’otto e il bambino il 25, cioè a Natale. E in una filastrocca legata alla tradizione di S.Nicolò, patrono di Lecco, ma diffusissima anche nel comasco e nel Canton Ticino. Scrive il poeta Pierino Fontana: “mettì la barba, cambì la vòs e scolti quella che ven dal coeur; me sentì un sant per tutt el dii, in mezz ai fioeu che cred a mi”.  Non è raro vedere ancora oggi, nel giorno a lui dedicato, del S.Nicolò in giro per città e paesi intenti ad offrire, secondo la tradizione, mele ai bambini: “dicember, ulter a quest, per i fioeu el g’ha una roba bonna, che el porta S.Ambroeus e la Madonna, che hinn l’avanguardia di tutt i fest!”.  E parliamone allora di queste prime festività di dicembre, cominciando da S.Ambrogio che è la figura più importante della Chiesa ambrosiana. Nella sua magnificenza fu singolarmente modesto; quando i milanesi corsero ad avvertire Ambrogio, Prefetto della città, che era stato acclamato Vescovo, lui spaventato tentò di allontanarsi da Milano. Una simpatica leggenda narra che lo fece in groppa alla sua mula di nome Betta, che ad un tratto si impuntò non volendo assolutamente proseguire nonostante il futuro Santo cercasse di smuoverla, ora frustandola ora incitandola, in dialetto: “Cor Betta, Cor Betta, Cor Betta!”. Da quell’esortazione ebbe origine il nome del centro abitato che poi sarebbe sorto dove la mula si fermò:  Corbetta. Accanto alla Basilica di S.Ambrogio la fiera degli Oh bej oh bej! continua a stupire grandi e piccini, e, se per logica conseguenza si è modernizzata, ha conservato il sapore della sagra di un tempo, come la immaginò il poeta milanese Luigi Medici: “on rosc de fong ferèe con di formigh che ghe ravana ai pèe” (infatti, vista dall’alto, con i suoi ombrelloni variopinti uno accanto all’altro e i visitatori che passano da una bancarella all’altra, da proprio questa impressione. A Milano l’Immacolato Concezione (otto dicembre) è chiamata “la seconda di fest de Sant’Ambroeus”. In questo giorno, come a Santo Stefano (26 dicembre) e all’Assunta (15 agosto), a Menaggio, sul lago di Como, si svolge la festa dei “canestri”; i giovani del luogo offrono alla chiesa, dentro cestini di vimini decorati con nastri dai vivaci colori, i prodotti della terra e dell’artigianato locale, sono i cosiddetti “canestri”, chiamati così dall’originaria forma del recipiente destinato all’offerta. I doni vengono benedetti dal parroco che ne fa la stima, indi si espongono e si mettono all’asta al miglior offerente, con gran divertimento del pubblico che si appassiona a questo gioco. Secondo il calendario giuliano: “el di de Santa Lucia, l’è pussè curt che ghe sia!” Attualmente, poiché vige il calendario gregoriano, il giorno più breve è considerato il 21 dicembre, anche se gli studiosi sostengono che, sia pure per qualche minuto, il giorno più corto è quello di Santa Lucia, quindi per loro “Santa Lucia l’è la nott pussee lunga che ghe sia!”.  In questa notte la santa scende sulla terra seguita da un asinello carico di doni per i bimbi e nessuno resta “scamuff” (come dicono nel lodigiano di una persona che è rimasta delusa); in un alone di luce, la santa entra nelle case e lascia i doni che i bambini hanno elencato su un foglietto posto su un piatto colmo di crusca e monete;  la crusca serve per l’asinello e le monete per la santa che si pone in funzione di vice-padre nella consegna dei doni, come ci fa sapere questa filastrocca lecchese: “Santa Lucia l’è toa l’è mia, cunt la borsa del papà Santa Luzia la vegnerà e bej regaj la me portarà! Viva, viva la mamma e il papà”.  Le nonnine, contente di stare al calduccio, dicono: “a San Grazian, on scaldin sotta al socch on olter inan”. San Graziano (18 dicembre) manca una settimana a Natale, fervono i preparativi che vanno dal cenone, ai regali, al presepe: “in gèsa tre mess, in del presepe i statuin de gess, la pignatta el broeud cunt el cappon, e in su la tavola, naranz e panetton”.  Purtroppo però il presepe non si fa quasi più, è diventato una cosa di elite, da mostra (la prima fu organizzata molti anni fa con successo a Valgreghettino, in provincia di Lecco, da due appassionati del settore Riccardo Perucchetti e Remo Varisco) o da museo, come quello ideato a Grembo di Dal mine da Don Giacomo Piazzoli;  oggi è diffusissimo l’albero di Natale di usanza nordica (se a qualcuno procura starnuti e solletico niente paura, basta seguire i consigli del dottor Patterson di Chicago, che suggerisce a chi è affetto da allergia ad albero di Natale, di lavarlo prima di introdurlo in casa). “Nadal a cà soa, carneval a cà di matt, Pasqua dòa s’imbatt!” recita un proverbio mantovano, che è poi l’equivalente di “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi!”.  E’ una festa squisitamente famigliare, da trascorrere intorno a un focolare. Alla mezzanotte della vigilia, mentre suonano le campane (come ricorda Pietro Pensa nel suo NOI GENTE DEL LAZIO) dal pozzo di casa si attingeva acqua considerata benedetta e, nel farlo, si recitava il Credo perché a quell’ora era stato levato il Bambino Gesù!  In chiesa si contavano le canzoncine che ancora oggi non sono del tutto dimenticate; ricordate? “Canta, canta rosa e fior; l’è nassù noster Signor; l’è nassù in Betlèm; dai prepares che andemm a portagh fassa e patell, che el g’ha frecc ‘sto Bambin bel!”.  Dopo la messa di mezzanotte si ritornava a casa e si mangiava “il busecchin” (sanguinaccio fatto con sangue di maiale, fiordilatte, cipollina, burro, strutto, formaggio grattato e spezie) perché la vigilia di Natale era giorno di magro; ancora oggi lo si fa ma “el busecchin” è sostituito dal capitone e dal salmone; i più piccini aspettavano, come oggi aspettano, i regali che al mattino trovavano sotto l’albero;  stentano a prendere sonno ma poi, vinti dalla stanchezza, si addormentano e sognano: “piva, piva, l’oli d’oliva, gnaca, gnaca, l’oli che taca; el Bambin ci porta i belee, la Madonna la spend i danee!”.  Non c’è famiglia che alla ricorrenza del Natale non imbandisca mensa con un’abbondanza sconosciuta durante gli altri periodi dell’anno: “quand l’è festa se tacca due el caldar de la corna de per tutt”. Nel suo poemetto I FEST DE NATAL, Giovanni Rajberti, medico e poeta di Monza, scriveva: “A Natal, che tra i fest l’è la festa principal, se sent finna a tre mess i capirii… che gh’è anca l’obligh de mangià per trì! El men che sia l’è el panaton, torron, rosoli, mostarda e pollinon!.... e per la pittocaja (l’assaggio); luganeghett, cazzoeula e gran vinaia!”.  Insomma, come dicono i lodigiani: “da mattina bunura fina a la basura, l’è propri on gran bacià!”.  Passate le feste natalizie è tempo di chiudere in bellezza l’anno, eccoci a San Silvestro: “San Silvester ch’el prusna la soa fin, el se franca al carton del taccoin!”.  Povero Silvestro, ha un bel subodorare la propria fine e nell’avvinghiasi al calendario, fatica inutile, fatica inutile, il nuovo anno è alle porte, quindi non resta che salutarci con una filastrocca che viene dalle valli comasche: “buni festi, buni minestri, bun capun, bun sacch da furment, bun sac de furmentun, demm la bona man che vaga via cuntent!”.  Ciao Silvestro e auguri di trovarti bene ovunque andrai!....  Anche noi di www.storiaradiotv.it inviamo un caro augurio di ogni bene ai nostri lettori; arrivederci al prossimo anno con la sapienza di noster vecc… e ciao a tucc!